Casi clinici per Cervellenstein

La stagione aveva dato infine la sterzata da tutti richiesta, così la prima ondata di caldo si era presentata senza troppe timidezze e da una primavera camuffata da autunno si era passati di botto a risvegli umidi di sudori notturni.
Un sole benevolo intiepidiva già le prime ore del mattino. Il professor Cervellenstein, coerente con l’evidente civetteria di quella stanza, si aggiustò il papillon davanti allo specchio del bagno rosa.
Prima di uscire dalla casa della domatrice di tigri diede l’ultima occhiata alla camera in penombra: Chloe dormiva serena, col braccio ancora steso verso il lato del letto che lui aveva occupato fino a qualche minuto prima, quasi volesse ancora abbracciarlo.

Chloe, la domatrice

Chi avrebbe mai detto che una donna che faceva un mestiere così insolito e pericoloso potesse essere così romantica?
L’illustre psicologo richiuse con delicatezza la porta d’ingresso dell’appartamento e con l’ombra di un sorriso a rischiarargli il volto, prese a scendere le scale.
Tre appuntamenti lo attendevano, tre patologie scalpitavano in cerca del suo intervento pacificatore.

Incapace di trattenere l’una o l’altra delle sue idiosincrasie, Omar Tressette viveva in quel periodo una stagione di febbrili e incontenibili pulsioni. Dopo l’episodio di Castel di Borbolonzo in cui il nervoso ometto aveva dato spettacolo nel bar della piazza principale, insolentendo un cliente che ruotava la tazzina di caffé prima dell’ultimo sorso, altri episodi di patologia attiva lo avevano visto alacre protagonista.

Omar Tressette
Omar Tressette

Come le rondini di norma annunciano con la loro festosa presenza l’arrivo della primavera, per noi italiani l‘emblema dell’insediarsi dell’estate nella fetta di anno che le compete, è senza alcun dubbio la comparsa improvvisa di umanoidi in canottiera, calzoncini corti e ciabatte.
Se è lecito lasciare a chiunque libertà di pensiero in merito alle questioni estetiche connesse ad un simile abbigliamento, libertà che può naturalmente portare anche a riservargli una severa censura, meno opportuno, anzi addirittura illegale, è l’atteggiamento di coloro che, non sopportando assolutamente la triste e a volte sguaiata esibizione di gambette, di piedacci e allucioni grossolani e sgraziati o di giardinetti di pelo sottoascellari, passano decisamente ad un contrasto estetico operativo.

Un contrasto che nel caso di Omar Tressette diveniva quasi militare: schifato dalla tenuta estiva d’ordinanza di molti italiani e inorridito soprattutto da una nota marca di sandali teutonici, il celebre intollerante distribuiva spesso tremendi pestoni sui piedi colpevoli di indossarli, pestoni che, non sempre riusciva a spacciare con successo per accidentali.
In un paio di casi, infatti, al suo atto proditorio era seguita una reazione altrettanto energica e Tressette aveva così beccato un ceffone tellurico da parte di un metereologo pugliese e un formidabile pugno sul naso datogli da uno svizzero, un fisico nucleare con l’hobby della poesia religiosa.
Anche la sua insofferenza per  i corsi da sommelier e per chi li frequentava si era aggravata negli ultimi tempi: se sentiva pronunciare parole come “retrogusto”, “bouquet”, “fruttato”o “tannico”, si attaccava come un ossesso al collo di chi le pronunciava, strillando: “Perché non dici mai “parallelepipedo, eh”? Oppure “zuzzurellone”? O “kafkiano”? Perché non dici mai “romanzesco, eh”? Forse perché non leggi niente di niente, nemmeno le etichette dei tuoi vini del ca..o?”. 

Tutto si ricollegava forse a quel caldo, giunto improvviso, che gli accendeva i neuroni, fatto sta che dinanzi all’infittirsi contemporaneo dei sintomi di tutte le sue idiosincrasie, il Professor Cervellenstein era stato costretto ad incrementare le sedute con Tressette.
Quello fissato con lo scatenato personaggio era infatti il primo appuntamento della giornata. 

Alle dieci, minuto più minuto meno, dipendeva dalle smanie di Omar, sarebbe stato invece il turno di Tristano Cacace, un poveraccio talmente afflitto dal disturbo di personalità multipla da essere soprannominato “una sola moltitudine”, come il titolo di un famoso libro di Hrabal.
Un camaleonte, quello sfortunato era come un camaleonte, lesto a cambiar livrea, gusti, attitudini e stati d’animo.

Poteva incarnarsi ad esempio in Alvaro Juarez, il lanciatore di coltelli, e in effetti l’aveva già fatto più volte, purtroppo: vestito come un odalisco maschio era riuscito ad infiltrarsi tra un numero e l’altro nello spettacolo pomeridiano del Circo Rotor, convincendo con una manciata di euro un inserviente sordo a fargli da collaboratore – bersaglio.

Dei tre coltelli che Cacace lanciò in quella circostanza, nessuno arrivò nei pressi del “volontario”, disegnandone il contorno, ma tutti e tre, viaggiando a casaccio, resero frizzante l’ambiente circense e movimentarono lo spettacolo.
Uno di essi troncò di netto la fune del trapezista ceceno Igor, pessimo carattere, che, salvatosi per miracolo da una caduta rovinosa, afflosciandosi nellla rete di protezione, ebbe modo di mostrare all’alter ego di Cacace tutta la sua irsuta permalosità.
Il secondo si conficcò nelle natiche di un leone durante l’ispezione orale che il veterinario del circo gli stava facendo. La povera bestia reagì d’istinto e per il resto della sua vita il veterinario dovette adattarsi a circolare con una faccia che sembrava un quadro cubista.

Il terzo coltello finì tra il pubblico, andando ad infilzare il vestito dell’ingegnere Rodrigo Peristalsi all’altezza del taschino, che per sua fortuna conteneva l’elenco completo, da lui stilato personalmente, di quante lettere E compaiono nel testo del Regio Regolamento per l’Edilizia del 1913. Il voluminoso taccuino, fermando la lama, gli salvò miracolosamente la vita.. 

Il multiplo Cacace poteva essere dunque uno nessuno e centomila.
Altra sua personalità era quella di Maria Anselma Trachinia, ricamatrice ed insegnante di tombolo, incarnazione che gli richiedeva un complicato ed esteticamente disgustoso travestimento femminile e, non bastandogli ancora, lo stesso malato, facendosi chiamare Beppe Tornello, aveva vinto come ciclista due tappe del Giro di Romagna e prevalso in una volata al Giro d’Italia, venendo però squalificato per aver bucato con delle freccette la ruota del suo rivale, il francese Pascale Coglieau, durante lo sprint

Tristano Cacace/Maria Anselma Trachinia ricamatrice di tombolo

“Eh sì – penso Cervellenstein sbuffando, mentre si  avvicinava inesorabilmente al portone del suo studio – oggi ci sarà davvero da sudare!”. 

E considerando che il suo terzo appuntamento di lavoro della mattinata sarebbe stato quello con Lallo Tarallo, andato un bel po’ fuori giri per essersi ritrovato di colpo due direttori del Fogliaccio al posto di uno, non si poteva certo dare torto al corrucciato psicologo…    

Il professor Cervellenstein
Il professor Cervellenstein

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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