Eric Emmanuel Schmitt e la leggerezza della sostanza

Un ragazzino, un bambino ebreo, meno che adolescente, vaga libero per il suo quartiere, quella serie di vie occupate dalla comunità ebraica di Parigi degli anni Sessanta.
La libertà insolita di cui gode è dovuta alla mancanza di una madre, la sua lo ha abbandonato da tempo, ed alla totale opacità della figura paterna.
L’uomo non è riuscito a superare gli incubi del suo internamento e quando non è chiuso nella sua depressione, è arrabbiato per la sua difficile condizione lavorativa.

Al figlio negligente oppone spesso la figura ideale di un fratellino scomparso, Popol.
Mosè, detto Momò, vaga così senza regole e frequenta la vicina casa di tolleranza, beniamino sin da piccolo delle prostitute locali.
Alla soglia dei sedici anni si incaponisce nel progetto di pagarsi il suo esordio sessuale e per farlo impiega tutti i suoi risparmi.
Da allora cerca di rubacchiare qualcosa per pagarsi altri rapporti e contemporaneeamente fa la cresta sui soldi della spesa.
Uno dei posti preferiti per attuare i suoi furtarelli è l’unica bottega di un “arabo” (in realtà non lo è, è turco, ma essendo musulmano, viene definito genericamente arabo nel quartiere, tutto ebraico), in tutta la sua via, quella dell’anziano, ma intelligente Ibrahim.
Il vecchio si accorge benissimo di quello che combina Momò, e avendone compreso perfettamente i problemi familiari, invece di “pizzicarlo”, cerca con successo di instaurare con lui un rapporto.
Il ragazzo, attirato dalla diversità di Ibrahim da quello che è il suo mondo e dalla sua cultura di provenienza, asseconda con naturalezza e curiosità questo atteggiamento e, velocemente, tra i due si stabilisce una relazione profonda, quasi filiale, che si fa più stretta quando il padre di Momò, vergognandosi di aver perso il lavoro, lo abbandona, togliendosi poi la vita.
Ibrahim regala al suo figlioccio le perle della sua cultura e della sua religione, portandolo a capirne la reale natura del suo
mondo, fuori dal timore o dall’avversione che religioni e culture diverse spesso favoriscono.
Ormai Momò considera il vecchio suo padre, al punto che al ritorno della madre, dichiara di chiamarsi Mohamed per non esserle affidato.
Dalla donna il ragazzo viene a sapere che il famoso fratellino morto, Popol, che gli veniva opposto quale ideale da suo padre, non era mai esistito.
Momò è libero da qualsiasi vincolo così Ibrahim procede all’affiliazione legale, poi, chiuso il negozio e acquistata una bella decappottabile, i due partono insieme per un viaggio importante: il vecchio desidera infatti che suo figlio possa vedere con i suoi occhi i suoi luoghi di origine, il mondo che gli ha raccontato…

Non rivelerò il prosieguo di questa trama per non guastarvi la lettura de “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, il romanzo in cui questa storia è narrata.
Sarà una lettura di mezz’ora, più o meno, tanto lo stile dell’opera è fresco, lieve ed incisivo, ma sarà per voi una mezz’ora incantevole.
La diversità come arricchimento: ecco il tema del romanzo, qualcosa che in tempi di interessati seminatori di odio, vale la pena di approfondire.
Lo potrete verificare voi stessi, qualora lo leggeste o vi misuraste con altri libri di Eric Emmanuel Schmitt, scrittore francese, naturalizzato belga: la sua arma letteraria migliore è quella di trattare alcuni temi fondamentali attraverso trame semplici, ma estremamente calzanti, garantendo, complice la sua scrittura fresca, una lettura fruttuosa intellettualmente, anche se appare lievissima e appassionante.

Non è un caso che Schmitt sia tra i pochi scrittori che in un suo altro romanzo: “Oscar e la dama in rosa”, abbia avuto il coraggio di affidare la parte di protagonista ad un bambino affetto da una malattia terminale, ricoverato in un ospedale.
Anche in quel caso, ad un tema “impopolare” per eccellenza, se non addirittura impraticabile, l’autore ha regalato la sua non comune capacità di renderlo tollerabile, pur non nascondendone la durezza.
Lo scrittore lo fa con tale bravura che in molte parti del libro si sorride, anche perché la trama sfocia in una trovata geniale.
Qualcosa in più sul nostro autore.

Eric Emmanuel Schmitt, nato in Francia, a Sainte Foy les Lyon nel 1960, ed oltre che romanziere è un drammaturgo tra i più rappresentati nei teatri europei, ma è anche sceneggiatore, regista e saggista.
Di origini alsaziane, come evidenzia il cognome, si è subito dimostrato un appassionato frequentatore della cultura a 360 gradi.
Ha infatti studiato musica, diplomandosi al Conservatorio di Lione e Filosofia, facoltà nella quale si è laureato con una tesi su “Diderot e la metafisica”.
La sua attività di drammaturgo, iniziata nel 1991 con “La nuit de Valognes”, è proseguita negli anni ed è tuttora in corso.

Eric Emmanuel Schmitt

La sua commedia “Il visitatore”, del 1993, ha vinto il premio Moliere in tre diverse categorie e nel 2001 Schmitt ha ricevuto dall’Acadèmie Francaise il prestigioso Gran Premio del Teatro.
Tema portante delle sue opere, prevalentemente, ma non totalmente reso con la sua particolare lievità, è la complessità dei rapporti umani, la loro imprevedibilità: la vita privata non raramente riserva sorprese, come, ad esempio, è raccontato in “Piccoli crimini coniugali”, un lavoro teatrale nel quale il protagonista, un uomo che ha del tutto perso la memoria in un incidente stradale, viene aiutato dalla moglie a ricostruire pezzi della loro vita precedente fino a scoprire fatti inaspettati.
Anche la sua formazione filosofica ha ovviamente influenzato l’opera di Schmitt, sfociando in alcuni casi in lavori dal taglio religioso, come nel “Vangelo secondo Pilato” in cui è il celebre procuratore della Giudea a raccontare quello che per lui è l’incomprensibile mistero di Gesù.
Altra sua notevole piece teatrale è “Il libertino”, scritta nel 1997, che ha per protagonisti Diderot, filosofo che fu oggetto della sua tesi di laurea, e Rousseau, che dopo un primo scontro sulla Morale, intessono ragionamenti sul matrimonio, la fedeltà ed il libertinismo.

Una scena dello spettacolo teatrale “Il Libertino” – Teatro delle Nevi –

Diverse polemiche furono innescate da un suo romanzo del 2001, “La parte dell’altro”, in cui immagina che Hitler non fosse stato respinto dalla Scuola di Belle Arti di Vienna.
Partendo da questo presupposto impossibile, Schmitt descrive come Hitler, invece che sulla conquista del mondo, avrebbe potuto scaricare la sua tendenza alla malvagità e alla violenza sulla sua carriera artistica, nel tentativo di divenire un artista geniale.
Nel 2004 Schmitt ha pubblicato “Il bambino di Noè”, un’altro romanzo nel quale un tema complesso come l’antisemitismo e la Shoah sono letti alla luce di una trama da favola in cui cattiveria e solidarietà emergono entrambe limpidamente dalla storia e dalla cifra stilistica della scrittura.
Da alcune sue opere sono stati anche tratti ottimi film, come “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, interpretato da uno strepitoso Omar Sharif nei panni del protagonista.

La locandia del film "Monsieur Ibrahim e i fiori del corano" con Omar Sharif
La locandia del film “Monsieur Ibrahim e i fiori del corano” con Omar Sharif

Inutile ricordare i moltissimi altri lavori teatrali di Eric Emmanuel Schmitt o tutti i suoi romanzi: basterà in questa sede aver fornito qualche spunto utile ad invogliare i lettori abituali a godere della sua opera letteraria oppure a stuzzicare i temperamenti più pigri, inducendoli a coltivare il più santo peccato che esista:

leggere.

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.

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