L’odissea notturna di Monsignor Missitalia

Non appena mise testa e corpo all’interno della chiesa di Santa Abbondanziana Martire, Monsignor Missitalia notò che questo era molto più buio di quanto si aspettasse.
Le candele nelle baracchette delle offerte erano state ovviamente spente dal sacrestano Ducco, così solo alcuni finti moccoletti elettrici, appesi alle colonne delle navate, tiravano fuori a sforzo una luce fioca, stentorea.
Missitalia, che pure aveva la fantasia di un contabile delle pompe funebri, senza una vera ragione, venne suggestionato da quelle penombre tremolanti, che gli parvero attraversate da esseri incorporei, spiriti fatti della sostanza dell’aria.

Un sudorino freddo corse per la schiena del Monsignore, avvezzo alle abbaglianti luci degli uffici della Curia o di quelli della Compagnia: si era messo in una situazione inconsueta.
In effetti, in una vita specchiata, dedicata solo a poco innocenti intrighi politici, l’algido Angiolo non aveva mai abbandonato le strade certe e comode per le seduzioni dell’incerto, e mai aveva forzato il caso.

Così, per un attimo tentennò, fu tentato di lasciar perdere tutto.
Si fece forza pensando alla Marilyn burrosissima di “A qualcuno piace caldo”, e con un grugnitino di piacere anticipato, strinse forte nella mano la chiave della stanza in cui avrebbe trovato la poltrona Onyric.
Era arduo, vedendolo, capire che era un religioso, perché per mantenere nascosta la sua identità si era infilato in un vestito nero che gli stava stretto, appartenuto ad un gentiluomo di camera del Vaticano, Trombolo Maria della Cala, uomo che avendo trascorso una gioventù dissennata, per farla franca abbisognava spesso di travestimenti.


Così, Monsignor Missitalia, mentre procedeva, muovendosi come sulle uova, all’interno di Santa Abbondanziana Martire, pareva il ritratto sputato di Diabolik.

Monsignor Missitalia in costume da Diabolik


Non si rese affatto conto, sfilandogli accanto, che dal primo quadro della navata laterale, contornato da una ridondante corniciona d’oro barocca, il santo martire Giacinto lo guardava con aria esasperata, anche se quello sguardo esacerbato era dovuto al fatto, non trascurabile, che nel dipinto, al posto del suo compagno, il martire, San Proto, ancora una volta figurava un vuoto vistoso.
Il Monsignore ignorava i fatti di Strappoli e non sapeva dunque che in quella chiesa i santi ritratti nei loro grandi quadri, chissà come, avevano trovato il modo di staccarsi dalle tele
Attratti dal potere della poltrona, tempo addietro, si erano decisi, dopo secoli di continui supplizi, a godersi un po’ la vita, spassandosela.
Il povero parroco, Don Oronzo, se l’era vista scura, soprattutto con le sbronze di San Sebastiano.
L’autorità ecclesiastica era riuscita infine a placare la situazione, che nel frattempo si era fatta delicatissima, a fermare quel sacro viavai, e a far rientrare i riluttanti santi nelle tele che li costringevano ad un eterno martirio.
Ma Missitalia non ne aveva saputo nulla.
Ora ogni passo del Monsignore produceva un piccolo rimbombo, che a lui, cuor di coniglio, pareva un tuono.
Oltretutto calzava scarpe nuove e scrocchianti, così, ritmicamente concordi, il cigolio di quelle scarpe ed il tuono, producevano, alternandosi, un vero e proprio motivo percussivo, tanto che, ma Missitalia non se ne accorse, dalla tela posta nella sua cappellina, Santa Cecilia cominciò a tenere il tempo, schioccando le dita e improvvisando, pianissimo, un canto scat che imitava un trombone.

Santa Cecilia

Nella sua agitazione, il prelato ci mise un po’ ad identificare la porticina di legno grezzo che avrebbe dovuto contenere la straordinaria poltrona, e quando la trovò, la mano gli tremò, tardando a trovare la toppa con la chiave.
Gli parve di sentire un certo trambusto, inspiegabile, al di la della porta, tanto che gli si rizzarono i pochi capelli in testa, poi si convinse di essere suggestionato da mere fantasie, così girò la toppa ed entrò.
Mancò poco che svenisse: Marilyn, il suo sogno era li, proprio davanti ai suoi occhi, seduta sulla poltrona.

Dire che fosse sexy era ancora poco, un po’ come dire che Pavarotti sussurrava.
“Oh ciccino, e tu chi sei?”, disse sospirosa la diva.
“Vrrrbrrrghmmeeehhbrrrough”
“Come dici, miele mio?”
“Vrrbrreehmm… io sarei, no… no, non sarei… ssono A… A… Angiolo!”
“Cielo: Angiolo, un nome divino, tesoro!”

Monsignor Missitalia sentiva il sudore gelarglisi in testa, anche perché si era accorto ( e come non notarlo?) che Marilyn era piuttosto scomposta nelle vesti, abbastanza discinta da mostrare generose e apprezzabilissime parti del suo mitico corpo.
Mille pensieri frullavano in testa al gesuita: aveva pensato di programmare, magari a tentativi, la poltrona, perché gli fosse assegnata Marilyn e non si aspettava certo di trovarsela di colpo già davanti, senza che lui avesse fatto alcunché.
Non era pronto a corteggiare una diva, del resto, nemmeno da ragazzo, prima di farsi prete, aveva dimostrato grandi doti da seduttore, e sì che di cottarelle ne aveva prese.
Il punto più basso della sua carriera venne raggiunto quando verso i quattordici anni, fu rifiutato nientemente che da Rosella, la tredicenne, foruncolosa quanto lui, che gli altri ragazzacci chiamavano “Rosella fiatella” per via del suo alito sterminatore: nessuno, insetto o umanoide che fosse, poteva dirsene al sicuro.

Rossella Fiatella


Dopo quell’episodio demoralizzante, si schiusero per lui le porte del seminario.
Ora aveva davanti, curvilinea e abbagliante l’attrice che era stata il sogno di milioni di uomini e che, oltretutto pareva bendisposta nei suoi confronti.
“Di dove sei ciccino caro?”
“Vrrbrrgghh… eehhm… v… vengo da R.. Roma”
“Ohh, ma è meraviglioso: io adooro Roma e i romani”
“Bbb… bella Roma!”
confermò perentorio il Monsignore, compiacendosi della sua dialettica torrenziale.
“Ma ceeerto che è stupenda, ciccino caro! Ma tu esattamente che ci fai da queste parti? Cosa ti porta in questa stanza?”

Il rossore delle guanciotte infantili di Missitalia superò di un bel po’ quello di una stufa rovente: stentava a metter giù, chiare ed esplicite, le ragioni che lo avevano portato in quella situazione.
Gli pareva poco elegante spiattellarle che avrebbe voluto trascorrere con lei un momento di passione vera, turbinosa come i ripensamenti di Renzi, furiosa come un diabetico in pasticceria.
Così, si provò a rispondere prendendola alla larga:
“Io n.. nacqui a Montependente dei Marsi nel p.. piovoso aprile del 1968… “
“Ma davvero ciccino? Sei ancora giovanissimo… “

“A maggio di quello stesso anno – riprese il monsignore, più calmo perché si trovava in un territorio conosciuto – i miei, che mi avevano concepito durante l’occupazione dell’Istituto Alberghiero “Attalo Tovaglioli” di Avezzano, decisero di fare il Sessantotto, così andarono a nelle grandi città a far casino, mi scusi il termine, e mi piantarono in asso, affidandomi alla anziana zia di mio padre, Romola, donna apprensiva e religiosissima… E poi.. “
“Sì Ciccino caro, d’accordo su tua zia Romola, ma tu che ci fai qui?”

la zia Romola

Il sorriso smagliante di Marilyn a Monsignor Missitalia parve un caldo invito:
“P… p… per lei, s.. sono qui per lei, signora… p.. p perché io, insomma, io… io… “
“Tu mi vuoi tesoro?
– sussurrò la diva, più roca che mai – è questo che vuoi dire?”
Le orecchie del prelato presero una temperatura da altoforno, minacciando di fondersi, ma anche il resto del soma del monsignore, si sgangherò tutto, mentre il palato gli si serrava come se avesse banchettato a coccoina.
Tentò di rispondere, prese coraggio mentre il sudore gli scorreva a oceani sulla fronte e sulla schiena, ma prima che potesse farlo, notò nella stanza un particolare che non aveva notato prima: da una tenda sbucavano due piedi, infilati in due calzari che sembravano d’un ‘altra epoca.
E tutto, di botto, cambiò.
“M… ma… l.. l.. lì c’è u.. un… uo… un uomo!”, strillò Missitalia, incattivendosi per un improvviso accesso di gelosia.
In un baleno il religioso afferrò la situazione .
Si ricordò del trambusto udito prima di entrare nella stanza e fece due più due.
Evidentemente Marilyn e quell’altro, al girare della chiave nella toppa, si erano agitati: non volevano esser colti sul fatto, così quel tizio si era dovuto nascondere alla bell’e meglio.
“Vieni f… fuori di lì!!” – intimò il monsignore ai piedi affioranti.
“Ciccino caro, posso spiegarti tutto” tubò un po affannata l’attrice, tentando di calmare un po’ le acque.

il martire Proto

“Fuori da quella tenda ho detto!” ribatté, non curandosene, Missitalia.
Infine, in un gran fruscio di sete vaganti, gli si parò innanzi un tipo assurdo, surreale: era vestito con una corazza mezza slacciata, una gonnella infilata al contrario e corti capelli biondi, tutti stropicciati.
Aveva l’aspetto, insomma, di un antico romano mezzo sbrindellato, e col segno di un bacio al rossetto sulla gota.
Monsignore, al quale mancò l’aria, spalancò basito la bocca, prima di riuscire a dire: “E q… questo… questo.. a.. a.. attrezzo c.. chi sarebbe!!??”
L’altro, altrettanto stupefatto, mormorò : “Oddio, Diabolik!!”, e svenne.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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