Viaggio nel passato per Tarallo

Non era troppo insolito che il telefono squillasse di notte in casa Cervellenstein.
Da tempo ormai l’illustre Psicologo considerava questa eventualità come un corollario inevitabile di un mestiere come il suo.
I pazienti, e su questo punto tutte le migliaia di strampalate scuole di pensiero psicoanalitiche convergevano, non avevano un orario preferito per andar fuori di testa, così, nei casi in cui il surriscaldamento della loro corteccia cerebrale arrivava ad un livello anomalo, cercavano infallibilmente di contattare, a qualsiasi ora, il loro unico, esclusivo, pompiere di fiducia.
Il telefono, col suo squillo tradizionale, violentava la notte e il Professore veniva sbalzato via dal suo sonno, proprio come precipita sulla dura terra un conducente di elefanti al quale un topo abbia fatto Buu al suo bravo pachiderma. Cervellenstein era arrivato addirittura a riconoscere dall’intensità e dall’intermittenza degli squilli, il tipo di emergenza che avrebbe dovuto affrontare.
I complessi di colpa producevano degli squilletti sommessi, incerti; i soggetti a personalità multipla ora chiamavano e il minuto dopo riattaccavano, per poi ricominciare tutto nel giro di qualche secondo, mentre i depressi riuscivano a prolungare il suono del telefono in lunghi, tristissimi squilli.

Il suono più sconvolgente, però, lo producevano gli attacchi di panico, per capirci quelli del tipo:

“OddioProfessorenonrespirogiàdaunamezzorabuona,chefacciomiaiuti,
chefaccio,prestomidica:prendounaoduepasticchediStattebuon
OppuremifacciofareunapunturadiFuriazerdamiacognataLeonziachelesafare?
Chediceleiprofessorevistochedamezzoranonrespiro? .…….”

Questo genere di chiamate di solito arrivavano sempre verso le 3,40 del mattino e nella stragrande maggioranza dei casi si dovevano all’anziana N.D. Gucciarda della Buonacreanza.
N.D. come nobildonna.

L’anziana Nobil Donna Gucciarda della Buonacreanza

Lei, ottantatreenne, che figurava tra le poche abbonate alla riservatissima rivista “Ossa in fregola”, di cui abbiamo già sentito parlare, era incappata nella rapace figura del trentenne arrampicatore sociale Attanasio Guantibianchi, un tipo untuoso e adeguatamente palestrato, ma con lo stomaco così coperto dai peli da sembrare un pechinese.
Il viscido soggetto aveva sbirciato quel contatto nella copia di sua nonna Zelmira, un vero e proprio infortunio della Natura, ed era riuscito in seguito a farsi sposare e a farsi intestare buona parte dei sostanziosi beni della nobildonna.
Subito dopo, scopertamente, aveva intrapreso una rovente relazione con Soraya Buttalà, una vistosa benzinaia di origine siciliana.
Il catastrofico divorzio che ne era seguito, aveva lasciata Gucciarda con lo stretto necessario per vivere: due appartamenti in centrissimo città, un albergo a Zurigo, una stravagante baita ad Istanbul, e una fabbrica di tappi per le orecchie a Blagoevgrad, in Bulgaria.

Blagoevgrad

Disgraziatamente le restarono anche dei ricorrenti e fortissimi attacchi di panico, che Cervellenstein, in taluni casi, valutò essere addirittura del settimo grado della Scala Richter.
Quando quegli eventi si verificavano, la prima cosa che il Professore diceva a Gucciarda, che asseriva di non respirare da mezz’ora, era questa:
“Beh, allora lei purtroppo è morta, Signora carissima, e non ha dunque più alcuna energia per soffrire, né più alcuna ragione per avvalersi delle mie competenze: La rimpiangeremo…”.
Funzionava sempre.
Gucciarda a quel punto era come se si sgonfiasse e si affrettava a “tornare in vita”, bramosa di seguire i consigli del suo analista.
Quella notte il Professore sbagliò la diagnosi telefonica: pensò subito che quegli squilli perentori e lancinanti provenissero dal cellulare della Buonacreanza.
Invece chi chiamava era Lallo, e doveva trattarsi quindi di una faccenda seria.

Lallo

“Non riesco a dormire Prof – gli disse Tarallo con tono sconsolato – al giornale è accaduta una catastrofe tremenda, un disastro del quale nessuno mi aveva parlato mentre ero ricoverato: stamattina ci ho sbattuto contro a duecento all’ora e adesso ho certi lividi sul cervello che lei nemm…”

“Si plachi Lallo, calma: lei ha tutta la mia attenzione nonostante l’ora. Mi racconti tutto per filo e per segno: cosa è stato?”

“Ecco tutto, in breve.
Dopo la liberazione dal girone dei gastritici, per riprendermi e ricaricarmi ho passato tre giorni meravigliosi con Consuelo in un posto splendido quanto isolato, pronto poi a tornare al lavoro, stipato zeppo di energie positive da mettere a disposizione del nuovo Fogliaccio”.

Consuelo

“Questo lo so, Lallo, prosegua”.

“Avevo in mente alcune inchieste esplosive da proporre agli amici del comitato rivoluzionario, al garante della giustizia sociale della linea, Padre Cienfuegos, e al Direttore Rapallo.
Taruffi, d’altronde, mi aveva spedito dei biglietti che mi avevano dato conforto: le vendite del giornale erano cresciute in modo esponenziale con la conquista di nuovi lettori, stanchi del grigiore provinciale e dell’indecente squilibrio politico imposti dalla direzione Frangiflutti.
Anche le nuove rubriche andavano fortissimo: il numero con il pezzo di Tressette “Come macchiare, senza conseguenze il vestito del ruotatore da ultimo sorso delle tazzine di caffè”, era stato accolto da commenti entusiastici, cose del tipo:
“Erano anni che ci pensavo vedendo al bancone del bar i ruotatori in azione: ho smesso di compatirmi per le bruttezze che vedo ogni giorno e sono passato all’azione, Tressette lei è un genio, un esemplare cittadino, bonificatore di orrori!”. Oppure:” Ho macchiato ben bene di caffè il mio primo ruotatore di tazzine: aveva pure addosso una canottiera indecente, quella, viola e verde acceso, dei “Massafra Gattopards”. Nemmeno una lavanderia da Oscar gliela potrà ripulire ora, e in virtù dei suoi consigli l’ho anche fatta franca. Grazie di cuore!”.

Questa mattina, dunque, con un sorriso fantasmagorico che mi agitava la faccia, sono uscito di casa per tornare, convinto e felice, al lavoro, a quel lavoro che amo appassionatamente.
Avevo piazzato sulla maglietta tre distintivi, tre spillette di culto: una con Dante Alighieri, una con John Lennon e la terza col Che e Alberto Granado che si fumavano degli enormi Romeo y Julieta.
Camminavo, anzi fluttuavo ad una certa altezza dal suolo, inondando di benevolenza il mondo e i suoi frequentatori: ho perfino sorriso ad un tizio che scendeva in calzoncini corti e ciabatte da una Smart con una decalcomania di Povia al mare, si figuri!!

Povia al mare

Fosse stato per le fisse di Tressette e quelle mie, avrei dovuto incatramarlo ed impiumarlo, altro che sorridergli.
Ho fatto le scale veloce come la prescrizione nella nuova legge Cartabia, e ho suonato il campanello, pronto ad abbracciare Taruffi, Sgargarozzi e compagnia bella.
Mi ha aperto invece un tizio mai visto che senza neanche dire una parola, mi ha subito voltato le spalle.
Era uno corpulento, stempiato di grigio, con mento, doppiomento e controdoppiomento. Sulla faccia gli vegetava la barba di qualche giorno.

Aveva una camicetta larghissima a quadrettini celesti, tenuta aperta su una canottiera d’un bianco stremato; portava enormi calzoni scuri, informi, tenuti a briglia da una cinta con più buchi della superficie lunare.

Dandomi ancora le spalle e muovendosi per rientrare, ha detto poi, con aria sciatta:
“So chi è lei, Tarallo: si è ripreso bene? Io sono Wilmer Panzoni, il nuovo vicecaporedattore…”

Wilmer Panzoni

Più tardi seppi che quel ciccione era stato soprannominato “Trafiletto”, perché era addetto a tagliare trucemente certi articoli scomodi, fino a ridurli a qualche riga inoffensiva, insapore.
Ma intanto, vedendolo, ero rimasto paralizzato
Dalla redazione non arrivavano più i suoni dell’allegra, produttiva gazzarra che ricordavo, tipica del nuovo corso del giornale. Si scherzava e si scriveva con la medesima passione, ma ora pareva tutto finito, normalizzato.
Sono riuscito, non so come, a fare qualche passo, raggiungendo lo stanzone di noi redattori, e quello che ho visto, ancora non riesco a togliermelo dalla testa, Professore caro.
Piegati sulle scrivanie a produrre ticchettii timorosi, i miei colleghi non hanno neanche alzato la testa per guardarmi e salutarmi.
Sembravano schiavi sui remi.

Un solo, basso mormorio collettivo mi ha accolto: “Ciao Tarà”.
Mi accorsi che il solo a guardarmi era Totonno Levalorto, il caporedattore, anima nera del fu direttore.

Totonno Levalorto, il caporedattore

Lui sì, mi guardava, ed un sorriso maligno gli alterava i lineamenti, già ben nascosti da una provvida barba.
Sedeva ad un tavolo più alto degli altri su una sfarzosa e tecnologica sedia da ufficio, nuova di zecca, di quelle che sincronizzano la propria rotazione col moto solare ed hanno lo schienale ergonomico massaggiante.

Buttato sotto i suoi piedi, come un trofeo di guerra, vidi, orrificando, il cappellone impolverato di Padre Cienguegos. Ne fui costernato.
Ma il peggio doveva ancora arrivare. Levalorto, con la stessa vocetta tremula e cattiva, delle streghe dei cartoni animati, mi disse:
“Bentornato Tarallo, stai meglio? Il Direttore è ansioso di accoglierti: vai caro, va!” e indicò la porta dell’ufficio della Direzione.
Le braccia riuscirono a cadermi anche se già mi pendevano sui fianchi: al posto del manifesto gigante con Andy Capp col boccale, che, di mia mano, avevo messo, come una fodera, su quella porta dirigenziale, ora era ben fissata una asciutta targhetta di ottone.

Andy Capp

C’era scritto: Dott. Ognissanti Frangiflutti, Direttore Responsabile.
Istintivamente cercai Taruffi con lo sguardo.
Lui per un istante levò la testa dalla scrivania per ricambiarlo: l’occhiata di sterminato rimorso che mi diede, fu sufficiente a farmi capire che se non mi aveva raccontato nulla, era stato solo per il suo grande affetto nei miei confronti.

E’ un amico vero Marzio”.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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