Il racconto di Tarallo

“Capisco il suo shock Lallo, ne vedo tante di situazioni simili e so benissimo come la psiche reagisca a queste sollecitazioni”.
La voce del Professor Cervellenstein era quella di sempre, profonda e paziente nonostante l’ora impossibile della chiamata di Tarallo.
Meno bene l’aveva presa Arethusa, la sontuosa cinquantenne con la quale l’illustre psicologo aveva condiviso una seratina frizzante, sfociata in un simpatico finalino ginnico.
Già al primo squillo del telefono, infatti, la bella signora, estirpata dalla regione dei sogni, era levitata in alto come Gyatso, il celebre monaco tibetano, ma molto più velocemente di lui, fin quasi a stamparsi sul soffitto.

La signora Arethusa

Una volta ricaduta tra le lenzuola, aveva scoccato uno sguardo feroce al Professore, che pareva non avere risentito affatto del sonno interrotto e che già da un bel po’ seguitava a parlare col misterioso sfondascatole che aveva avuto la bella pensata di telefonare tra le tre e le quattro del mattino.
Stesso risentimento pareva esacerbare l’animo di Rollo, il carlino di Arethusa, che, prodigiosamente, nonostante la statura da tappo di orzata, era balzato sul letto come un giocattolo a molla, e che subito si era dato a produrre un sordo e prolungato ringhio, indirizzato a Cervellenstein.
“Debbono esserci dei disturbi nella linea – osservò Tarallo – sento come il gorgoglio che fanno i prodotti per sturare i lavandini..”
“Sì, – rispose il Professore, che non aveva intenzione di giustificare la presenza dell’iratissimo Rollo nella sua alcova – debbono essere rumori elettrici sulla linea, ma torniamo a noi.

Rollo, il carlino della signora Arethusa

Io penso che vedere la propria storia fare un contorcimento importante, un moto di crescita, per poi volgersi di colpo all’indietro, non sia una faccenda semplice da smaltire, emotivamente parlando.
Ora, però, Lallo, lei non deve lasciarsi ossessionare dalla figura losca del suo resuscitato Direttore, sarebbe il peggiore errore che potrebbe fare: non bisogna avere delle fissazioni negative.
Guardi che vita fa Tressette con tutte le sue idiosincrasie, e sì che gliene ho fatte sparire alcune micidiali, come quella per il segno della pace durante le messe, o l’altra per chi gira troppo a lungo il cucchiaino nel cappuccino, che gli aveva procurato pure qualche buon scapaccione in faccia.
Per via dell’antipatia per il segno della pace, è riuscito addirittura a scatenare una rissa in chiesa durante una funzione, col prete in prima fila a mollare cazzotti al primo che gli capitava sotto!
Quella volta l’unico a non finire dentro, a far compagnia al sacerdote, al sacrestano, a quello che passava col bussolotto per le offerte, e a una dozzina di fedeli e pie donne, è stato proprio Omar, che dopo aver acceso quel po pò di parapiglia, se l’è svignata senza dar nell’occhio mentre per tutta la chiesa rovesciavano panche e volavano bastonate e botte.

La rissa in chiesa

Posso citarle anche il caso sciagurato di C.D, un uomo politico a due piazze, che invece di levare canti al cielo per ringraziarlo di averlo fatto arrivare (meglio non indagare come) senza alcun merito personale, a rivestire un ruolo nazionale di grande potere, si era fissato con la figura di un noto dittatore, ingombro sgradevole di un passato mai troppo lontano.
Felice come una Pasqua che quel tiranno non fosse figlio unico, non fosse insomma solo al mondo e che, come tutti noi, avesse dei parenti, aveva in un primo momento caldeggiato l’intitolazione di vari luoghi pubblici ai soli fratelli del despota.
Ha cominciato col dare il nome di uno di essi, Ariano, ad un parco, ma nella sua gassosa storditezza, ha poi esteso la sua mania ad altri parenti, proseguendo imperterrito a proporre di intitolare una fontana con ninfe nude giocanti, alla sorella Edvina, e, ancora peggio, di chiamare la stazione di una metro fantasma col nome di tale Empedocle XXXXX, cugino di secondo grado del suo idolaccio, uno che, tra l’altro, per tutta la vita aveva fatto il custode di un maneggio/ricovero, per cavalli abbandonati d’estate in strada.

La stazione fantasma che C.D. voleva intitolare a Empedocle XXXX

Frangiflutti non deve divenire per lei qualcosa di simile Lallo, punti piuttosto a delle contromosse in grado, come è già avvenuto, di metterlo in difficoltà, idee capaci di togliergli nuovamente il terreno sotto i piedi.
Lavori sotto copertura: lo so che lei è un tipo limpido, ma essendo intelligente potrebbe cercare di essere un po’ meno intransigente se una buona causa lo richiede.
Chieda semmai consiglio al suo zio piduista, e comunque, finisca di raccontarmi cosa è accaduto il giorno del suo rientro al giornale”.

Lo zio piduista di Tarallo

Prima che Tarallo riprendesse a raccontare la cronaca del suo rientro, l’indignatissima Arethusa sibilò qualcosa di molto poco elegante all’orecchio del Professore, mentre Rollo si dava ad una vendetta rusticana a danno delle pantofole di Cervellenstein, iniziando a sbranarle con una certa furia entusiasta.
Poi Lallo riprese il suo racconto:
“Ah sì, giusto, ci eravamo interrotti.
Dunque, allora, con le gambe molli mi sono mosso verso la Direzione.
Taruffi, che più è angosciato e più puzza, dalla sua scrivania disagiatissima, mi guardava con sincera commozione e intanto spandeva miasmi tali che le zanzare che avevano avuto la dabbenaggine di cercar di far la pappa proprio in quella porzione della redazione, cadevano stecchite al suolo.
Ho bussato alla porta e la ben nota vocetta di Frangiflutti, così sottile da essere vicina al falsetto, mi ha invitato ad entrare.
Ormai senza ritegno o minima traccia di pudore, il Direttore troneggiava sulla sua scrivania tenendo indosso l’elmo del Partito Vichingo.

Frangiflutti con l’elmo del Partito Vichingo

Aveva restaurato del tutto la sua postazione di lavoro, portandola ai fasti che può vantare quella di un Grandammiraglio della Regia Marina del Regno di Trombonia, giunto ai vertici della sua carriera.
Alla sue spalle, accanto al finestrone, lussureggiava una sorta di foresta tropicale: ci si stupiva solo dell’assenza di scimpanzè o di nasiche appollaiate in quell’abbracciarsi stretto di foglie e rami.

Il piano del tavolo, poi, era altissimo, vasto quanto un campo da hockey in Pakistan, e tanto alto che poteva raggiungerne la vetta solo con l’ausilio di una speciale poltrona matronale in pelle (meglio non chiedersi di che genere di pelle si trattasse) che, silenziosissima, funzionava anche come ascensore.
Poggiate su quella immensa scrivania, contornate da cornici intagliate in un legno dorato a motivi floreali e rivolte, forse come monito, verso chi entrava, stazionavano alcune significative foto, piazzate da Frangiflutti con l’intento evidente di impressionare gli eventuali visitatori, ammansendoli da subito.
All’interno della prima, enorme cornice, Peppe Cicciafico, il vecchio mentore del Direttore, noto come “ Il bancarottiere nero”, fotografato in piedi su uno sgabellino da asilo d’infanzia, ostentava il saluto romano.
Sotto, lungo il margine inferiore della foto, era possibile leggere, stampato in caratteri littori, uno dei suoi motti favoriti:

Subito accanto, chiuso in un’altra cornice un po’ barocca, un monsignore della Compagnia sorrideva con apparente umiltà, che veniva invece percepita come una bonarietà minacciosa, che dava i brividi, a ben guardarla.
Lo riconobbi per il potente prelato Luis Verafè.
Di lui mi aveva parlato il sagrestano della chiesa di Strappoli di Sotto…”
“Chi, Ducco?”
lo interruppe Cervellenstein, mentre Arethusa, morta di sonno, gli indirizzava sguardi d’odio che avrebbero squagliato una lastra di acciaio da una tonnellata.
Anche Rollo, finito il lavoro con le pantofole, gli si era fatto addosso con tutta l’aggressività dei suoi venticinque centimetri di altezza
Mi ricordo – proseguì il Professore senza scomporsi per il doppio attacco di una umana e di un botolo quadrizamputo – che il sagrestano mi parlò diffusamente di questo monsignore che aveva avuto un flirt torrido con Ava Gardner e tramava per riprendersi la poltrona magica Onyric.

Monsignor Verafé
Monsignor Verafé con la poltrona magica Onyric

Tanto strepito fece, quando la ebbe a disposizione, che lo scoprirono e lo mandarono in qualche posto, zeppo di uzbeki mi pare, per fare penitenza.
Deve essere tornato in auge, e dire che Ducco spergiurava che quello straprete era tanto untuoso da superare per produzione i maggiori marchi oleari del mondo!”
“Sì, infatti”,
convenne Tarallo, che poi riprese a raccontare: “Un’altra foto, molto inquietante, decorava l’immensa scrivania, ed era quella che ritraeva un Papa di qualche tempo fa, mentre si affacciava benedicente al balcone della Casa Rosadina, ristuccata di fresco, tenendosi affianco il sorriso da squalo di un feroce dittatore sudamericano che aveva sparso un mare di sangue.
“Santo subito!”, c’era stampato sotto, perentoriamente, ma non si capiva bene quale tra i due avrebbe voluto santificare Frangiflutti.

Puntandomi contro le corna dell’elmo vichingo, il Direttore, dopo avermi scrutato a lungo con la consueta nausea, infine parlò, e quasi ghignava di piacere:
“Ci si rivede eh,Tarallo? So che lei è stato l’anima delle festicciole politiche che si sono tenute in mia assenza! Vi sarete divertiti a giocare alla rivoluzione, al giornalismo d’assalto eh, voi radical chic dei miei coglioni …”
E pronunciò quell’espressione che mi onora, radical chic, non coglioni, con lo stesso disgusto col quale una nota musicale potrebbe considerare il suo maggior persecutore, Cherubini Lorenzo, in arte (??) Jovanotti.
Io che sono sempre stato ferocemente contrario alle corride, con quelle corna puntate addosso cominciavo a sentirmi a disagio, nervoso come Joselito, il celebre matador, dinanzi a Venancio, il grande toro Miura laureato in scienze politiche, ma considerato da tutti una bestia attaccabrighe.

Lo storico matador Joselito

Con quella smorfia fissa in faccia, Frangiflutti riprese a parlarmi:
“Ma la festa è finita Tarallo: un mio informatore mi ha fatto sapere che il vostro protettore, Monsignor Missitalia, in questo preciso momento viaggia su un carretto a trazione equina guidato dal celebre conduttore Uladzimir, alla volta di Grodno, Bielorussia, per prendersi cura delle anime locali.
Sono state già sospese tutte le rubriche da voi inventate in questo periodo di dissolutezza politica del giornale, e sono stati scacciati gli elementi insurrezionalisti stranieri.
L’ex Direttore Rapallo, per volontà della Proprietà, si occupa ora dei necrologi ma, come equa compensazione, è stato nominato nientemeno che nuovo Responsabile delle Lotterie Aziendali al posto del collega Quattrobotti, passato alla nera….”

Lello Rapallo
Lello Rapallo

Mentre quel verme parlava, non avevo dubbi sul mio destino: mi avrebbe certamente messo ad occuparmi di qualche settore che mi repelleva, e con quella certezza in cuore, frenando la rabbia, mi predisposi a sentire il resto del suo discorsetto…
Ma… Ha ancora problemi con lo scarico del lavandino Professore? No, perché io continuo a sentire dei gorgoglii …”.
L’illustre Psicologo, curioso di ascoltare il resto della storia di Lallo, cercò allora di tenere a bada lo stizzito Rollo con silenziose minacce, ma il nanocane lo snobbò del tutto, seguitando imperterrito a digrignare rumorosamente, mostrandogli, minaccioso, la modestissima dentatura.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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