Vita nepalese di paese per Tarallo e Taruffi

“Andavo a cento all′ora
Per trovar la bimba mia
Ye ye ye ye
Ye ye ye ye
Andavo a cento all’ora
Per cantar la serenata
Blen blen blen blen
Blen blen blen blen
E non vedevo l′ora
Di baciar la bocca sua
Ye ye ye ye ….”

Hari Gurung, strillando a pieni polmoni, condusse infine il carretto al centro di una piazzetta polverosa, circondata da edifici di modesta altezza, e fu allora che tirò, per così dire, il freno.
Sussurrò rapido qualcosa all’orecchio della coppia di boviniste femmine: fu una specie di frustata verbale che le convinse subito a metter fine al loro flemmatico trotterellamento.

Una moltitudine di gente, evidentemente curiosissima, attorniò i tre, impedendogli per qualche minuto di scendere dal buffo mezzo, ma l’odore di Taruffi, aspro deterrente naturale, fu più efficace di un centinaio di sfollagente, così in parecchi, emuli del leopardo nebuloso, si ritrassero nauseati.
Tarallo notò, ai margini della piazza, parcheggiato nei pressi di edifici malmessi dal tetto erboso, lo Scassabus, che non si sapeva come, ma percorrendo evidentemente qualche strada alternativa, era riuscito a precederli.

Intontito com’era, si sorprese a pensare che quel mezzo, sporco in maniera sovrannaturale e puzzolente dei resti miasmatici del loro cibo, doveva godere tra i suoi consimili della stessa reputazione che Marzio aveva tra gli umani.
Sceso subito dopo Hari, Lallo si sgranchì la gambe, stirandole e provando qualche timido saltello, osservato con vivo interesse da quella porzione di gente che pareva aver resistito agli effluvi del suo collega.
In particolare era fatto oggetto di quelli che potevano sembrare dei pettegolezzi, degli apprezzamenti o forse delle canzonature, da parte delle donne nepalesi presenti, quasi tutte graziose, che guardandolo senza alcuna timidezza, parlottavano fitto tra di loro e talvolta scoppiettavano in melodiose risatine.
Tarallo sentì la faccia avvampare.

Quelle risatine si tradussero in una formidabile risata generale quando Taruffi, nello scendere dal carretto, rimase impigliato con una falda del pesantissimo cappottone ad un corno di Savitri.
Così trattenuto, perse l’equilibrio, e quando, annaspando e tirando come un pazzo, riuscì a liberare la stoffa dal molesto pungiglione corneo, precipitò a testa in giù, fino ad impattare ruvidamente il suolo, sollevando una gran nuvola di polvere e terriccio.
Per un po’ l’aria fu completamente torbida, poi quella nube, gradatamente, si diradò e Marzio si erse, figura quasi solenne, con un’espressione indecifrabile impressa sul volto, e decisamente più sudicio di quando era atterrato.
Era davvero imponente, ricoperto dal suo cappottone di ghisa.
Tutti si scansarono al suo passaggio, ci furono anche un paio di svenimenti, poi il cronista si affiancò a Tarallo e gli sibilò un convintissimo “Stramaledette vaccacce!!”.

Marzio Taruffi nel suo cappottone di ghisa

“Ehhiiiii Ehieieiii: siete fatti venimento voi italisti, nello finalmente!, si sentì urlare.
Non potevano non riconoscere quel modo di parlare…
Sbucato da chissà dove, e sorridente come se avesse ritrovato dei parenti, Ganesh, traduttore, si fa per dire, e conducente dello Scassabus, gli si fece incontro gioioso.
Ruotando il braccio con un gesto largo, come ad abbracciare tutto lo spazio circostante, proseguì:
“Voi fatto vistamento di meravigliabile Piazza della Luna Storta? Bellissimissima cosa di architettura nepalosa, vedete?
Indicò poi l’unico fabbricato della piazza che fosse più alto di due piani – e disse “quello è

सहरको बडा हाकिमको महल

il Palazzo del Governistatore della città, Mr. Jang Birendra Ran, nominato nell’elettoramento di anno 2018.

Piazza della Luna Storta a Putalibazar col palazzo del Governatore (सहरको बडा हाकिमको महल)

Solo Padron Spampalon più potentista di esso, ma questa cosa non fa interessamento di voi oramente.
Oramente si deve fare solo portamento di voi ad albergosissimo “Lo yak festante”, dove potrerete avere grandioso lussamento: due lettonici, vera acqua in stanzo e brekfastamento mattinoso con latte e formaggioso formaggiamento di bovinista yak.
Tantamente stare comodosi, ma voi bisogna fare modestosi mangiamenti, perché, come dice Padron Spampalon:

”A oselo ingordo ghe crepa ‘l gosso” *

Dopo questo discorso di benvenuto, Ganesh si avviò per una stradina di basse casette che saliva con una pendenza sensibile, facendo cenno ai due di seguirlo.
Hari, più indietro con le due vacche, trasportava i bagagli e, ad arricchire la processione, si formò un codazzo di persone che, con tutta evidenza, non avevano di meglio da fare.
In Italia si era in autunno, così i due giornalisti, che erano stati sbattuti fuori avendo solo due giorni per preparare il viaggio, avevano pensato che la stagione in Nepal fosse gelida, attrezzandosi di conseguenza.
Durante il viaggio col carretto, in effetti, stando allo scoperto su piste di montagna, per un po’ avevano avuto davvero freddo, poi però la strada, gradatamente era scesa di quota ed ora, sbalorditi, si rendevano conto che a Putalibazar si vivevano giornate pressochè estive.
Inerpicandosi per la stradina cominciarono a sentire sempre più caldo: dovevano esserci più o meno trenta gradi di temperatura, e Taruffi, schiacciato dal cappottone, cominciò a sudare copiosamente, sentendosi a disagio come una nota quando si accorge che Jovanotti sta salendo su un palco.
Il più vistoso effetto di quella sudorazione fu lo sfoltirsi immediato del codazzo che li seguiva, falcidiato dai miasmi taruffiani.
Tarallo, accaldato anche lui, si limitò a sfilarsi il giaccone tecnologico.

Lo Yak Festoso

Arrivarono infine allo “Yak festoso”, una costruzione che effettivamente surclassava la media delle abitazioni locali: era stata tirata su con un misto di muratura e legno e contava due piani, sovrastati da una specie di piccola mansarda con una finestra, mentre il primo piano era ingentilito da una grande balconata, anch’essa in legno.
Il tetto e la mansarda erano foderati di paglia, così, notandolo, Tarallo, tra legno e paglia, si ripromise di dare un’occhiata alle statistiche degli incendi in quella zona del Nepal.
Sempre che Internet vi funzionasse, naturalmente.
Scoprì subito che il servizio funzionava perfettamente.
Se ne accorse per via di una mail che gli arrivò da Frangiflutti: il direttore bicornuto li informava che il giorno successivo sarebbero stati ricevuti da Ermenegildo Spampalon in persona, per iniziare l’intervista prevista.
Non restava che prendere possesso della stanza e cercare di riposarsi un po’.
Seguendo Ganesh salirono al primo piano: la stanza che gli era stata riservata era angusta e pareva sufficientemente sporca per soddisfare le pretese di Taruffi.
La biografia materiale degli ospiti precedenti, era infatti sparsa qua e là, sotto forma di rimasugli di cibo in piatti di plastica, di lattine di una birra sconosciuta ed esotica col leopardo nebuloso stampato su, ma Lallo rinvenne anche un paio di succinti slip femminili con un fior di loto ricamato in zona strategica.

Le suppellettili presenti nella stanza sembravano arrivate da un passato di turbolenze e il bagno era un trionfo del modernariato.
Vero e proprio colpo di scena fu l’accorgersi della presenza di un televisore, che trovarono già acceso, e sintonizzato su quello che doveva essere un programma vintage, perché era trasmesso in bianco e nero.
Mentre Taruffi, gettato per terra il cappottone si lasciava cadere esausto sul letto, ornato di nuovo dalle sue immagini iconiche di Drupi e Kabir Bedi, Tarallo si concentrò sulla tivù e spalancò gli occhi nell’ennesima manifestazione di sorpresa: un Claudio Villa ancora in ottima forma, dominava lo schermo, mentre le possenti note di “Granada” invadevano la camera!

Ganesh nel frattempo si stava liberando del codazzo di curiosi che li aveva seguiti fino all’albergo, i cui membri non si rassegnavano a rinunciare a tampinare i due soggetti esotici
I due amici, stando all’interno, lo sentivano parlare fitto e nervoso in un magma di suoni incomprensibili.
Finalmente il loro Virgilio riuscì a liberarsi dell’ultimo ostinato connazionale e li raggiunse in camera.
Come vi entrò diede uno sguardo al televisore, poi, trattenendo a stento un entusiasmo sfrenato, strillò:
“Claudioviglio! Il grande cantista! Voi italianisti certamentemente sapete la conoscenza di ello: lui fa canzonamenti di molto romanismo, canzonamenti belli come le gambe di Nilla Pizzi!”
Taruffi e Lallo, ancora una volta mollarono le mandibole, e si scambiarono un’occhiata preoccupata e perplessa: in che posto e in che secolo erano sbarcati?…


* All’uccello ingordo gli si rompe la gola.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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