Lavoro e Trambusti al Disturbatore

“Ci siamo quasi, ormai!”

Così Omar Tressette, trasformatosi anche in editore e in proprietario di un quasi quotidiano, arringava la redazione, quel giorno di marzo, particolarmente spumeggiante.
Davanti ai suoi occhietti penetranti si stendeva un piccolo mare di scrivanie, tutte dotate ovviamente di computers, agitate dallo zelo dei neoredattori ed affollate di appunti e ritagli vari.
“Nessuno sa di noi e del nostro progetto – proseguì l’ometto, non riuscendo a dissimulare un mezzo sorrisetto compiaciuto – arriveremo addosso a questa città e a quei lecchini del Fogliaccio come un tornado improvviso, un evento mai immaginato, una nota imbroccata di Jovanotti!
Parlandone col Dott. Pastomisto, che cura il marketing di una mia fabbrica di ramponi per il ghiaccio a Kuala Lumpur, abbiamo pianificato l’aspetto pubblicitario, arrivando ad una conclusione semplicissima: degli enormi cartelli elettronici saranno piazzati su molti dei principali palazzi, ma verranno schermati sino al giorno dell’uscita del numero zero, per poi accendersi improvvisamente in quella circostanza, abbacinando i cittadini e facendo clamore.
I messaggi saranno netti, risoluti, diretti:

Omar Tressette
Omar Tressette

Nostri distributori del giornale saranno sparpagliati ovunque, consegnando gratis quel primo numero del giornale per presentarlo all’umanità: tempo una settimana e non ne potranno più fare a meno! Tutto chiaro? Sbrighiamoci adesso, siamo in lotta contro il tempo”.
Come un solo organismo la banda di amici si rimise al lavoro, spronata da quel contagioso oratore, frizzante come un derviscio arrostito.

Derviscio arrostito

In una stanza un po’ discosta ed appartata, e data la sua delicata specializzazione se ne poteva comprendere il motivo, il Professor Cervellenstein stava organizzando le risposte ai quesiti che avrebbero figurato nella rubrica psicologica “S.O.S. Testine sgualcite”, domande che erano state convogliate in precedenza su un sito web creato ad hoc.
C’era un po’ di tutto in quelle richieste, formavano una sorta di ratattuille di disagi psicologici che in alcuni casi parevano dare filo da torcere a chi ne soffriva, in altri sembravano alimentare in essi una specie di tronfio orgoglio: “Guarda quanto sono uniche e splendide le mie pazzie!”.

Il professor Cervellenstein
Il professor Cervellenstein

“Sono un padre di cinquantadue anni, ho un solo figlio che da sempre ritiene di essere un termosifone, colpa forse di mia moglie, un’astigmatica che, indurita dalla vita e dal nostro matrimonio spettrale, ha utilizzato costantemente il bambino come una forma compensatoria di calore, tenendoselo troppo stretto addosso.
Terminio, ventinove anni, licenziato anni fa dall’Ufficio Grane Irrisolvibili del nostro Comune, si muove poco per casa, si piazza per tutto il giorno accanto alle finestre e, soffiando debolmente le labbra, esprime la sua patologica idea di irradiamento.
Di tanto in tanto emette dei fischi lamentosi, mentre sua madre cerca di fargli sputare acqua dalla bocca per rimetterlo in funzione.
Ora può capire, Professore, che, al di là della larvata bizzarria della situazione, il nostro problema quando è inverno non causa più disagi di tanto, giusto il ricordarsi per tempo di togliergli di dosso i panni messigli ad asciugare sopra, ma nella bella stagione, col caldo si addensano purtroppo i guai.
Al primo salire delle temperature una sensazione dolorosa e acuta di inutilità gli falcia l’autostima, l’espressione, da concentrata che era, si fa imperscrutabile e la fabulazione, già piuttosto stringata, gli si riduce agli “Eh già..”, “Cosa c’è, cosa c’è” e agli “Eh sì, va bene così..” dei testi immortali di Vasco Rossi.
Non ho ritenuto di intervenire finora, spostandolo altrove, perché la stagione ci sta proponendo una coda di freddo, ma le chiedo, per cortesia, di darmi un consiglio sull’ut
ilizzo che se ne dovrebbe fare da maggio in poi. Distinti saluti, Mario Trapper, Santa Maria in Discesa (Ra) ”.

Terminio

Con un sospiro prolungato, evocatore di una pazienza più che necessaria, l’illustre Psicologo si apprestò a rispondere, cercando le parole giuste.
Fu a quel punto che squillò forte il cellulare di Tarallo, diffondendo in tutto lo stanzone le note di “Papaveri e paperi”.
Lallo rispose, e quasi subito gli si dipinse in volto un’espressione aggrottata, quasi incredula.
Stette ad ascoltare l’interlocutore ancora per qualche minuto, poi, interrotta la comunicazione, chiamò un po’ tutti a raccolta e concitatamente li avvertì di un fatto imprevisto:

“Ci risiamo, accidenti! Era Ducco il sagrestano da Strappoli di Sotto: mi ha detto che non si sa ancora bene cosa sia successo, ma pare che San Carminio Vescovo si sia staccato di notte dal suo quadro seicentesco nella chiesa di Santa Abbondanziana Martire, e se la sia filata.
Sembra che sia stato visto girare per il paese vestito del solo mantello, scarpe da trekking rimediate chissà dove, e con in mano lo strizzalingue del suo martirio.
Dicono che, preoccupato forse dai venti di guerra, abbia razziato un supermercato per fare scorte, pretendendo di pagare tutto in tetradracme dell’antica Grecia. Stava per scoppiare un casino col vigilante, un uomo molto testardo: lui, il martire, era tutto rosso per la rabbia, ma alla fine sembra che abbia mollato, portandosi appresso solo due tramezzini al salmone e uova.

San Carminio Martire

Dobbiamo saltare subito addosso alla notizia, prima che esca il numero zero: sarebbe un’esclusiva bomba sui misteri che ritornano, quelli dei santi martiri evasi dai dipinti, dei quali né il Fogliaccio né alcun altro giornale vollero parlare a suo tempo.
Tu Abdhulafiah, con Trudy e tutti gli altri resterai qui in Direzione, io, Taruffi e Consuelo andremo a Strappoli per qualche giorno a preparare l’inchiesta. Spero che tutto si risolva in fretta, ma intanto, prima di filarcela parliamo della sicurezza: come vanno le cose Benny, stiamo riuscendo a mantenerci sottotraccia?”.

Un sorriso a tutta faccia illuminò le cicatrici di Benny Syracuse, schiarite per contrasto dall’esposizione al sole che gli aveva imbrunito il volto.
Il brutto arnese assunse una posa vagamente imbonitoria per rispondere trionfante:

“Ah sì Lalluccio bellissimo, tutto okkey! Stiamo mantenendo very high la morsa della sorveglianza su quelli del Fogliaccio: loro di noi non sanno niente, noi invece sappiamo a che ora entrano in redazione, quando escono, quando gli scapp’ ‘a pipì o peggio, sappiamo chi scassina la scatoletta coi soldi del caffè e delle merendine (per la cronaca è quel fottimuort del ragioniere Strizzastruzzi) e sappiamo pure che chillo fetuso ‘e Levalorto, nell’intervallo delle due, si porta in ufficio Cuccurullo Nives, una matura professionista soprannominata “Nives la Succhiaprostate”.

Nives la Succhiaprostate

Quanto al Direttore Frangiflutti, io e Joe simm diventati intimissimi con lui: ogni volta ca ce vèr’, se fa bianco bianco comm’ ‘o cantante dei Manderschint e gli parte una doccia di sudore gelato che glie fa ‘e ppall de cristallo!
Più gli sorridiamo e più se fa addosso: è fatto accussì, non se tène bene in piedi e cammina come Ridolini, tanto che Spinazza vuole cambiare mimica perchè dice che chist qua è già vecchia e nun ce se diverte cchiù.
Ora sta lui di turno fuori del Supermercato dove ‘o Direttore va a fa la spesa e sta provando le nuove mosse”.

In effetti, in quello stesso momento, il mellifluo Direttore del Fogliaccio sostava davanti al possente scaffale dei sottaceti del Megasupermercato Carreconad, incerto su quale prodotto preferire.
Intorno a lui, sottolineata da un folle agitarsi della clientela e dal relativo brusìo, montava la febbre della paura: la sola possibilità di una guerra in casa aveva spinto la gente ad una mobilitazione consumistica senza precedenti, un moto istintivo ed isterico che aveva fatto sì che di colpo venisse acquistato in quantità enormi ogni genere di merce, anche quelli più assurdi ed incongrui.
Così era possibile vedere casalinghe di solito appassite, trovare forze e motivazioni impensabili, e riempire più di un carrello con disparati generi alimentari, senza stare troppo a valutare l’utilità che avrebbero potuto avere qualora si fosse dimostrata fondata l’ipotesi, fino a quel momento remota, di un conflitto nucleare sulla loro terra.

Era infatti difficile pensare, ad esempio, che Tosca Stupazzoni, coniugata Torazzi, un solo figlio, iscritto all’Istituto per il Turismo “Alberto Angela”, e ripetente da anni, avrebbe potuto nutrirsi delle duecento e più confezioni di sofficini surgelati “Ciccioformaggio”, duri come il granito, stando asserragliata in un lugubre sottoscala usato come rifugio antibombardamento e verosimilmente privo di una batteria di forni popolari per cuocerli.
Così pure era quasi certo che le improponibili montagne di caramelle gommose “Banghete!”, quelle a doppio scoppio, avrebbero potuto rendere meno dura a Immacolatina Spirocheta ed al suo bizzosissimo erede, Malcolm Ross Jei Acs, l’attesa del dileguarsi del suono lancinante delle sirene.
In ogni caso, Ognissanti Frangiflutti non si fece trascinare dall’isteria collettiva, così, oltre a tre confezioni di cetriolini e a due di capperi sotto sale, comprò solo un litrozzo di latte ed un prodotto a propulsione atomica per inamidare le sue adorate camicie.
Fattosi largo a stento tra la folla, raggiunse le casse in preda ad un malcelato disgusto per l’umanità, attendendo poi il suo turno per pagare il dovuto alle commesse stressatissime.
Mentre tutto intorno la gente trasportava fuori carichi immani di prodotti, trasferendoli dai carrelli ai carrarmati parcheggiati nel piazzale, il Direttore uscì dal Megsuperamercato tenendo in mano una sola, smilza sportina di plastica.

Aveva appena raggiunto la sua DXZW Superibrida, un modello estremamente fico di auto, al quale di recente non aveva saputo resistere, quando i suoi incubi si destarono nuovamente, destabilizzandolo.
Seduto all’interno di un carrello per la spesa che stava piazzato poco distante, e illuminato in volto da una serenità da beato di fresca nomina, stava trastullandosi il ganster di qualche giorno prima.
Spinazza, coerente coi suoi propositi di innovazione mimica, non sorrise a Frangiflutti: semplicemente posizionò le dita della destra a simulare il puntare di una pistola e, guardandolo fisso in faccia, compitò un vistoso “Bang” con la bocca.
Nessuno in quella folla di furiosi badò allo svenimento del Direttore del Fogliaccio.

Joe Spinazza

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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