The X, Los Angeles: epopea di un disco

                          

Dalla metà degli anni 70 a Los Angeles s’infiammò la scena punk, una scena dominata anche da donne e chicanos, nella quale le differenze culturali, etniche e di genere, trovavano spazio per l’espressione personale e la condivisione delle idee. In questo contesto emerse la stella degli X, la band della coppia Exene Cervenka e John Doe.
Formatisi nel 1977 a Los Angeles, sono ancora oggi giustamente considerati tra i principali esponenti del punk californiano. La formazione, tranne un breve periodo, rimase sempre la stessa, e comprendeva Exene Cervenka (voce), John Doe (basso e voce), Billy Zoom, (chitarra), D.J. Bonebrake (batteria).
Lo stile del gruppo degli X derivava da svariate influenze: oltre che al punk, si ispirava al rockabilly, al country, al folk ed al blues, alla musica rurale americana e alla psichedelia dei Doors. Non fu certo per caso che i loro primi quattro dischi furono prodotti da Ray Manzarek, tastierista del mitico gruppo di Jim Morrison.
La carriera degli X iniziò con la frequentazione di locali di Los Angeles come “The Masque” o il “Whisky”.

Da sx: Exene Cervenka, Billy Zoom, John Doe, D.J. Bonebrake
©Photo: Frank Gargani 1979

I loro concerti erano piuttosto seguiti, così ottennero il loro primo contratto con una piccola label indipendente, la Dangerhouse, con la quale incisero due singoli: “Los Angeles” e “Adult Book”.
Le menti della band erano John Doe ed Exene Cervenka.
Il primo aveva cambiato molte band prima di incontrare Exene in un bar, ma appena vide le poesie che Exene scriveva con intensa passione, tremenda realtà e crudezza, non poté fare a meno di proporgli di cantarle nella sua band.
“Los Angeles” fu il capolavoro assoluto e opera prima degli X, padri del punk-rock californiano insieme con i Dead Kennedys, ma anche inventori di un modo di fare rock in cui i testi e le musiche avevano finalmente dato libero sfogo a quella California fatta d’emarginati, losers e negletti di una società e di uno stato, quello californiano, fatto di non solo surf, eterne abbronzature, belle ragazze in bikini e Hollywood, ma anche di disperazione, miseria e tanta sofferenza.

The X -Johnny Hit and Run Paulene-

Gli X, come abbiamo già ricordato, furono scoperti e prodotti da Ray Manzarek ex dei Doors: “Los Angeles”, si rivelò un’opera piena di canzoni memorabili in cui le voci di John ed Exene si alternavano, si rincorrevano, si accavallavano, diventando il tratto distintivo della band.
I pezzi dimostravano la loro versatilità, erano canzoni di chiara matrice punk, come “Johnny Hit and the Run Pauline”, o angosce sonore quali “The World is a Mess“, brani che incarnavano alla perfezione la ribellione, la rabbia, lo spirito dell’ennesima generazione da gioventù bruciata, fenomeni che finiranno immortalati anche nelle pagine finali di “Meno di zero” di Brett Easton Ellis.
La critica espresse giudizi ottimi ma le vendite del disco furono modeste. Eppure i nove brani che figuravano in “Los Angeles” erano nove pietre miliari del punk, anzi, otto, perché gli X offrirono una cover velocissima di “Soul Kichen” dei Doors, in omaggio a Ray Manzarek, tastierista della band di Morrison, rimasto colpito dalla carica della band, vista dal vivo allo storico “Whiskey” di Los Angeles, e deciso a dare una mano a questi quattro ragazzi pieni di belle speranze.
“Johnny Hit and Run Paulene” era pieno di “U.S.A. sound”, e così aggressivo mentre la voce di Doe urlava il suo “sogno Americano” visto alla rovescia. Nel brano Exene e John cantavano insieme e l’alchimia che creavano diventava magia.
“Nausea” era un capolavoro, ad ascoltarla riusciva ad esprimere ciò che si prova in questi casi.
Iniziava con un incedere cantilenante, barcollante, superbamente “squilibrato” dalla tastiera di Manzarek; in “Sex and Dying in high society” si vivevano altri due minuti d’adrenalina in stile X.
Exene e John urlavano tutta la loro rabbia ed il loro furore, con gli altri due fidi scudieri della band che li assistevano più prepotentemente che mai.

The X – Nausea – live 1980-

“The Unheard Music” è una ballata superba, il suo incedere sincopato ed ossessivo offre nel ritornello spunti di liricità magica, inimmaginabile in un disco così tagliente e graffiante, il brano spiazza ed affascina per questo.
In “The World’s a Mess” e in “It’s in My Kiss” il gruppo si divertiva a raccontare come va il mondo, un mondo fatto non da angeli ma da démoni che spuntano fuori in vari modi: nel testo veniva perfino consigliato di andare all’inferno per vedere se potesse piacere…
Infine ecco “Los Angeles”, brano che dava il titolo al disco, il loro vero cavallo di battaglia.
Possiamo affermare che questa canzone rappresentava e rappresenta ancora in pieno tutto lo stile compositivo della band, anche quello che avrebbero espresso nei dischi futuri.
“Los Angeles” narra di una ragazza che tenta in tutti i modi di andare via dalla città che non ama più e che forse non ha mai amato, una città quasi schizoide e di personalità borderline, in cui “il giorno cambia in notte, e cambia in un istante”, fattore che affascina ma che può anche far male, estremamente male, in molti casi.

The X – Los Angeles-

“Los Angeles” (1980), questo loro primo album, disco fondamentale della storia del punk, era la sublimazione delle inquietudini artistiche e culturali che avevano attraversato L.A. dagli anni 60 agli anni 80. I riff inventati dagli “X” affondavano una recondita passione per il rock duro e puro dei primi ‘60 dentro un oceano di nichilismo dalle tinte noir.
Testi scomodi e incendiari fungevano da volano per una cascata di drammi interiori, talvolta esorcizzati con l’irriverenza di chi ha deciso di bruciare e bruciarsi come se non ci fosse un domani all’orizzonte.
Fu da tale coagulo sensazioni disorientanti che nacque la title track, un concentrato di rockabilly strizzato in un secchio di acido solforico con la chitarra di Billy Zoom suonata come se Chuck Berry si fosse unito ai Sex Pistols.
Se c’è una canzone che più di ogni altra evidenziava l’anima della band californiana e di quello che sarà il fondamento di tutto il movimento del “L.A. punk”, questa era la trascinante “Johnny Hit And Run Paulene”: un vero boogie per i borderline di L.A., a cui affidare i propri demoni da scagliare, a velocità supersonica, contro una società sempre più imbevuta di conformismo.
La chitarra di Billy Zoom trascinava tutto con sé con il suo riff in salsa blues ultra-accelerato e le parole lasciavano poco spazio all’immaginazione, conficcandosi ovunque come schegge impazzite, nel tentativo di descrivere la pochezza del lato oscuro degli States.

I testi dei brani all’interno della copertina del vinile

“Los Angeles” segnerà così tanto la cultura californiana degli anni 70-80 da riecheggiare nella pagina finale del romanzo “Meno di zero” (“Less Than Zero”, 1985) di Brett Easton Ellis, il cui protagonista abbandonerà la città disperata, poco più che adolescente ma già “sul viale del tramonto”:

C’era una canzone che avevo sentito quando ero a Los Angeles, una canzone di un gruppo del posto. La canzone si intitolava “Los Angeles” e le parole e le immagini erano così crude e amare che il testo mi sarebbe ritornato in mente per giorni. Le immagini, lo scoprii soltanto dopo, erano personali e nessuno che conoscessi le condivideva con me. Le immagini che avevo io erano di gente impazzita per via della vita della città. Immagini di genitori così affamati e insoddisfatti da divorare i loro stessi figli. Immagini di persone, ragazzi della mia stessa età, che alzavano lo sguardo dall’asfalto restando accecati dal sole. Queste immagini restarono con me anche dopo che lasciai la città. Immagini così violente e malvagie che sembrarono essere il mio unico punto di riferimento anche molto tempo dopo. Dopo che me ne fui andato”.

Quarant’anni dopo la pubblicazione, il cantante e bassista John Doe ripercorrendo la storia del classico del punk americano, ricordava il ruolo di Ray Manzarek dei Doors: riusciva ancora ad amare il disco, soprattutto il contributo di Ray, tastierista dei Doors e produttore. “Amo quel che ha fatto, anche se non è esattamente come suonavamo all’epoca. Vorrei avessimo fatto una versione di “Nausea” senza organo, anche se adoro la sua”.
“Nausea” è un brano oscuro che parla di “sputi e povertà” e “occhi iniettati di sangue”, e Manzarek vi eseguiva sopra dei passaggi sognanti. Le versioni live del pezzo, anche quelle dell’epoca, suonavano molto più dure e minacciose.
Avevano intitolato l’album “Los Angeles” in onore di una delle canzoni più feroci, in cui raccontavano la storia di una donna così infuriata con la città da diventare razzista, omofoba e antisemita, fino a sentirsi obbligata a scappare.

The X -1980-

Doe scrisse il testo pensando a un’amica che aveva avuto un esaurimento nervoso mentre era a Londra. “Non ne poteva più”, ha detto in una intervista a Rolling Stone. “Aveva vissuto lì un paio d’anni ed era diventata sempre più razzista e piena di pregiudizi. Il testo era volutamente scioccante. Volevo solo mostrare il lato oscuro di Los Angeles. Gente come Dashiell Hammett, James M. Cain e Nathanael West l’avevano fatto, e come loro i Doors. Era il momento di aggiornare quell’idea”.
Come Amos Poe e Ivan Kral a New York, scelsero di aprire “The Blank Generation”, nel 1976, sotto il segno di Patti Smith, così Penelope Spheeris scelse gli “X” per presentare il fermento punk di allora nel suo storico film documentario “The Decline of Western Civilization” del 1981, con una versione incendiaria di “Nausea”.
Era il canto del cigno dell’utopia hippie dei ‘60, mentre tutte le campane del punk-rock suonavano imperterrite la loro inconsolabile e folle festa.
Gli X si mossero seguendo coordinate che di lì a poco daranno vita alla rivoluzione hardcore della West Coast statunitense, uno tsunami che placava la sua inarrestabile corsa in momenti apparentemente meno incalzanti, ma non meno deviati.
Nel 1981 usciva “Wild Gift”: gran parte dei pezzi erano già stati composti all’epoca del primo disco, ma ebbero maggior fortuna, tant’è che comparvero per la prima volta nella classifica americana, ricevendo numerosi consensi da parte della stampa, e “Rolling Stone” nominò il disco degli X “record of the year”.

Nel 1982 uscì per l’etichetta Elektra “Under the Big Black Sun”, e il 1983, fu l’anno in cui venne pubblicato “More Fun in the New World”, il loro album in cui i riferimenti al country erano ancora più chiari, mentre in “I Must not Think bad thought” introducevano per la prima volta riferimenti politici nelle loro canzoni.
Nel 1985 uscì il quinto disco intitolato “Ain’t Love Grand”.
Fu il primo disco non prodotto da Manzarek, lo sostituiva Richard Wagener, che impresse alla loro musica una svolta mainstream dai risultati deludenti, tanto che dopo la registrazione Billy Zoom lasciò il gruppo. Per un breve periodo il suo posto fu occupato da Dave Alvin, membro dei “The Blasters”, quindi da Tony Gilkyson, ex membro dei “Lone Justice”.
Nel 1987 uscì “See How We Are”, un disco che riprese le sonorità dei primi dischi.
Vi trovava posto “4th of July”, composta da Dave Alvin, mentre tutte le altre canzoni erano della coppia Cervenka/Doe. Nel 1988 fu pubblicato il doppio disco dal vivo “Live at the Whisky a Go-Go”, che catturava una ottima performance del gruppo nel locale che li aveva visti iniziare la carriera.
Dopo questo disco la “X band” sospese le proprie attività per tornare nel 2020 con il disco “Alphabetland”, nuovo di zecca, ma questa è già un’altra storia…

The Call of the Wreckin’ Ball – X – Live At The Whisky A Go-Go

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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