Tutto si ricompone a Tarallopolis. Prima parte.

“Mi spiace Marzio, davvero: è sparito così velocemente che abbiamo sbagliato i tempi di lancio”.

Così, ancora col secchio vuoto in mano e desolatissimo, Ducco provò a rivolgersi a Taruffi che dopo essere stato colpito dai due gavettoni di detersivo sciolto in acqua, provava, faticando, a parlare, e tentava contemporaneamente di riprendere fiato sputazzando fiotti liquidi tutt’intorno.
Facevano paura soprattutto gli occhi del cronista che per l’orrore gli si erano dilatati fino a sembrare quelli di “Saturno che divora i suoi figli”, una delle tremende “pitture nere” di Goya.

Goya, Saturno divora i propri figli

Anche le sue braccia impressionavano, mulinavano in aria come se cercasse di afferrarsi, senza riuscirci, ad una invisibile protezione.
Cleo, al contrario del sacrestano, non pareva troppo contrita, e doveva invece combattere per ricacciare in gola un pizzicorìo di ilarità che minacciava ad ogni istante di sciogliersi in una risata irrefrenabile.
Taruffi uscì di furia dalla chiesa e, ingrugnatissimo, andò a piazzarsi sul sagrato, sperando che il sole che lo inondava lo asciugasse rapidamente, evitando nel contempo che le minuscole creaturine, sue ospiti, si beccassero una grave malattia da raffreddamento.
“Che sciagura, bagnato addirittura!! Nemmeno mia mamma riusciva a farlo! – latrò ancora fuori di sé – e dire che a quest’ora avrei potuto disintegrare in tutta calma il polpettone della Pensione La Rossa, cavolo di mestiere ingrato…”

Intanto, alla vista della sacrestia mezzo allagata Don Oronzo ebbe una sorta di crisi isterica che tentò di arginare con una fitta mitraglia di giaculatorie mozze, esasperato anche dalla vecchia che, come se non avesse proprio preso in considerazione il suo altolà, si ostinava a riferirgli i suoi precedenti peccatucci contro l’odiata nuora, nell’urgenza di produrne dei nuovi:
Namo sù, che te ‘mporta a te, paroco mio, se te li dico adesso? Namo sù, che ciò prescia. Allora, a quella stronza mezza scema de mì nuora, che voleva convinge mi fijo de fa la pasta mejio de la mamma sua, ciò combrato anche dei bucatini: na gendilezza, no? Pero confesso che li so combrati alla feramenta de Oreste Scartodefero che tene la robba buona… Che rìde! Erano come dei… decoramenti de ghisa, nun ze potevano magnà. Ah ah ah, la stupeda l’ha messi nell’acqua, ma nun se zo cotti mango in quattro ore! Così quando è venuto Bartolo, il cuore mio, figlio de vedova, che so io, stango morto perchè lavora alla fabbrica che produce cocomeri intelligenti, s’è ‘ncazzato de brutto co essa, e io gli ho potuto dire: “Vieni qua, bello de mamma tua, che ce lo sapeva già come cucina tu mojie e t’ha preparato le zucchine, quelle leggere, ripiene co la carne e er cemento armato, quelle che te so sembre tando piaciute…”.

A quel punto fu Tarallo ad andare in soccorso di Don Oronzo, frapponendosi tra il sacerdote, che pareva sull’orlo di un collasso nervoso, e la pertinace Imelde: “Signora, non è il momento, la prego, torni più tardi e potrà confessarsi quanto vuole: potrà riferire più peccati di Belzebù in persona”.
Finalmente riuscirono a buttar fuori la vecchia, che andò a raggiungere sul sagrato della chiesa l’organista appena defenestrato, che per qualche motivo, ignoto perfino a lui stesso, si era trattenuto a bighellonare da quelle parti.
Quanto a Imelde, giudicandolo comunque un uomo di chiesa, si mise a confessare altri gustosi peccati al mediocre strumentista, che, al contrario di Don Oronzo, fu ben lieto di far una buona scorta di pettegolezzi che si sarebbero rivelati una carta preziosa nelle conversazioni da bar.
Frattanto, sgombrato il campo dalla presenza dei non addetti, all’interno della sacrestia si metteva subbuglio negli armadi, frugando ogni centimetro di quei sacri ricoveri in cerca del malignissimo e sfuggente dio egizio.
Ducco, sentendosi in colpa per aver dato mano a Cleo nel riprodurre l’immagine di Horus, si dimostrava particolarmente zelante, al punto che, nel rivoltare furiosamente mucchi di vesti talari, vi si invischiò fin troppo, tanto da ritrovarsi perfettamente rivestito da un abito da messa: pareva, insomma, un celebrante in tutto e per tutto.

Consuelo era al contrario di mano leggera e non aveva bisogno, producendone in proprio, di alcuna luce che illuminasse i severi interni di quegli armadi.
L’occhio acuto della fotografa, come un moderno drone ricognitore, riusciva poi a cogliere sotto le superfici la sostanza delle cose, in modo da risparmiarle la fatica di rovistare con troppa furia.
Fu proprio lei, infatti, ad individuare una strana ombra all’interno dell’ultimo mobile, una linea scura che ricordava un becco di rapace, così, col dito sul naso, fece cenno a tutti di tacere e, a bocca chiusa, invitò il sagrestano e Cleo, che nel frattempo erano stati riarmati con acqua e detersivo, a tenersi pronti a scaricare i secchi.
Un gesto del suo braccio diede infine il segnale e stavolta il lancio idrico fu perfetto: il getto entrò violento nell’armadio dove stette a gorgogliare per qualche istante, poi dei rivoli tumultuosi presero a scorrere in opposta direzione, bagnando il pavimento con un bel po’ di acqua colorata.
“Guardate, è colorata! – strillò, appunto, Afid – ce l’abbiamo fatta: quello scarabocchiaccio si è disciolto finalmente!”

Don Oronzo, sollevato sulle prime dal successo della missione anti Horus, dopo un solo minuto si diede a disperarsi per gli indumenti e gli oggetti sacri che erano stati danneggiati da quella piccola alluvione:
“Ahhh la mia stola rifinita in seta birmana! Ohhh la mia pianeta screziata di pietre dure, regalo di Monsignor Trombetta! Oddìo, è entrata l’acqua pure nella teca con la reliquia del padiglione auricolare di San Porporo, che disastro terribile!”
Tarallo allora tentò di confortarlo spiegandogli che ogni conflitto, giusto o meno che sia, finisce per fare vittime innocenti, ed esortandolo con vigore a proseguire l’azione di recupero martiri:
“Sa bene padre che da un momento all’altro potremmo incappare in una nuova esibizione di Santa Eufronia col reggiseno corazzato d’oro di Madonna. Non è il tempo del pianto, ma di evitare altro rimpianto”.
La rima baciata di Lallo, sganciata del tutto involontariamente, per un secondo lasciò tutti un po’ straniti, ma si rivelò fondamentale per sferzare il drappello all’azione: dovevano ad ogni costo trovare la martire perduta prima che si iscrivesse ad un talent show…

L’ultimo brindisi della serata fu quello dell’Assessore Regionale all’Astrazione Urbana, Vito Viti, il cui solo torto fu quello di proporlo subito dopo aver trangugiato un ultimo e troppo cospicuo boccone di struzzo vitellato in salsa verderosa bretone.
L’incontro tra quel prelibato pezzo di carne con una buona sorsata di Barolotto del 2019, riserva speciale, si tramutò in una lotta armata tra l’elemento solido e quello liquido che, litigandosi lo spazio pur non esiguo del gargarozzo di Viti, provocarono nel politico locale uno strozzamento accompagnato da un incontenibile accesso di tosse.
L’uomo tentò disperatamente di rimanere vivo, barcamenandosi in una situazione ormai dispnoica: strabuzzò infine gli occhi chiedendo aiuto mentre cercava aria, prima che una pioggia di frammenti di struzzo tritati, che riuscì a sparare come proiettili sulla tovaglia, gli liberasse finalmente bocca e vie aeree.
Subito dopo lo shock ebbe un cedimento di gamba che lo costrinse a sedersi: la faccia, madida di sudor freddo, gli si era imbiancata di paura e aveva perso la consueta espressione grifagna da castagna assassina.
Cionondimeno, di spirito pronto com’era, fu in grado comunque di mormorare un flebile e roco ”Alla salute, agli affari!” che commosse tutti i partecipanti alla Commissione Edilizia Regionale, inducendoli ad applaudire convinti.

L’Assessore Regionale all’Astrazione Urbana Vito Viti

Poi la seduta si sciolse in un tourbillon di abbracci reciproci e virili pacche sulle spalle, che non risparmiarono nemmeno le uniche donne presenti in rappresentanza del personale politico femminile, la Dottoressa Candida Prugna, Assessore Comunale al Disdoro della città di ……. e l’Arch. Sofronia Delle Puzze, Dirigente Superiore Regionale con delega per le Sevizie e le Nettezze Urbane.
Il resto della nutrita truppa, in quella Commissione Edilizia, era rappresentato da costruttori che, stanchi di farsi rappresentare da sanguisughe locali, erano entrati direttamente nei vari consigli comunali, diventando in un amen dei politici che avevano orientato puntualmente a loro favore le scelte urbanistiche dei vari comuni.
Le discussioni affrontate furono brevissime e, se da un lato mortificarono fino alle lacrime grammatica e sintassi italiana, dall’altro esaltarono fino a divinizzarla l’idea stessa di concretezza.
I piani approvati in quel consesso, infatti, benedetti oltre che dal Senatore Ciccibon, anche dall‘Onorevole Straccetto, presente alla riunione con due orribili guardaspalle battenti bandiera liberiana, erano stati ovviamente tali da sedare gli appetiti dei convenuti per un congruo periodo del tempo a venire, così la sostanza del successivo congedarsi generale si tradusse in una unanime, festosa, soddisfazione.

I guardaspalle dell’On. Straccetto

Anche Ognissanti Frangiflutti in quella circostanza aveva ricevuto la sua parte di complimenti e prebende per “l’insostituibile ruolo di equilibrio del suo giornalismo nel racconto della contesa politica nel nostro territorio e nell’indicarne gli indirizzi”, ben soddisfatto di quanto certi altri indirizzi, ereditati per lo più dal suo mentore Peppe Cicciafico coi relativi e preziosi numeri telefonici, gli fossero da sempre utilissimi.
Lui e Ciccibon non erano troppo distanti da casa e, tra l’altro, abitavano nella stessa strada, così, preso congedo dagli altri partecipanti, si avviarono insieme nella notte verso le rispettive abitazioni.
Incredibilmente, proprio come aveva immaginato Benny Syracuse, brilli com’erano, procedettero quasi avvinghiati per tenersi in piedi e ad un certo punto intonarono anche “Brividi”, imitando il tossico duo di Sanremo e cazzeggiando con le languide mossettine di Blanco e Mahmood.

Procedevano piano, sbandando di continuo per le risate, e solo uno strano e grande chiarore, che videro baluginare a distanza, proveniente proprio dalla loro zona residenziale, ebbe il potere di bloccarli di colpo e costringerli ad un faticoso passo, quello cioè di tornare a pensare:
“Che accidenti è quella cosa lì?” …

Continua…

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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