Tutto si ricompone a Tarallopolis, parte 4

Volantino alla mano, tutta la banda Tarallo, con l’innesto di un Don Oronzo estenuato dall’ascolto dei peccati della vecchia Imelde, si sbrigò a prendere la via di Trottamonte sul Mezzo, nella convinzione che il talent show serale sarebbe stato l’esca perfetta per accalappiare una santa dal reggiseno corazzato, desiderosa di rifarsi, a colpi di esibizioni musicali, di una lunga esistenza di martirio.
Nell’unica filiale strappoliana della “Società Fatevi un giro”, di Carmelo Barbozza & Figli di Padre Incerto” (la moglie del titolare era una signora vistosa e chiacchieratissima), specializzata nell’affitto di auto di lungo corso, scelsero una station wagon di epoca giurassica, riuscendo miracolosamente ad infilarcisi tutti.
Consuelo, non si fece troppi problemi col motore della venerabile vettura, che emetteva lo stesso stridìo di un esercito di galli morenti e si pose alla guida col solito piglio aggressivo, così, dopo solo un chilometro, Taruffi, fulminato da improvvisi problemi gastrici, rese a Dio gli abbondanti residui del polpettone di Berenice.

Una volta che riuscì ad incastrarsi nuovamente tra le persone sofferenti, strette nell’abitacolo, l’aria che spirava dall’aromatico giornalista si fece ancora più acre, così la bella guidatrice, per potenziarne l’afflusso interno, premette il pedale dell’acceleratore con lo stesso entusiasmo col quale un uomo sano di mente scappa dalla premiazione di un concorso di poesia.
Spinto da una forza superiore, il macchinone preistorico, schivando una pletora di spettatori terrorizzati, arrivò sparatissimo nella piazza di Trottamonte, frenando all’ultimo momento, giusto nei pressi del grande palco, sollevando un polverone.
Sulle prime i nostri non riuscirono nemmeno a scendere perché vennero presi di infilata dal corteo della Banda Comunale “Il Rospo” che se li trovò piazzati di traverso sul suo percorso prestabilito.

Era un variegato ensemble musicale composto da suonatori dilettanti di disparate fasce di età: tanto per dire, il più anziano di loro, il bassotubista Ermes Quattrobotti, era vicino al compiere i novantatre anni e veniva portato avanti in carrozzella mentre si affannava ad insufflare il suo povero raschietto gassoso in uno strumento enorme e pesantissimo.
Per uno dei frequenti tiri mancini della vita, toccava invece al più giovane, Trillo De Boschis, undici anni di criminalità giovanile alle spalle, suonare l’ottavino, ovvero lo strumento più piccolo e leggero della banda.
Tra questi due estremi l’anagrafe dei suonatori si sbizzarriva in ogni direzione intermedia, con stature, facce e membra che sfoggiavano un campionario sorprendente di stranezze e patologie, una biodiversità umana tale da far schiattare d’invidia la foresta amazzonica.
Accerchiati nella station wagon, i tarallisti videro la fila del corteo musicale dividersi, sdoppiandosi e sfilare ai lati della loro automobile senza mai smettere di straziare a volume altissimo e sguaiato le orecchie dei presenti nel raggio di svariati chilometri quadrati.
Anche il secondo tentativo dei tarallisti di abbandonare il relitto motoristico andò a vuoto perché, subito dopo la banda arrancavano le cosiddette “Minorettes Curva Fatale””, un pugno di ragazzine smunte, conciate come delle peripatetiche investite da uno tsunami di piume e lustrini, che si impegnavano in mossette efferate, tutte rigorosamente fuori tempo tra di loro e, soprattutto, rispetto al ritmo sfasato dei suonatori.

Mentre la coda di quelle disgraziate si allontanava tra acclamazioni e nuvolette di brochure svolazzanti, la strada finalmente si sgombrò, dando ai nostri amici la possibilità di sbarcare.
Consuelo, come era lecito attendersi, fece accendere anzitempo le luminarie paesane, i fornelli sotto le pentolone dello stand gastronomico e le megapadelle previste per la salsicciata, ma non fu l’unica figura della comitiva cittadina a stuzzicare la curiosità dei presenti, molti dei quali, per via della sua mise, scambiarono Cleo per una chiromante o per una astrologa, circondandola per avere qualche dritta sul loro futuro.
Per un attimo, prima di incontrare lo sguardo severo di Lallo, ad Afid venne in mente la possibilità di organizzarle un banchetto e tirarci su qualche soldo, ma il fiume di persone che si attardavano in piazza venne proprio allora richiamato dal programma ai suoi obblighi di fede: incombeva, infatti, la celebrazione della Santa Messa Solenne che rapidamente le ingoiò quasi tutte.

Cleo

“Guarda guarda chi è l’officiante – osservò Tarallo, stupitissimo – il nostro vecchio protettore Mons. Angiolo Missitalia! La Curia lo aveva nascosto da qualche parte all’epoca del nostro Fogliaccio rivoluzionario, ma evidentemente deve aver concluso il percorso di pentimento che gli era stato imposto, oppure ha trovato amici in grado di rimetterlo in pista.
D’altronde quel viscido di Mons. Verafè, capo della fazione di Frangiflutti, si è sbrigliato già da qualche tempo…”.
Discutendo di questa novità diplomatica bighellonarono per un bel po’, assistendo poi all’apertura delle bancarelle coi prodotti tipici e i formaggi bovini, ovini, caprini e cretini.
Questi ultimi comprendevano in sostanza tutti gli esperimenti alimentari alla moda, frutto di accostamenti da brivido, assurdi incroci da otto volante dei sapori: formaggi asiago alla vaniglia piperita, gorgonzola alle foglie di pianta carnivora o le immense forme di parmigiano alla noce di cocco.

Taruffi, oppresso da un buco nello stomaco in seguito alla precedente defenestrazione del polpettone, ebbe la debolezza di accostarsi allo stand della Associazione Genitori Assassini del Quartiere Broccarotta e di testare un paio di panini con la salsiccia grigliata, dalla piccanza da podio olimpico.

Nei minuti successivi a quella complessa ingestione cambiò vorticosamente colorito in faccia: gli si stamparono in viso, di volta in volta, colori che lo facevano somigliare a prove di stampa sballate, così fu costretto a spegnere quell’incendio gastrico con un paio di fiaschi di vino dalla dissimulata tossicità.
Il pomeriggio si decise in qualche modo ad arrivare, col suo caldo asfissiante e smorzatempo che nel corso di quelle ore pigre e svogliate li aveva costretti a sedersi al Bar Zellette, sotto un pergolato che gli aveva garantito un minimo di sollievo.
Contemporaneamente ci fu un affannarsi sul palco: tra sibili improvvisi e schioppettate elettriche lancinanti, si sistemavano microfoni e casse di amplificazione per l’inizio dello spettacolo.
Un tizio dalla faccia tanto rubizza da sembrar sul punto di esplodere, vestito da alpino, intrattenne il pubblico, che tornava ad accalcarsi, con storielline umoristiche di epoca remota, ridendo per primo e senza pudore a quelle facezie a salve.

Quando infine venne raggiunto sul palco da una compagnia di sodali, imballati nel medesimo abbigliamento montano, parve toccare il cielo con un dito, ed esultante annunciò:
“Ecco il momento tanto atteso del buonumore e della tradizione: si esibirà per voi il nostro Allegro Coro Alpino!!”
Un solo istante poi, come richiamato dalle viscere della terra, iniziò a levarsi, sempre più nitidamente, un mormorio corale, un muggito lento e progressivo che si sparse lugubre per la piazza, ad onta dell’espressione forzatamente allegra dei cantori.

“Il capitan della compagnia el xe ferito e sta per morire
e manda a dire ai suoi alpini che lo vengan a ritrovar
i suoi alpini ghe mandan a dire che non hanno scarpe per marciar
con le scarpe o senza scarpe i miei alpini li voglio qua…”

Il testo della canzone fece subito giustizia della pretesa allegria dell’esibizione e molti tra i presenti raggelarono prima, poi si divisero equamente tra chi piangeva silenziosamente e chi veniva squassato da singhiozzi irrefrenabili.
Peggio andò con lo scorrere delle parole successive che, tra l’altro, con tutto quel girellare di pezzi di capitano, magari involtolati alla bell’e meglio in carta da giornale, sapevano un bel po’ di macelleria:

“Cosa comanda sior Capitano i suoi alpini eccoli qua!”.
“Io comando che il mio corpo in cinque pezzi sia taglià”.
Il primo pezzo alla mia Patria che si ricordi del suo capitan
Il secondo pezzo al battaglione che si ricordi del suo capitan.

Il terzo pezzo alla mia mamma che si ricordi del suo figlio alpin.
Il quarto pezzo alla mia bella che si ricordi del suo primo amor.
L’ultimo pezzo alle montagne che lo fioriscano di rose e fior!
L’ultimo pezzo alle montagne che lo fioriscano di rose e fiooor!”

Al termine del concerto dell’Allegro Coro Alpino, nell’intero Trottamonte sul Mezzo si respirava la stessa atmosfera, vaga di rimpianto e di malinconia, che ci opprime quando al tramonto nei cimiteri si avvicina l’orario di chiusura.
A quel punto perfino degli odiatori seriali di quel genere di intrattenimento, come senz’altro erano Tarallo e soci, sperarono in un’irruzione veloce e risolutiva del tremendo Karaoke.
Si appressava intanto la sera che, con l’agognato inizio del talent show, prometteva una possibile soluzione del difficile caso dell’evasa Santa Eufronia.

Continua…

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.