Il mio ricordo di Piermario

Piermario è stato per decenni e quasi per definizione il libraio della città. Chiunque abbia mai acquistato un libro avrà certamente scambiato prima o poi due parole con lui. Senz’altro perché Piermario ci teneva a dire la sua sull’autore, sul libro appena acquistato.

Era dunque noto. Ma questo non spiega lo stesso l’emozione e l’affetto che ha circondato la sua morte, per altro da lui stesso annunciata su questa rivista con un articolo commovente, di alto valore poetico e raffinatissimo per l’analisi che compie sulla percezione del tempo di chi si sente prossimo alla fine. 

Ci sentivamo spesso ultimamente sia per consigli sulla scrittura mia e di Bruno Di Marco sia per nostre, intime, riflessioni sui malati oncologici. Era cosciente dell’avanzare del male ma allo stesso tempo, almeno così mi sembrava, sereno. Mostrava come sempre quella sua capacità di essere contemporaneamente dentro e fuori le cose. Dentro con la passione che trasbordava in ogni sua discussione, fuori per la leggerezza con la quale accettava l’esito della discussione stessa.

Nazzareno Ranaldi ha scritto in un post su Facebook che “tutti gli dobbiamo qualcosa”. E non credo si riferisse ai consigli sui libri quanto all’esempio di quella sua autenticità mai inquinata dall’opportunità. Un’autenticità che a volte ce lo faceva sembrare uno ‘straniero’ come il principe Myskin di Dostoevskji, portatore di valori inattuabili. Quando parlavamo della nostra realtà cittadina, lo avvertivo spesso ‘fuori luogo’ per il suo ritenere insignificante tutto ciò che non contribuisse al bene comune. Come se nell’agire politico non fossero presenti anche altre finalità. Ed era proprio questo candore a farti innamorare di Piermario.

Per lui nulla valeva più del bene che, proprio come il principe Myskin, identificava con il bello.

Chiudo con un ricordo minore, lontano nel tempo, interessante perché diede inizio alla sua avventura di libraio. Erano gli anni ottanta e frequentavamo entrambi la commissione cultura del PCI. Un giorno mi confidò che gli sarebbe piaciuto come lavoro fare il funzionario o della CGIL o del partito. Evidentemente aveva un’idea romantica di quel ruolo, che assorbiva tutti i tuoi spazi. Non mi fu difficile convincerlo che non faceva per lui sempre alla ricerca di stimoli in campi tanto diversi fra loro. E a proposito di lavoro, gli consigliai di prendere contatti con le Librerie Riunite di Corso Matteotti appena aperte perché, sapevo, che cercavano un libraio.   

Marcello Ciccarelli, in pensione, attivo solo cerebralmente. Una volta docente e amministratore. Ancora appassionato di matematica e politica.

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