Consigli di lettura: “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi

“Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show…”.

L’incipit de “Il censimento dei radical chic” di Giacomo Papi, suggerisce una lettura inquietante, giacché la narrazione prende le fila da un omicidio che lascia sbigottiti per l’efferatezza della furia insensata scatenata dall’odio; invece il romanzo, da subito, scivola via piacevolmente, con leggerezza mai banale, strappando ben più di una risata.
Dalle prime pagine Giacomo Papi rivela una satira politica sottile, a tratti esilarante, che riesce a toccare corde sensibili e a dar voce ai mali di questa società corrotta dalla mediocrità della politica, nutrita da semplificazioni atte a banalizzare qualsiasi concetto, pur di promuovere la cultura dell’ignoranza, che mette al bando ogni pensiero induca a approfondire, studiare e considerare l’inclusione della complessità come risorsa.

Giovanni Prospero, professore di filosofia, viene ucciso perché, preso dal fervore di un dibattito politico, durante un talk show trasmesso alla televisione nazionale, cita Spinoza; il conduttore lo rimbrotta accusandolo di far sentire il popolo inferiore, di assumere pose da intellettuale, e il ministro dell’interno rincara la dose e lo apostrofa con un “Si vergogni! Lei fa citazioni mentre il popolo muore di fame!”.
Questi brevi passaggi usati abilmente, ricorrendo alla manipolazione del linguaggio, hanno facile presa sui peggiori istinti e scatenano una incontenibile rabbia, da cui prende il via la “caccia” spietata nei confronti di una intera categoria di cittadini, percepita come privilegiata e lontana, quindi nemica del popolo.
Tanto basta ad agitare il furore e la frustrazione di una società funestata da continue istigazioni all’odio, dove il popolo viene, di volta in volta, blandito e addomesticato da politici senza spessore, abili manipolatori, alla stregua dei domatori con le belve in gabbia, capaci di indurre alla furia distruttiva o all’acclamazione, nel circo mediatico dominato dagli istinti bestiali.
L’omicidio del professore, poi, viene preso a pretesto dal Ministro dell’Interno, per istituire un “registro nazionale degli intellettuali e dei radical chic”, ufficialmente allo scopo di dar loro protezione dalla ferocia della gente, nella realtà, invece, per schedare una categoria di persone istruite, quindi potenzialmente insidiose per il potere, con l’intenzione di metterle al bando, ghettizzarle, così come, la storia ci insegna, si fa contro tutti coloro che sono invisi al regime.
Ultimo baluardo di civiltà, che possa ancora instillare la capacità di elaborare un pensiero, di porsi degli interrogativi, presupposto alla conoscenza, rimane il linguaggio; per questa ragione, percependone il potenziale rivoluzionario, anche le parole vanno attaccate, smontate, rottamate e il dizionario della lingua deve essere ridotto all’osso, cassato di tutte le espressioni meno usate, dei congiuntivi e dei condizionali, della varietà di aggettivazioni, delle possibili metafore o interlocuzioni.

In breve direi che il pensiero viene privato del suo nutrimento, quindi indotto a perire.
A tale scopo viene istituita una “Autorità Garante per la Semplificazione della lingua” che, grazie a solerti funzionari, si metterà subito all’opera, reclutando personale dalle provenienze improbabili.
Da segnalare le esilaranti note a fondo pagina del libro, una censura bizzarra delle espressioni usate nel romanzo, secondo l’ottica della semplificazione adottata dal funzionario redattore Ugo Nucci, il quale però non resisterà e si farà scappare spesso la mano, sino all’ammutinamento finale.
Il pensiero rende liberi e, prima o poi, può trovare uno spiraglio anche nelle menti più condizionate.
E qui mi taccio, per non svelarvi altro!
Sappiate solo che, Olivia, figlia del professore, ci guiderà attraverso questa vicenda, alla ricerca di spunti e riflessioni, attraverso incontri e dialoghi con gli amici di suo padre, con cui intratterrà alcune conversazioni che mi hanno particolarmente colpita, giungendo significativamente al cuore del problema.
“Il censimento…” insomma, è un libro assolutamente da leggere, sia perché l’autore, Giacomo Papi, riesce in modo divertente ad affrontare il tema dell’ignoranza come scelta, badate bene, non più solo come condizione, sia perché le parole e la complessità del linguaggio, retaggio di secoli e secoli di cultura, riescono comunque a sopravvivere, a difendersi dalla distruzione messa in atto dal potere, per riemergere dalle nebbie. Questa resistenza, dunque, dettata dalla volontà di tramandare e salvare le parole, diviene simbolo di un possibile riscatto, indicando la strada per non soccombere al vuoto cosmico di una deriva culturale, attentato alla capacità stessa di pensare.
Rifondare i luoghi del pensiero, riassumere la complessità, che è ciò che racchiude in sé la diversità, e si oppone per sua natura al rischio dell’omologazione del pensiero unico, è la strada maestra per la salvezza, a conclusione di una storia coinvolgente che, a parer mio, da un lato rivolge lo sguardo alla memoria Orwelliana, dall’altro lo rivolge alla realtà politica attuale, che ritroviamo ben riconoscibile nei tratti distintivi di alcuni personaggi che certamente non vi sfuggiranno.
Buona lettura!

Giacomo Papi (Milano 1968) è giornalista, scrittore e autore televisivo; dirige inoltre la scuola di scrittura milanese Belleville e il sito di racconti Typee, collegato alla scuola. Ha pubblicato Era una notte buia e tempestosa (Baldini & Castoldi, 1993), Papà (Pratiche, 2002), Accusare (Isbn, 2004). Per Einaudi ha pubblicato È facile ricominciare a fumare (2010), I primi tornarono a nuoto (2012), I fratelli Kristmas (2015) e La compagnia dell’acqua (2017). Con Feltrinelli ha scritto Il censimento dei radical chic (2019) e Happydemia (2020). Scrive su «D di Repubblica» e lavora a Che tempo che fa.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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