Democrazia in crisi: rifondare i luoghi del pensiero

La democrazia è stata considerata un punto d’arrivo, il traguardo raggiunto contro l’autoritarismo, il migliore dei regimi possibile, e via via tante sono state le definizioni utilizzate per indicare questa forma di governo verso cui tendere.
A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, infatti, essa ha conosciuto una ascesa costante, poi però è cominciata una inversione di tendenza, il cui trend negativo è sintomo di una profonda crisi che oggi ha raggiunto un livello preoccupante.
Probabilmente è stato errato considerare la democrazia un punto d’arrivo, mentre è stata sicuramente un buon punto di partenza, non fosse altro perché, una volta raggiunta, deve essere continuamente protetta, ampliata e maturata per divenire efficace: la democrazia non si esplicita esclusivamente con la partecipazione al voto, sancito dall’art. 48 della Costituzione, ma nel suo esercitarsi deve esprimersi con una serie di buone pratiche che hanno come punto d’arrivo la partecipazione al voto quale diritto/dovere civico.

La democrazia nella nostra società è continuamente minata alle fondamenta da alcuni mali endemici: la corruzione della classe dirigente, la crisi dei partiti politici, sempre meno in grado di portare a ricoprire cariche istituzionali, persone capaci di guidare il Paese.
C’è poi l’antipolitica, ovvero la delegittimazione della classe dirigente da parte dei cittadini, che non credono più nella democrazia perché non si sentono rappresentati, né tanto meno tutelati a causa dell’aumento della diseguaglianza sociale, scontenti e preoccupati di perdere il posto di lavoro, incattiviti dalle disparità tra coloro che godono di ampie garanzie e quelli che invece non ne hanno affatto, disillusi, insomma, da politici che fanno promesse impossibili da mantenere.

L’astensione alle elezioni è una spia di questo malessere; di fatto stiamo scivolando nel non voto e se da un lato abbiamo antipolitica e populismo che riescono ad attrarre facile consenso elettorale, dall’altro troviamo la rinuncia a esercitare il diritto di voto da parte di tutti coloro che non si sentono rappresentati.
Questo connubio è davvero pericoloso perché la classe politica dei facili consensi si costruisce, anzi lucra proprio, sulla disaffezione al voto. Se l’antipolitica e il populismo catalizzano larghi consensi, contestualmente il non voto dichiara la crisi stessa della società da parte di coloro che rinunciano a un diritto fondamentale, alimentando la disgregazione del quadro sociale.

«Si ha un bel dire – notava Gustavo Zagrebelsky, noto giurista, – che, astenendosi, i cittadini reagiscono in quel modo al degrado della politica “lanciando segnali”: nel frattempo, però, non fanno altro che dare maggiore potere a coloro contro i quali vorrebbero dirigere la loro protesta».

Dice Giuseppe De Rita, sociologo, che i motivi dell’astensione non sono soltanto quelli più noti, ma che essa è riconducibile oggi anche a un “elettorato indifferente a quel che avviene nella vita comunitaria, appiattito sulle proprie scelte personali, quasi prigioniero di un sopore difficile da smuovere: un elettorato senza condivisione di sentimenti collettivi.
Proprio in ragione di ciò, possiamo affermare che l’elettorato manca perché manca il progetto e la visione che la politica dovrebbe essere capace di costruire. La politica invece si è ridotta a confezionare un prodotto (e non un progetto e una visione) che vada nella direzione dei sondaggi, e allora si lanciano slogan cui non corrisponde nulla, si fanno promesse, si dà addosso all’avversario mettendone in luce contraddizioni e difetti, ma non c’è un serio e approfondito programma, dedicato a mettere in luce gli orientamenti in base ai quali si dovrà scegliere da una parte e dall’altra.
In un quadro del genere, in una società, cioè individualista e poco incline a una visione e a un pensare insieme, è evidente quanto sia difficile costruire sentimenti collettivi.

È la crisi della politica che mette a nudo la crisi della partecipazione democratica; in ragione di ciò abbiamo una riduzione progressiva di spazi pubblici o privati, deputati al confronto, nei quali i cittadini possano esprimere dei valori e analizzare le leggi che dovrebbero guidarli, possano fare politica in un’agorà aperta a confronto e discussione, evidenziando problemi privati che assumano una evidenza pubblica e che possano essere portati all’attenzione delle istituzioni.
Mentre dovremmo concentrarci nello sforzo di riportare il potere nell’ambito dello spazio pubblico gestito politicamente, gli spazi continuano a ridursi, e quei pochi spesso sono vuoti o frequentati sempre dalle stesse persone; il loro scadimento, oltre alle ragioni di cui sopra, è anche dovuto alla irrilevanza di qualunque cosa accada all’interno di essi, e quindi: dove sta l’istituzione capace di tradurre in realtà le decisioni dei cittadini?
Restituire importanza, dignità e valore a questi spazi di confronto e condivisione, siano essi rappresentati da movimenti civici o da partiti, da associazioni o comitati, quartieri o borghi, significa restituire significato alla partecipazione e rigenerare la democrazia in crisi, ma se le decisioni di fatto vengono prese in un altro spazio distante dall’agorà, e il luogo dell’elaborazione e del confronto non ha alcun peso nell’orientamento delle scelte perché il potere reale rimane a distanza di sicurezza dalla politica, il declino della democrazia proseguirà inarrestabile ed essa sarà completamente svuotata di contenuti e ridotta ad una pratica tutta esteriore.

Scrive Zygmunt Bauman “Viviamo nell’epoca post ideologica o post utopica, questo non dovrebbe farci sentire orgogliosi, e invece… avere barattato la preoccupazione per il bene pubblico con la libertà di perseguire l’appagamento personale, non è certamente un vantaggio: dobbiamo ripensare una società buona”.

La ricerca della felicità, anche se molta gente non ci arriva, passa in realtà dalla costruzione di una società buona, ovvero una società fondata su valori quali bene pubblico, equità, inclusione, giustizia, ma queste idee non hanno alcun senso se non sono condivise e coltivate con altri.
Dobbiamo perciò rifondare i luoghi deputati al pensiero, alla scambio e partecipazione, costruire valori condivisi e ripartire da forme di sodalizio umano fondate sulla libertà di pensiero e azione, così come la politica deve esigere, e fare in modo che esse diventino luoghi di elaborazione capaci di orientare gli indirizzi del potere.
Solo così la democrazia avrà il suo respiro, richiamando alla responsabilità solidale i cittadini, farli consapevoli della possibilità di incidere sul proprio futuro passando per la capacità di ripensare una società buona.
Credo sia questo il ruolo di cui ci si deve riappropriare: il segreto di una buona città sta nell’offrire alle persone la possibilità di assumersi la responsabilità dei propri atti in una società, e non in un mondo omologato, dove regna un ordine prestabilito.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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