Io e Grace

Il Cinema Farnese, quello che sta a Roma a Campo de’ Fiori, tra tutti era il nostro preferito

Il cinema Farnese a Roma, piazza Campo De’ Fiori

Era un cinema d’essai, ci proiettavano i film che altri cinema non mettevano in programmazione, oppure quelli già vecchi, che venivano riproposti più volte.

Ricordo di aver visto, proprio in quel cinema, tanti dei film che mi sono rimasti nel cuore.
Tra gli altri: “Barry Lyndon”, “Apocalypse now”, “Taxi Driver”, “Arancia Meccanica”, “il cacciatore”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Harold e Maude”, “Pat Garrett e Billy the Kid”, “Frankenstein Junior” e “Zabriskie Point”.

Nelle giornate invernali, fredde e piovose, quello era uno dei nostri rifugi e spesso vedevamo i film più di una volta nella stessa giornata.

Il Farnese aveva un aspetto divertente, un po’ bohémienne: sedie di legno durissime e scomodissime, una foschia stagnante fissa, perché all’epoca non era vietato fumare, e poi…

E poi c’erano le cazzate!

Sì, si sparavano cazzate, specialmente quando i film erano brutti o un po’ monotoni, pallosi insomma.

È un fatto notorio che il romano sia piuttosto sarcastico ma lì, a volte, era davvero

uno spiscio!!

Ti ritrovavi a ridere con le lacrime agli occhi durante un film drammatico, a causa  della cazzata che aveva sparato uno seduto vicino a te!

Naturalmente la parte del leone per quanto ci riguardava la facevano i film musicali.
Ricordo alcuni titoli diventati epici: “Pink Floyd a Pompei”, “Stamping Ground”, “La Vallée” (il film con la musica tratta dall’album dei Pink Floyd “Obscured by clouds”), “The Rocky Horror Picture Show”, “Hair”, “Nashville”, “Cabaret”, “Tommy” e tanti altri.
Ma uno su tutti era il nostro film cult:

“WOODSTOCK”

Vedere così tanti grandissimi musicisti tutti insieme, era una gioia per gli occhi e una benedizione per le orecchie. C’erano tutti o quasi tutti quelli che mi piacevano: Santana, Canned Heat, Janis Joplin, Joe Cocker, Ten Years After, Grateful Dead, The Who, Jonny Winter, Crosby Stills Nash & Young, Jimi Hendrix e i Jefferson Airplane.

Ma il momento che più attendevo era l’arrivo sul palco di Grace Slick, con quella sua faccetta dolce, acqua e sapone, la voce da leonessa e QUEL VESTITINO che è rimasto nella memoria di chiunque, sulla crosta terrestre e altrove, abbia visto quel film.

Il vestito con le frange di Grace al Rock and Roll Hall of Fame Museum di Cleveland, Ohio.

Immagino quanto dolce sia stato il risveglio a Woodstock quando alle otto di mattina sul palco si presentarono i Jefferson Airplane e LEI, con quella sua mise beige tutta frange e grossi bottoni che lasciava intravedere il suo corpo

mentre con la voce potente cantava una canzone che aveva composto fra il 1965 e il 1966, un capolavoro che diventò il manifesto stesso del Rock acido e psichedelico della fine degli anni ’60, con un crescendo irresistibile, sulle orme del Bolero di Ravel, che si interrompeva in modo brusco e inaspettato.

“White Rabbit”

The White Rabbit da un disegno di Grace Slick

La celebrazione della cultura hippie che guardava alle nuove droghe come mezzo per espandere la mente alla ricerca di una dimensione interiore alternativa e che faceva espliciti riferimenti a viaggi (trip) attraverso LSD e funghi allucinogeni.
I personaggi di Carrol e del suo “Alice nel Paese delle meraviglie” volevano essere dunque la metafora di queste esperienze lisergiche.

White Rabbit (Grace Slick 1965/66) 

One pill makes you larger,
and one pill makes you small
And the ones that mother gives you,
don’t do anything at all
Una pillola ti fa diventare più grande,
e una pillola ti rimpicciolisce
E quelle che ti dà tua madre,
non hanno alcun effetto
Go ask Alice,
when she’s ten feet tall
Prova a chiederlo ad Alice,
quando è alta dieci piedi
And if you go chasing rabbits,
and you know you’re going to fall
Tell ‘em a hookah-smoking caterpillar
has given you the call
E se tu vai a caccia di conigli,
e ti accorgi che stai per cadere
Dì loro che un bruco che fuma il narghilè
ti ha mandato a chiamare
And call Alice,
when she was just small
E chiama Alice,
quando è proprio piccola
When the men on the chessboard
get up and tell you where to go
And you’ve just had some kind of mushroom,
and your mind is moving low
Quando gli uomini sulla scacchiera
si alzano e ti dicono dove devi andare
E tu hai appena preso qualche specie di fungo,
e la tua mente sta affondando
Go ask Alice,
I think she’ll know
Prova a chiedere ad Alice,
penso che lei saprà (la risposta)
When logic and proportion
have fallen sloppy dead
And the white knight is talking backwards
Quando la logica e le proporzioni (delle cose)
sono cadute morte al suolo
E il cavaliere bianco sta parlando all’incontrario
And the red queen’s off with her head
Remember what the dormouse said
Feed your head, feed your head
E la regina di cuori ha perso la sua testa
Ricorda quello che aveva detto il ghiro:
Alimenta la tua mente, alimenta la tua mente

Testo originale di Grace Slick trascritto da Frantic Freddy / © RCA Records
 
 

Grace Slick e i Jefferson Airplane a Woodstock “White Rabbit”

Ora lo posso ammettere:

ero innamorato perso di Grace Slick

Nato lo scorso millennio in quel luogo che, anche da Jovanotti, è definito l’ombelico del Mondo, Klaus Troföbien alias Carlo De Santis è ritenuto un vero cultore ed esperto di filosofia e costume degli anni 70/80.
È un ardente tifoso della squadra di calcio della Roma, ma non di questa odierna semiamericana e magari presto cinese, ma di quella di Bruno Conti, Ancellotti, Di Bartolomei, di quella Roma insomma che allo stadio ti teneva 90 minuti in piedi e 15 minuti seduto; è inoltre un collezionista seriale di oggetti vintage che vanno dalle cartoline alle pipe, dalle lamette da barba ai dischi in vinile.
I suoi interessi sono la musica pop rock blues psichedelica anni ’70/’80, la fotografia, la cultura hippie, i viaggi, la moto, il micromondo circostante.
Grazie ad una sua fantasmagorica visione è nata Latina Città Aperta, della quale è il padre, il meccanico e il trovarobe.
Politicamente è stato sempre schierato contro.
Spiritualmente, umilmente, si colloca come seguace di Shakty Yoni, space wisper di Radio Gnome Invisible.
Odia rimanere chiuso nell’ascensore.
Da qui la spiegazione del suo eteronimo.
Un pensiero criticabile ma libero, una mente aperta a 359 gradi.
Ma su quel grado è intransigente.

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