PER QUESTO 2019, NON CREDETE AI POETI

Di tanti possibili buoni propositi per il 2019

io non ne propongo alcuno, né vorrei fare auguri già scontati. 
Tra tante parole beneauguranti e inviti a fare questo o quello, ricordando doveri e piaceri della nostra vita umana, io vorrei qui proporvi la seguente esortazione:  non credete ai poeti.

“I poeti che strane creature, ogni volta che parlano è una truffa”,

cantava Fabrizio De André in una canzone molto popolare scritta da Francesco De Gregori.
Se poi ogni volta che parlano sia davvero una truffa, credetemi, è perché sono i poeti i primi ad essere stati “truffati”.

Fabrizio De André “Le storie di ieri”

Di tanta solitudine essi sentono il cappio al collo e cercano nei versi il proprio respiro, l’ossigeno da inalare affinché la vita rifluisca loro nelle vene.
Perché i poeti sanguinano davvero, poi bevono vino rosso che si dice faccia buon sangue, e sono pronti a ricominciare a sanguinare.
Si ubriacano di vita, persino quando la vivono di lontano: è sufficiente sentirne il profumo,  anche se esso provenga da fiori che si rivelino essere di plastica, basta il ricordo dei petali che furono, per suggerire malinconia di primavere.

I poeti sono capaci di scatenare tempeste in un bicchiere e riescono persino a fare naufragio dal piccolo grembo di un mare suggestivo, perché dentro si portano un oceano sconfinato che può essere evocato addirittura dalle più piccole faccende quotidiane e dagli affanni tesi dallo star dietro a una vita che sembra sempre in bilico sull’orlo di quel bicchiere. 
Ma se i poeti amano, però, lo fanno senza limiti, dal dramma di non essere compresi o dal disappunto di esserlo stati troppo bene per essere scivolati sulla mota viscida, caduti e inzaccherati dalla fanghiglia del vissuto, che non ha mai risparmiato neanche loro.

Non credete ai poeti, sappiate che mentono prima di tutto a loro stessi, tanto sono sinceri, e almeno in ragione di questa sincerità, che non fa di loro dei truffatori, vi consiglio di prestare loro fede e di farlo come quando da bambini la maestra ci faceva mandare a mente la poesia e, una volta imparata a memoria, ci disponevamo docili al rito della declamazione, in piedi sulla sedia, davanti al pubblico estasiato di nonni, genitori e amici vari.
Un rito un po’ istrionico, quasi giullaresco al quale anche i poeti si prestano sovente, leggendo un’inezia di versi in pochi istanti, versati nel bicchiere di un pubblico di commensali perché se li bevano tutti d’un fiato, brindando insieme alla nostalgia.

I poeti declamano senza pensare, quasi a voler eludere il senso delle parole che potrebbero far sussultare ancora il loro cuore.
Allora le staccano dalla lingua, senza farle passare per lo stretto imbuto della mente.
Declamano come quando si sfoglia una margherita, con il gesto meccanico delle dita, e solo alla fine si interrogano sul responso: che ci ami oppure no.

Soltanto allora si srotola l’applauso dei commensali ebbri del vino di parole che scioglie solo la tensione, mai la malinconia.

Allora, datemi retta, per questo 2019 che va ad incominciare, non credete ai poeti ma ubriacatevi di poesia.

Fresia Erèsia e tutta Latina Città Aperta vi augurano un meraviglioso 2019




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