Il mio Gaber, un antidoto alla solitudine

Giorgio Gaber

In occasione del compleanno di Giorgio Gaber, che proprio oggi 25 gennaio 2019 avrebbe compiuto ottanta anni,
LATINA CITTÀ APERTA
ha pensato di rendergli omaggio ripubblicando questo bellissimo articolo della nostra Nota Stonata.
BUON COMPLEANNO SIGNOR G!

Ho scoperto il signor G per caso.
L’ho scoperto con il suo teatro canzone, quando non era più il Giorgio Gaber della TV in bianco e nero, quello della ballata del “Cerutti Gino”, ed era già il Gaber più intellettuale, quello che rifiutava l’omologazione.
Si era confinato in volontario esilio dalla televisione “che rende tutti scemi” e irrideva l’ipocrisia del mondo piccolo borghese, smascherandone le piccole miserie e la vacuità.
Era il Gaber dei testi scritti con Sandro Luporini, quello dei monologhi teatrali sottolineati dalle canzoni, musica che si faceva appassionata invettiva, aspra critica e confessione ironica:

la sua lucida presa di coscienza contro la borghesia, i suoi riti e i suoi travestimenti.

Con lui ho scoperto la genialità creativa di un uomo che non ha mai smesso di riflettere e di usare l’introspezione più profonda per sfuggire all’omologazione:

«Guardo molto dentro me stesso. Non è rabbia: è autoanalisi. Serve a farmi capire gli altri, ma serve anche a me per resistere all’omologazione imperante».

Il Signor G

Era dunque un tipo tutt’altro che omologato, il signor G, e qui non vorrei ripercorrere ancora la sua biografia, quella la si può cercare e trovare ovunque, e non mi soffermerei nemmeno sulle sue opere.
L’idea è invece quella di lasciare un piccolo ma sentito tributo a un artista che è mancato quindici anni fa.
Se fosse ancora qui oggi, troverebbe certamente le parole giuste per raccontare anche l’ultima evoluzione della nostra società, la fase ancora in corso, per smascherare le finzioni di un mondo ormai troppo virtuale per non essere in gran parte vuoto.
Saprebbe svelare il miracolo del falso che diventa vero in virtù della tecnologia spersonalizzante, qualcosa che più di sempre ci omologa al ribasso, perché stiamo perdendo progressivamente gli strumenti culturali per arginarne gli effetti più dirompenti.
«Il falso è misterioso e assai più oscuro se mescolato insieme a un po’ di vero».

In Gaber ciascuno, se lo volesse, potrebbe riconoscere una parte di sé, quello che meglio o peggio ci calza di ciò che ci mostra o ciò che ci rimane appiccato addosso.
Possiamo evitare di notare la nostra somiglianza con le sue maschere contemporanee, possiamo rifiutare di riconoscervi i nostri difetti e quelli del mondo che ci permea, possiamo anche arrabbiarci, se vogliamo, con chi – irridente – ci mostra il nostro vero volto.
Ma dovremmo infine piegarci all’evidenza di quello che Gaber va svelando: la natura umana spogliata dell’abito di ipocrisia che le abbiamo cucito addosso.
E potremmo usare lui per esplorare le nostre dissonanze, le discrepanze tra noi e una realtà quasi sempre preconfezionata, quelle tanto acute da farci sentire in scadenza, altri prodotti da consumare.

Un artista diventa di tutti soprattutto dopo la sua scomparsa, quando non può più replicare.

Finisce per appartenere ai detrattori come agli ammiratori, anche a quelli dell’ultima ora: ci si appropria di lui, ci si scopre riflessi nelle sue parole o si rinnega quel riflesso per vergogna, liquidando ciò che lo provoca come l’eccentricità del giullare in cerca di una risata.
Magari solo per questo lo si assolve, sempre che lo si assolva.

Ma l’artista è anche quello che ci fa sentire meno soli perché parla di sé mentre parla di noi.
Così io, in quella sua unica moltitudine, per caso, tra tutti

ho scoperto il mio Gaber, un piccolo antidoto alla mia stessa solitudine.

Ho trovato quello adatto a me, quello col sorriso dolce, la simulazione di un’allegria dalla piega amara e con la gestualità ampia e coinvolgente.
E quando ti ci confronti ti pare di aver spazzato via tutti i tuoi dubbi, restando contemporaneamente col dubbio di non averlo capito bene sino in fondo. L’effetto sorpresa ogni volta ha questo retrogusto e non è certo un caso che Gaber amasse Pessoa e di Pessoa si contaminasse:

«Molti hanno aperto le ali senza essere capaci di volare, come gabbiani ipotetici».

Cosa rimane quindi dei quindici anni senza Gaber? Resta l’artista che non si può etichettare, né contenere, come sempre accade coi liberi pensatori, resta l’uomo che, accusato di fare filosofia spicciola dai piccolo borghesi salottieri, intellettuali e non, ossequiosi o meno che si sentissero, sintetizzava perentoriamente il rapporto col potere più discutibile:

«Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”.

Ha concluso da disilluso la sua esperienza di militante, il fideismo delle adesioni acritiche certo non gli apparteneva, e sempre in seguito, nonostante tanti tentativi, sono risultate vane le forzature di chi avrebbe voluto ricondurlo ad una parte.

Lui sempre fuori moda,

dissidente della cultura presunta tale, diceva:

«Ci sono due tipi di artisti: quelli che vogliono passare alla storia e quelli che si accontentano di passare alla cassa».

Lui sicuramente diverso, scomodo e isolato, non è mai passato all’incasso, pagando invece e fino in fondo il prezzo dovuto alla sua unicità geniale, volendosi mantenere sempre

“libero come un uomo”



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5 commenti su “Il mio Gaber, un antidoto alla solitudine

  1. Circa 40 anni fa ero in viaggio di nozze e mi trovavo a L’Aquila e andai, insieme a mia moglie, a vedere uno spettacolo di Giorgio Gaber al teatro più importante della città.Gaber cantò tutte le canzoni del suo repertorio, che sono le stesse che continua a cantare oggi. Lo spettacolo fu così entusiasmante che applaudii almeno per cinque minuti di seguito.La canzone che mi piacque di più fu “La libertà” ma mi piacque molto tutto lo spettacolo che era intitolato :”Dialogo tra un impegnato ed un non so”.Gaber era già molto famoso ed applaudito nei maggiori teatri italiani. Anche mia moglie fu favorevolmente impressionata, come tutto il pubblico.Comprai il disco che conteneva il dialogo e da allora l’ho ascoltato un’infinità di volte.

    1. Grazie Maurizio per la tua testimonianza. Gaber è stato un grande artista, nonostante sia venuto a mancare da 15 anni, ancora oggi ha molto da dire. Basta riascoltare le sue canzoni, guardare i filmati dei suoi spettacoli teatrali, leggere i suoi monologhi per accorgersi del suo valore e della forza dirompente di questa sua introspezione, nel trattare i temi più diversi.

  2. Giorgio Gaber, pseudonimo di Giorgio Gaberščik (Milano, 25 gennaio 1939 – Montemagno di Camaiore, 1º gennaio 2003)…mie stesse origini slovene, anarchico, antisistema come forma di controllo, controcorrente, ispirato dalla conoscenza del genere umano facile preda dei pifferai magici. Purtroppo, alla mia eta’, sono pessimista in merito alla deriva demagogicopopulista. 🙁

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