Vikas Swarup e le domande della letteratura indiana contemporanea


“Bel titolo – pensai, rigirandomi tra le mani quel libro appena uscito – breve e stuzzicante”. 

Il titolo che aveva destato la mia curiosità apparteneva ad un romanzo di un autore a me assolutamente sconosciuto, Vikas Swarup, ed in effetti aveva molto a che fare con la curiosità, dato che si chiamava: “Le dodici domande”. L’immagine di copertina, molto colorata, rimandava all’Oriente, ma anche il nome dell’autore mi faceva pensare all’India.

Verificai subito che in effetti Swarup era di nazionalità indiana. Con la mente riandai alle mie precedenti letture, alle mie frequetazioni della  letteratura indiana: non erano state moltissime, a dire il vero.
In Italia, quando si pensa all’India, vengono in mente soprattutto opere di autori occidentali che rimasti affascinati dalla sua cultura, e soprattutto dai suoi aspetti mistici e religiosi, vi si sono accostati con l’entusiasmo e la partecipazione di chi scopre un universo precedentemente immerso nel mistero.

Beatles in India al seguito di Maharishi Mahesh Yogi

Negli anni Settanta poi, in seguito alla forte spinta pubblicitaria della celebre spedizione dei Beatles in India al seguito di Maharishi Mahesh Yogi, prese il via una vera e propria “moda indiana”, caratterizzata dall’abbraccio indiscriminato del misticismo locale da parte di tantissimi occidentali, sostanziosi  numeri di consumatori lasciati dalle aggressive società capitalistiche in un grande vuoto di valori che evidentemente non veniva più arginato dalla morale cristiana. Così un mondo religioso e culturale esotico e sconosciuto, finiva inevitabilmente per offrire maggiori attrattive: incuriosiva molto di più.
E allora, se da un lato frotte di fricchettoni nostrani invadevano quella grande nazione dando vita ad un Grand Tour all’insegna di un orecchiamento frettoloso della sua cultura religiosa e filosofica, orde altrettanto nutrite di santoni e vicesantoni, dall’India si spostarono in America e nelle nostre grandi capitali europee per diffondere mille forme diverse e concorrenziali di meditazione, di yoga e di altri prodotti di quel  misticismo nuovo di zecca.

Il fenomeno produceva un business dai numeri rilevanti. In Occidente, come in una rigatteria della cultura, si arraffava tutto ciò che parlasse di filosofie orientali o di argomenti ad esse in qualche modo affini, si raccattava anche la paccottiglia: eravamo all’alba della cosiddetta new age. In Italia, oltre ai vari manuali di meditazione ed ai testi classici indù, spopolava un libretto agiografico non proprio irresistibile di Hermann Hesse, “Siddharta”: difficile beccare un giovane italiano di quel tempo che non l’avesse letto. Certo, a questa poderosa corrente principale, che arrivava alla cultura indiana approcciandola con l’atteggiamento superficiale delle società dei consumi, facevano da contraltare esperienze di incontro con essa serie e rispettose, come quella di Pierpaolo Pasolini, ad esempio, che dal suo viaggio in India con Moravia trasse un libro reportage bellissimo e poetico, “L’odore dell’India”, ed un film altrettanto memorabile: “Il fiore delle Mille e una notte”.

Pierpaolo Pasolini durante un viaggio in India nel 1967

C’è da osservare però che a dispetto di questa imponente dimostrazione di interesse da parte delle nostre società occidentali per la cultura filosofico religiosa indiana, rimaneva quasi del tutto sconosciuta, al contrario, la produzione letteraria contemporanea dell’India, largamente trascurata dalla editoria nostrana, e con i suoi autori maggiori tradotti pochissimo dalle nostre parti.

Arundhati Roy

Rigirando tra le mani “Le dodici domande”, non potei fare a meno di ripensare a qualche nome di scrittore, a qualche romanzo indiano che avevo letto in precedenza: fu facile ricordarmene, erano pochi quei libri, ma molto buoni. Innanzitutto i romanzi di R.K. Narayan, realistici e trasognati insieme; quelli di Chitra Banerjee Divakaruni: “La maga delle spezie” e soprattutto “Sorella del mio cuore”, splendidi e poetici, ed infine “Il dio delle piccole cose”,  opera prima e capolavoro della giovanissima Arundhati Roy. 
Era chiaro che una nazione così grande e dalla cultura così antica dovesse produrre chissà quante altre importanti opere letterarie anche se l’editoria italiana non era così solerte nel pubblicarle. La lettura de “Le dodici domande” confermò l’ovvia ipotesi ed io finii per scoprire un altro sicuro talento narrativo indiano.

Vikas Swarup

Protagonista del romanzo è Ram Mohammad Thomas, un giovane di basso ceto, cresciuto in una immensa baraccopoli. Nella sua breve vita, facendo il cameriere presso molte case, è già passato per varie peripezie e, soprattutto, cambiando spesso padroni e ambienti, ne ha già viste di tutti i colori. Dopo aver risposto correttamente a tutte e dodici le domande di un quiz televisivo, vincendo una somma così enorme da pregiudicare forse la stessa sopravvivenza dell’emittente, viene arrestato e torturato dalla polizia. L’ipotesi formulata nei suoi confronti è quella di truffa: la sua infima condizione sociale e culturale non gli avrebbe permesso, secondo l’accusa, di conoscere le risposte, portando le autorità a sospettare qualche trucco.
E invece, in dodici densi, divertenti ed emozionanti capitoli, corrispondenti ciascuno ad una delle domande poste al ragazzo, si scopre che la sua già vasta esperienza di vita lo aveva effettivamente messo in condizione di rispondere, di sapere davvero quelle risposte.
La fortuna aveva semplicemente voluto che gli fossero poste le domande giuste.
Ram verrà salvato dal suo avvocato, una misteriosa, generosa e affascinante ragazza, e potrà così incassare la sua enorme vincita.

The Millionaire (film 2008) tratto dal romanzo “Le dodici domande” di
Vikas Swarup

Il romanzo è uno straordinario affresco dell’India di oggi, un paese meraviglioso ed orrido, dagli enormi contrasti, in cui passato e presente convivono ancora precariamente e nel quale la religione può ancora segnare il destino degli individui. Vi si descrive una realtà fatta di disparità vistose in cui all’aroma dell’incenso si mischia quello delle fogne: ai brindisi nelle ville esclusive si contrappone il brulicare grigio di vita degli immani condomini cittadini.
E’ un mondo millenario in mezzo al guado di un cambiamento epocale: I tantissimi straccioni, brulicanti negli slums cittadini, segnati dalla povertà e dal peso del vecchio sistema di caste, intravedono il nuovo, e con esso la possibilità di cambiare il proprio destino usando Internet e le nuove tecnologie, o magari come Ram, con un colpo di fortuna ad un popolarissimo telequiz. Il romanzo, fresco, drammatico e divertente ad un tempo, è stato scritto in inglese durante uno dei tanti soggiorni londinesi dell’autore ed ha riportato un grande successo internazionale. Ne è stato tratto il film, premiato con ben otto Oscar, “The millionaire”, campione di incassi in tutto il mondo.

The Millionaire (film 2008)

Vikas Swarup, scrittore che dopo quel nostro primo incontro mi divenne caro, è nato ad Allahbad nel 1963. Dopo la laurea ottenuta nell’università della sua città natale, è  divenuto un diplomatico di carriera e uno scrittore per caso e per talento.
Per via del suo lavoro per il Ministero degli Esteri Indiano, ha prestato servizio in molte ambasciate del suo paese, sparse un po’ ovunque: Ankara, Addis Abeba, Londra e Pretoria, ed è stato anche Console Generale dell’India a Osaka, in Giappone.
Nel 2008, il suo secondo romanzo, “I sei sospetti”, tradotto in più di trenta lingue, ha confermato in pieno la qualità letteraria dell’autore, come pure la sua terza prova narrativa, “Apprendista per caso”.
Anche queste opere, come il suo splendido romanzo d’esordio, raccontano l’India come un mondo conteso tra passato e presente, popolatissimo, affascinante e contraddittorio.

Vikas Swarup diplomatico ministero degli esteri dell’india

Da “Le dodici domande”: 


“Sono stato arrestato. Per aver vinto a un quiz televisivo. Sono venuti da me ieri a notte fonda, quando anche i cani randagi erano andati a dormire. Hanno buttato giù la porta, mi hanno ammanettato e condotto fino alla jeep, che mi aspettava fuori con i lampeggianti rossi accesi…
C’è chi dirà che me la sono cercata. Perché mi sono fissato con quel quiz televisivo. Qualcuno punterà il dito contro di me e ricorderà l’ammonimento degli anziani di Dharavi a non oltrepassare mai la linea divisoria che separa l’esistenza del ricco da quella del povero. Dopotutto, com’è saltato in mente a uno spiantato di cameriere di partecipare a un quiz per cervelloni? Il cervello non rientra nella lista degli organi che siamo autorizzati a usare. Noi dovremmo usare soltanto le mani e le gambe”.

Per citare Swarup:

Se un maggiore dell’esercito britannico può essere accusato di barare, anche un ragazzo ignorante proveniente dal più grande slum del mondo può sicuramente essere accusato di barare“. 

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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