La principessa di Caracupa 6° puntata

19 Novembre 1996

Ma quello che veramente lo colpì lo venne a sapere molti mesi dopo.

Non pensava che ci fosse qualcosa che lo potesse far emozionare più del ritrovamento fatto della sua Principessa. Era abituato alla realtà concreta, fatta di ossa, cocci di anfore, scheletri, anelli e bracciali. A volte poco riconoscibili e danneggiati, ma pur sempre oggetti tangibili, solidi e reali. Certi.

 Disegno con particolare dell’inumata della tomba n. 12 di Monte Carbolino (Caracupa-Sermoneta) Si notino l’anello di sospensione con le  fibule in bronzo . Realizzazione a cura di A.M. Manfredonia- Ottimizzazione A. Corrao- Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio. Da S. Rizzo , op.cit. 2002, p. 78.

Passavano centinaia se non migliaia di anni ma ciò che si scopriva era sempre lì, a testimoniare civiltà, usanze, culture antiche, utili per scrivere e riscrivere la storia.

La campagna di scavi gli aveva permesso di conoscere tante persone, con cui rimase in contatto, per poter condividere il risultato delle analisi fatte sui reperti rinvenuti a Caracupa.

E così venne a sapere delle analisi sulla defunta, compiute dal servizio di antropologia della Sovrintendenza per i beni archeologici del Lazio.

La Principessa, quando morì, aveva tra i 25 e i 27 anni.

Lo studio dei reperti scheletrici rilevò lesioni e danni a livello cerebrale che “potrebbero averne limitato lo sviluppo mentale, anche con gravi deficit cognitivi, e averne ridotto in tutto o in parte la deambulazione, vista l’analisi delle ossa delle gambe”.

Particolare con la localizzazione della lesione cerebrale  riscontrata nell’inumato della tomba 12 di Caracupa Sermoneta- Realizzazione: Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio- Servizio di antropologia.  Ottimizzazione A. Corrao. Da S. Rizzo ( a cura di ) op.cit., p. 82.

Cavolo – pensò il Professore – una principessa disabile.

24 Luglio 2017

Il Vecchio riprese a scavare, anche se la pioggia, che aveva incominciato a scendere con più forza fino a trasformarsi in diluvio, stava rendendo tutto più difficile.

Ora affondava la pala con più rabbia, deluso dall’assenza di risultati e infastidito dalle condizioni ambientali – “di merda”, pensò.

Stava per mollare tutto quando un gong, forte e possente, lo risvegliò, come un pugile suonato.

Ferro contro ferro, pala contro …. cosa? 

Posò la pala accanto al metal detector.

La fossa si stava riempendo d’acqua e il Vecchio si inginocchiò cercando con entrambe le mani di tastare l’oggetto, per studiarne la superfice e i contorni. Era qualcosa di liscio, oramai sommerso e saldamente fissato nel terreno.

Non voleva venir fuori.

Iniziò delicatamente a levare la terra bagnata intorno ai bordi della “cosa”, provando a smuoverla, di tanto in tanto, per verificare se incominciasse a cedere.

Dai! Si stava muovendo.

Provò a tirare, piano piano. L’oggetto era oramai fuori dal terreno, anche se sempre sommerso dall’acqua. Non riusciva bene a vederlo anche se al tatto sembrava fosse un vaso.

Un ultimo sforzo e ….

“Bene, bene, bene”, disse la Volpe, “ti stai scavando la fossa, caprone?”.

Il Vecchio non si era accorto dell’accerchiamento dei due balordi, preso dal ritrovamento, e per poco non gli prese un colpo.

Non capì subito chi fossero. Alzando gli occhi guardò a destra e sinistra. Notò prima quattro scarponi sui bordi del scavo e poi, con la faccia sferzata dalla pioggia, vide due sagome scure, nella notte senza stelle.

“O ti stai lavando le palle in questo cesso di buco”, aggiunse il Gatto.

“Che cazzo! Ma da dove spuntate voi due?”, replicò il Vecchio balbettando dallo spavento.

Il branco aveva circondato la preda ed era eccitato dalla sua paura.

La Volpe si accorse che il Vecchio stava trafficando con qualcosa e, incuriosito, domandò “Cosa hai trovato, caprone? Facci vedere, condividi con noi la tua scoperta”.

“Dài caprone, facci vedere”, pappagallò il Gatto, e così dicendo puntò la balestra contro il Vecchio, con arrogante esaltazione.

Fu in quel momento che il Vecchio riconobbe i due cugini, più dalla voce che da altro. “Ma che ci fate qua – replicò- mi avete spiato? Andate via, lasciatemi in pace!”. Avevano sorpreso la preda e sapevano di essere più forti, ci voleva ben altro per fargli mollare l’osso.

“Ahò vecchio, veloce, tira fuori le mani dall’acqua, facci vedere il tuo tesoro”, disse la Volpe accendendo solo in quel momento un torcione che aveva in mano e puntandolo prima in faccia e poi verso le mani del Vecchio, tutte e due strette sull’oggetto oramai dissotterrato.

Al sentire la parola tesoro il Gatto, ancora più incuriosito, si avvicinò goffamente, con la balestra in mano, ai bordi della fossa, resi viscidi dalla pioggia che continuava a cadere, anche se ora con minore intensità.

Come conseguenza della sua goffaggine il Gatto scivolò nella buca, contraendo le mani sul grilletto della balestra. Il dardo partì e si conficcò nella coscia della Volpe che cominciò ad urlare con tutto il fiato che aveva in gola.

Il Vecchio d’istinto prese l’oggetto che aveva in mano e lo percosse con tutta la forza che aveva contro la testa del Gatto, che oramai, dopo essere scivolato, era ai suoi piedi.

Ripensando in seguito a quei momenti il Vecchio, sorridendo, ricordava sempre di non essersi meravigliato per non aver sentito un fragoroso gong, ma un più semplice, crudele ed onomatopeico crack.

“Non avea la testa dura, come quea di una mula!”


continua…

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A Renzo Rossi piace creare.
Disegna chiassose e sgargianti foreste abitate da animali antropomorfi, a volte miti ed amichevoli, a volte irosi e dispettosi.
Raccoglie tronchi e legni in riva al mare per inventarsi strane sculture.
Rovescia vasi per dipingerli e colorarli.
Quando, con grande fatica, si mette a scrivere, vuole stupire, meravigliare, per raccontare storie che pensa siano poco note, di posti a noi vicini.


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