Civismo politico: rigenerare i partiti, una sfida contro il populismo

Attualmente il fenomeno del civismo torna più e più volte alla ribalta nella politica del nostro Paese, si moltiplicano le esperienze civiche con la nascita di movimenti, espressione di quella società civile che riscopre il valore della partecipazione democratica e che spesso è già presente sul territorio in forme associative.

Diverse sono state le grandi esperienze civiche del passato, quelle per così dire veicolate da personaggi illuminati, che sono ancora tra le più importanti e significative; ricordare nomi come Danilo Dolci, Adriano Olivetti o Don Milani fa comprendere quanto sia difficile eguagliarne il valore, traducendo in azioni concrete l’impegno a lavorare per il proprio territorio e a risolvere problemi.  
In tempi più recenti, Paul Ginsborg, noto storico inglese, naturalizzato italiano, in un libro che si intitolava “Il tempo di cambiare”, pubblicato nel 2004, raccontava la sua esperienza a Firenze, dove persone coniugavano il verbo incontrarsi per riaffarmare identità comuni e spazi di libertà da ripensare insieme. Professore di storia contemporanea all’Univesità di Firenze, egli viene ricordato come uno dei protagonisti della marcia dei professori, un corteo di circa 15 mila persone che, nel gennaio del 2002, sfilò a Firenze per difendere la democrazia.
Ginsborg viene considerato il padre nobile dei girotondi, movimenti che nascono nel 2002 per opporsi alla politica berlusconiana delle leggi ad personam e del controllo sull’informazione, una reazione che vide tra i protagonsti noti anche il regista Nanni Moretti.
I girotondi rappresentarono una protesta civica, senza bandiere, che andava molto più in là dell’appartenenza partitica, perché univa tutti in nome della democrazia.

Oggi si ripetono esperienze civiche autentiche come questa, che derivano cioè da una spinta dal basso destata da un comune sentire, e si prendono quegli spazi di confronto e di crescita che la democrazia prevede proprio per formare gli anticorpi che le sono necessari per la sua tenuta.
Il civismo può rappresentare proprio quel potenziale da cui attingere risorse buone e rafforzare la spinta verso il bene comune, ma innegabilmente occorre la capacità di fare politica non solo di rappresentare problemi.
La democrazia va protetta e per proteggerla va ripopolata, essa è un sistema mutevole che va continuamente attualizzato e avvicinato al quotidiano, deve entrare nella cultura della gente. Non è un lascito immutabile di padri.  Ma per proteggere la democrazia bisogna prendere atto che la politica merita attenzione e fiducia, e che é proprio la sua demonizzazione a trascinare verso una deriva populista, che preclude la partecipazione, mentre si avrebbe bisogno di più presenza e responsabilità.
Perché la politica sia indirizzata verso il bene comune, essa deve entrare nella quotidianità, nei bisogni reali, e non può essere ridotta a mero esercizio del potere.


C’è innegabilmente una crisi di ordine valoriale che ha generato sfiducia, la politica non è merce in vendita, non è contrattazione legata a soddisfazione del mercato,  tanto meno a interessi individualistici;
la fiducia si può ritrovare solo ricostruendo una Politica in cui i cittadini abbiano chiari gli strumenti di controllo e di verifica sulle decisioni che riguardano strettamente la propria vita.
La risposta possibile a queste istanze può essere il civismo politico, la cui funzione primaria è proprio quella di connettere rappresentanza e partecipazione, ancora di più oggi che  la democrazia dei partiti vive una profonda crisi di sfiducia, perché si respira un tanfo di vecchio, di giochi smascherati e di retorica, con lo svuotamento e la fuga di idee da quelle stanze dove il dibattito stenta e al suo posto si coltiva cinicamente il potere, attraverso accaparramento di posizioni da parte di una classe dirigente che rigenera sé stessa e si protegge dal rischio di estinzione.
Il potere, così come concepito, esige il sacrificio della partecipazione, ma se ne ammanta per quelle esibizioni corali in cui si consumano i rituali bagni di folla, tra un selfie e una stretta di mano, dalla hola propagandistica per il leader di turno, nel riprodurre consenso attraverso una immagine costruita, dove tutto si fa set televisivo. 


L’idea di essere attori, non più solo spettatori, diventa un tam tam che si propaga, e con esso si consuma l’illusione nella disillusione di feticci che bruciano in fretta.
Ci si incontra allora nei luoghi più improbabili, persino quelli virtuali, che poi si trasformano in luoghi fisici dove le parole si fanno voce.
Sono incontri durante i quali anche il più ritroso vince la timidezza e il più enfatico si fa trasportare dal discorso, le differenze si superano, il problema concreto supera l’ideologia…
ma poi, obiettivamente, ciascuno è sé stesso, non esiste il non essere di parte, ciascuno viene dalle idee sue e dalle parti sue, e la trasversalità non è altro che il punto di incontro delle nostre parti su valori comuni, è là dove i principi, che della buona politica dovrebbero essere il faro, si riconoscono patrimonio di tutti.
Qualcuno ha un’idea falsata di civismo politico, come fosse un monolite o un restare in mezzo al guado, una trasversalità che viene recepita quale impossibilità di dialogare e di tessere relazioni con i partiti, di costruire percorsi comuni per supportare progetti fondati su comuni valori. 
Tutto è divenire e ogni scelta si fa sempre passando dalla visione politica al terreno condiviso, sul quale si costruisce il futuro. 

Stefano Rolando, professore presso la facoltà di scienze della comunicazione all’università IULM di Milano, autore di diversi testi tra cui “La Buona Politica” e “Civismo politico. Percorsi, conquiste, limiti”, osserva che da Nord a Sud, passando per il Centro, si moltiplicano le esperienze civiche, un dibattersi unitario mosso dal desiderio di partecipare, di organizzarsi, di vedere recepite le proprie istanze non solo sui programmi elettorali.
A chi pensa che il civismo sia astrazione o negazione, risponde bene Rolando quando sostiene che esso deve farsi critico e controllore del potere, deve riuscire a contaminare i partiti per riportarli sul terreno della partecipazione cittadina, deve riaggregare attorno alle idee.


“Il civismo politico – al netto di alcuni suoi limiti e difetti –
 scrive Stefano Rolando – ha diritto di esprimersi come alternativo alla democrazia dei partiti ma deve avere anche l’intelligenza di crescere in condizioni di tallonamento critico del ruolo del controllo e della stessa protesta per salvare la democrazia” 


Altrettanto esaustivo a riguardo Pierre Rosanvallon, storico francese, nominato professore al Collège de France nel 2001, dove ha ricoperto la cattedra di storia politica moderna e contemporanea.
Egli sostiene che il civismo politico abbia il duplice ruolo del controllo e della protesta per salvare la democrazia, esso è in grado di essere partecipe delle forme di valutazione e verifica interne alle istituzioni, in forme collaborative con la democrazia dei partiti.
Rigenerare la democrazia dei partiti significa riportare al centro della quotidianità la loro azione, arginare il rischio di scivolare nell’antipolitica dilagante agendo su un fronte diverso, quello della Buona Politica.
L’antipolitica è oggi sempre più dettata da un atteggiamento di sfiducia assoluta, che non produce alcuna soluzione ma un aggravio delle condizioni di salute della nostra Democrazia, perché alimenta la distanza dei cittadini, allargando il solco che li divide dalla partecipazione.
Se consideriamo coloro che ci governano come l’incarnazione del male, dal quale non potremmo aspettarci mai niente di buono, saremo sempre più vittime e incapaci di partecipare al processo democratico, che nasce dal confronto continuo tra potere e società.
La società civile può rafforzare la Democrazia con una azione di pungolo e controllo, di proposta e partecipazione, di protesta e azione costruttiva.

La Democrazia non può esaurirsi nell’esercizio del suffragio elettorale, perciò il compito del civismo è di rigenerare i partiti, per riportarli a contatto con la società civile, di ricucire quel solco che si è prodotto da una rappresentanza esaurita nel consenso elettorale, che si traduce poi, in assenza di interlocutori, in azioni distanti dalla realtà che si vuole migliorare. 
I Partiti devono tornare a contaminarsi di civismo vero, se vogliono rinnovarsi, non di liste civiche o espedienti atti a incarnare un concetto svuotato di società civile, nell’unica ottica di attrarre voti;
la spinta del civismo deve provenire dal basso, non può essere costruita a tavolino.
Più il civismo si dota di una sua precisa identità, tale da non poter più ingenerare confusione con altre formule attuate dai partiti per riciclaggio, più il dialogo sarà di pari dignità.  Più strumenti di partecipazione attiva verranno messi a disposizione del cittadino più si porranno le basi della partecipazione democratica, permeando di sano interesse la politica.

Sempre più di frequente il civismo politico è divenuto l’ago della bilancia, scendendo nell’agone politico in contrapposizione al sistema dei partiti, autoreferenziali e incapaci di dare risposte. E, se pure con tutti i suoi limiti, tra i quali quello di essere spesso legato a vicende locali e quindi di non potere incidere su questioni che rispecchiano problemi nazionali, il civismo politico ha però dato una scossa al sistema incancrenito della vecchia politica e riportato nuova linfa alla democrazia, attraendo interesse alla partecipazione.
 
Oggi la difficoltà è e resta sempre la medesima, non si deve intendere il civismo politico solo alternativo al sistema dei partiti, ma anche nel suo approccio critico e possibilmente sinergico ai partiti.  
Dunque  il civismo non solo come movimento di protesta e di difesa, ma soprattutto quale forza rigeneratrice, da contrapporre alla deriva della democrazia. 
Risolvere i problemi del quotidiano, avere cura della qualità della vita dei cittadini, sono cose che si possono fare se si esce da un’idea verticistica del potere e se, superando tutte le mistificazioni della propaganda populista, si torna davvero a fare una politica dal basso.

Il civismo ha davanti tanta strada da compiere e una sfida democratica tutt’altro che facile.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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