ArcheoTour, l’Ipogeo di via Livenza

di Carlo Pavia

L’Ipogeo di via Livenza è una costruzione sotterranea antica situata presso l’attuale via Livenza a Roma, a nord del colle Quirinale, poco lontano dalle mura Aureliane, dove si trovava l’ampio Sepolcreto salario.

Si tratta di un edificio dalla pianta allungata, simile a quella di un circo (21×7 metri), orientato sull’asse nord-sud, con vari ambienti laterali.
Venne scoperto durante la costruzione del quartiere moderno ed oggi gli edifici soprastanti ne hanno tagliato via gran parte, anche se è ancora possibile interpretare il monumento dalle strutture superstiti.

Vi si accede tramite una scala che conserva ancora numerosi gradini antichi originari. La parete settentrionale, che è parallela a quella di fondo, è forata da tre archi adiacenti (due minori ai lati e uno principale al centro).

Sotto l’arco centrale, in posizione leggermente obliqua, si trova un vascone rettangolare (2,90 x 1,70, profondo 2,50 metri), separato dal resto dell’aula da una transenna, di ricostruzione recente.

Esso era alimentato da un tubo sul muro settentrionale che riempiva la vasca solo fino a metà, mentre per entrarvi dentro si dovevano scendere tre scalini (il primo dei quali è molto alto). Lo scarico dell’acqua avveniva tramite il fognolo visibile sopra il primo gradino e tramite un’apertura a saracinesca sulla parete occidentale.

Il sottarco e la parete di fondo avevano pitture nello zoccolo inferiore e mosaici nella parte superiore. Dei mosaici si conserva solo un frammento che suggerisce una fascia multicolore che borda una scena dove compaiono due figure, una delle quali è inginocchiata davanti a una fonte, mentre l’altra è in piedi: forse si tratta di san Pietro che fa scaturire l’acqua da una roccia per battezzare un centurione convertito.

L’epigrafe al centro dell’arcone è quasi totalmente scomparsa. Lo zoccolo è decorato da figure di Eroti alla pesca.

La parete di fondo ha una nicchia, non lungo l’asse, con affreschi che imitano incrostazioni marmoree e, sulla calotta, un kantharos dal quale zampilla acqua e dove si posano due colombe. Ai lati di questa nicchia si trovano le decorazioni più importanti, ambientate in un paesaggio verde con alberi e cespugli: a sinistra una Diana cacciatrice che estrae una freccia dalla faretra, con due cervi che fuggono ai lati; a destra una ninfa dei boschi che accarezza un capriolo. Il complesso doveva inoltre essere decorato da marmi, dei quali sono stati trovati alcuni frammenti.

Nella decorazione dell’edificio coesistono quindi soggetti cristiani e pagani e si è pensato che potesse essere adibito a battistero o tempio di qualche culto misterico, o forse anche un ninfeo legato allo sfruttamento della polla d’acqua sotterranea.
Lo specialista della Roma Sotterranea, l’archeologo Carlo Pavia, dopo aver ricostruito un plastico del monumento nella scala 1/50, dopo aver notato che l’asse del monumento è rivolto a Nord e dopo aver riempito d’acqua la vasca del modellino, ha constatato che la luce di una lampada si riflette sul pelo dell’acqua stessa e, relativamente al suo posizionamento (partendo da Oriente, ad imitazione del percorso della luce solare nell’arco di una giornata), il fascio si dirige ed illumina prima la figura di Diana cacciatrice (il mattino e la proibizione del paganesimo a che i cristiani si avvicinino alla fonte), poi quella che doveva essere la statua nella lunetta (il mezzo dì, ovvero l’avvento del cristianesimo) ed infine la figura di destra (la sera, il paganesimo ormai convertito e che accompagna i cristiani alla fonte).

La movimentazione dell’asse all’interno della chiusa permetteva di creare un fascio luminoso più o meno intenso; l’angolo dello stesso era dunque variabile e tale variabilità era più o meno accentuata dalla presenza dei gradini che avevano il compito di allargare o restringere il punto di rifrazione della luce solare.

Il monumento era coperto nella parte settentrionale (quella oggi conservata) e in quella meridionale (oggi perduta ma della quale si conosce la pianta); la luce entrava forzatamente da un settore quasi centrale, in origine scoperto. Nella meridionale sedevano le persone per poter ammirare comodamente la suggestiva proiezione. Solo con questa ipotesi d’uso, lo studioso, dopo aver analizzato i rendiconti di scavo del Paribeni e con l’ausilio di un plastico in scala, ha potuto rispondere alle numerose domande circa la curiosa messa in opera della soglia relativa alla chiusa (non posta al livello del piano vasca ma rialzata di molti centimetri), la funzione degli scalini (che scalini non sono bensì delimitazione dell’angolo di rifrazione luce) ed infine la particolare asimmetria della vasca (costruita in tal modo proprio per motivi di spostamento della luce durante la giornata).
La datazione del complesso è posta nella seconda metà del IV secolo, anche guardando alla tecnica edilizia in opus listatum, dove compare un bollo con il monogramma di Costantino. L’epoca post-costantiniana (in particolare il momento di transizione tra Giuliano e Teodosio I) è coerente con il classicismo della decorazione, la ricchezza e con l’ambiguità pagano-cristiana.

Il monogramma di Costantino impresso su uno dei tegoloni sul fondo della vasca

Per saperne di più Carlo Pavia, ROMA SOTTERRANEA, Gangemi Editore.

Carlo Pavia è l’Archeospeleofotosub (definizione coniata dal giornalista Fabrizio Carboni per un articolo sulla rivista Panorama): archeologo, speleologo, sub e fotografo.
Autore di molti libri sulla Roma antica, fondatore delle riviste “Forma Vrbis” e “Roma e il suo impero”.


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