Dostoevskij, Berlusconi e la Teoria del Caffettano

Il solito telegiornale, le solite facce, il solito stralcio di discorso dell’allora Presidente del Consiglio.  È accaduto un non precisato giorno di diversi anni fa, in piena era berlusconiana, l’era del cavaliere rampante. Molte delle nuove generazioni sono nate sotto quella stella, la cui lucentezza si è espansa in un firmamento artificiale sino ad implodere, o quasi, perché in Natura, cita una nota legge “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. È la legge che individuò Lavoisier, uno scienziato del ‘700, iniziatore della chimica moderna.
Questo è il principio che regola i fenomeni reali, da sempre, attraverso il quale Lavoisier stabilì anche la legge della conservazione della massa, di conseguenza ora dovremmo capire in quale forma, galassia o partito questo Nulla si sia riciclato, riproducendo altro Nulla, popolato prevalentemente da possibili astri nascenti della politica nostrana.

Ma torniamo a noi. Ricordo che albeggiava appena e guardavo assonnata il notiziario, ero distratta quando l’attimo prima di imbattermi nell’apoteosi delle privatizzazioni, una delle performance preferite del nostro ex presidente del consiglio, ancora cavaliere.

“Il solito”, direte voi, e non al barista.

In questa occasione la rappresentazione si teneva dinanzi a una nutrita platea di industriali e quel discorso più o meno suonava così:    “grazie all’iniziativa privata, che senza dubbio agisce per il proprio profitto, si assicura la ricchezza per tutti, il Paese progredisce economicamente e questo miglioramento, sotto forma di benessere, giunge poi a tutti gli strati della società”.

Ora non so dire per quale forza di gravità questo benessere sarebbe giunto a tutti quegli strati della società.  Si evocava una sorta di ricaduta a pioggia insomma, una specie di miracolo della manna che scende dal cielo e che l’unto del Signore si apprestava a celebrare con tutti i crismi.

Così suonava l’oratoria e per me, che sono stonata,  dire che qualcosa suoni è un puro eufemismo.  Quanto alle parole esatte, non le ricordo, ma ricordo che il momento era topico e, così come ero, galvanizzata dal teleschermo, non ho provveduto a prendere pedissequamente nota di quel Verbo. Il fatto mi ha colta di sorpresa e, a un certo punto, la mente mi ha giocato uno dei suoi scherzi e mi ha riportato alla memoria il caffettano.  Direte cosa c’entra adesso il caffettano, ebbene si tratta più precisamente de “La teoria del caffettano” che voglio qui illustrarvi.

Il caffettano è una “veste lunga, maschile, che si usa nei paesi musulmani: di stoffa colorata, spesso a righe, scende quasi ai piedi, è aperto sul davanti per intero, ha maniche assai lunghe. Per qualche secolo, a partire dal 13°, fu portato anche dai Russi e dai Polacchi, e da Ebrei della Polonia o di altri paesi”.

Per chi non avesse letto “Delitto e Castigo”, capolavoro di Fëdor Michajlovič Dostoevskij,  c’è nella parte seconda del romanzo il richiamo alla teoria così detta dell’egoismo razionale dello scrittore russo Nikolaj Gavrilovič Černyševskij (1828–89), che viene sostenuta con convinzione da uno dei personaggi:

“…se a me, per esempio, fino ad ora dicevano di “voler bene” al prossimo ed io gli volevo bene, che ne veniva?… ne veniva che io strappavo il mio caffettano per metà, lo dividevo col prossimo e tutt’e due restavamo seminudi… la scienza (economica) invece dice: ama prima di tutto te stesso, farai i tuoi affari come si deve e il tuo caffettano rimarrà intero. La verità economica poi aggiunge che quanto maggiore è nella società il numero delle aziende personali bene ordinate e, per così dire, dei caffettani interi, tanto più numerosi sono i suoi saldi puntelli e tanto meglio vi si assestano anche gli interessi collettivi …” Così afferma Petr Petrovic Luzin, che potremmo definire per il suo “fine” argomentare, mi si perdoni l’azzardo,  una specie di Berlusconi ottocentesco, al quale non mancherà la dura replica di Razumichin, il leale benevolo e unico amico di Raskol’nikov, giovane protagonista del romanzo:

“… dal canto mio ora voglio soltanto sapere che uomo siete voi; perché vedete alla cosa pubblica si sono aggrappati negli ultimi tempi tanti trafficanti d’ogni specie e a tal punto hanno pervertito tutto ciò che hanno toccato, volgendolo a proprio vantaggio, da insudiciare ogni cosa. E ora basta!”

Quanto a me, ogni volta che sento sproloquiare di miracoli italiani, democrazia, esperienza e buone pratiche dell’esercizio del potere delle quali tutti beneficeremo e per le quali dovremo ringraziare un giorno qualcuno, sorrido fra me e me, non poco amaramente. “Riecco la teoria del caffettano!”, dico.

Il più delle volte vengo pure fraintesa e  mi viene offerto un caffè. “Possibilmente decaffeinato”, chiedo…


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