Jim Carroll: sporcarsi il cuore!

Mary s’è fatta un tuffo senz’acqua dalla sua stanza d’albergo, Bobby s’è impiccato in galera, Judy è saltata incontro al metrò, Eddie si è beccato uno sgarro alla giugulare. Eddie, mi manchi più di tutti gli altri, questa canzone è per te, fratello.”

(People who died)

Basket, scrittura, droga e rock and roll sembrano luoghi comuni, ma quando si parla di Jim Carroll è impossibile far finta di niente, perché i punti cardinali della vita dello scrittore, poeta, cestista e musicista newyorkese sono stati quelli lì. 

Jim Carrol il basket da ragazzo lo ha amato sino alla follia: la palla a spicchi ha rappresentato la sua prima vita, quella di playmaker di talento. “The basketball diaries” è stata la cronaca di questa adolescenza fino ai limiti della maggior età. 

Un’adolescenza vissuta tra partite infinite, giocate spesso in palestre anonime, impreziosite da avversari di prim’ordine come Kareem Abdul-Jabbar fino al fatale incontro con le droghe (acidi, fumo e tanta, tanta eroina) e alla dipendenza.

Ad ogni modo, procurarsi i soldi per l’eroina non era semplice per un ragazzo e le strade per farlo erano segnate: furto e prostituzione. Carroll le percorse entrambe, calò in un inferno di buchi e marchette con clienti depravati che lo rimorchiavano per strada. Ovvio che sia finito anche in riformatorio.

James Dennis Carroll nacque a New York nel 1949, in una famiglia cattolica di origini irlandesi.

Già da ragazzino sentiva il forte bisogno di scrivere, e fu il fratello più grande, scoperto il suo talento, a spingerlo a continuare. Nello stesso periodo giocava a basket nella squadra della sua scuola: era un fenomeno e gli scout dei colleges avevano il suo nome scritto nel taccuino. Molti prevedevano per lui un futuro nel mondo dorato dei professionisti: la NBA.

Era nel pieno dell’adolescenza quando una sua raccolta di poesie – “Organic Trains” – venne pubblicata. L’opera si diffuse rapidamente nella scena underground di New York, raccogliendo consensi entusiasti. Arrivò persino tra le mani di William S. Burroughs, uno mai tenero nei giudizi, che non temette di definire Carroll “uno scrittore nato”.

Altre raccolte di poesie continuavano ad essere pubblicate (con una venne addirittura candidato al Pulitzer), fino a che, nei primi anni Settanta, Jim cominciò a lavorare per Andy Warhol, soprattutto alle sceneggiature dei suoi film. 

Andy Warhol

Sono gli stessi anni in cui si trovò a frequentare personaggi come Allen Ginsberg e Lou Reed, Patti Smith, John Cale e Jerry Malanga. 

Alla fine del decennio, nel 1978, venne data alle stampe la sua opera letteraria più importante, conosciuta ancora oggi: “The Basketball Diaries’’.

Si trattava di una raccolta di diari iniziati da Jim quando era ancora tredicenne, nei quali raccontava, giorno per giorno, la perdita d’innocenza fino alla maggior età. 

Le vicende riguardanti la sua promettente carriera di giocatore di basket sparivano pagina dopo pagina in un abisso lastricato di sesso e droga. 

«A soli sedici anni, Jim Carroll scrive meglio dell’89 per cento degli autori di romanzi attualmente in attività». Questo il parere che Jack Kerouac espresse alla lettura delle pagine di diario: un libro che all’epoca della sua pubblicazione, nel 1978, fece immediatamente scalpore e che da allora è sempre rimasto un libro di culto per chi segue le figure letterarie più irregolari.

Alla Factory Jim aveva conosciuto Patti Smith, con la quale ebbe una storia e con cui aveva condiviso un appartamento a New York. 

Jim Carroll e Patti Smith

La vita della Grande Mela stava diventando però sempre più pericolosa per lui e la morte di un amico in un regolamento di conti per droga non pagata gli fece capire che era ora di darci un taglio, provare a disintossicarsi, fuggire il più lontano possibile. Così si rifugiò in California, più precisamente in una cittadina che si affacciava sulla baia di San Francisco: qui viveva in una casa modesta, si curava con il metadone e continuava a scrivere poesie. 

Furono tempi di solitudine e poesia in un capolavoro di visioni, ricordi e dolcezze struggenti. Erano gli anni anche delle prime canzoni, scritte con Allan Lanier dei Blue Oyster Cult, all’epoca compagno di Patti Smith.

Nel 1978, in California, decise di farle visita durante un suo concerto a San Diego. 
Il gruppo spalla non si era presentato; così Patti Smith convinse Jim a salire sul palco e a leggere qualcosa di suo. Lo introdusse come “il tipo che le ha insegnato a scrivere poesie”. Quella sera il pubblico, estasiato dalle sue parole e dalla musica con cui la band di Patti Smith lo accompagnava, andò in visibilio.

Dev’essere stato in quel momento che Jim Carroll realizzò di voler andare oltre tentando di unire la sua poesia al rock, così radunò un gruppo di musicisti che con lui divennero la Jim Carroll Band.

La formazione originale della Jim Carroll Band

Iniziarono suonando in qualche locale di San Francisco; successivamente, quando Jim fece ritorno a New York per delle questioni riguardanti “The Basketball Diaries”, portò con sé una demo del suo gruppo. La cassetta passò di mano in mano, fino ad arrivare all’orecchio di un Keith Richards che entusiasta li aiutò a avere scritture per suonare nei locali. Insieme al chitarrista dei Rolling Stones la Jim Carroll Band si trovò poi a condividere il palco in un varie occasioni.

Alla fine fu la Atlantic Records a metterli sotto contratto. Con questa etichetta, proprio all’inizio del 1980, uscì il loro disco d’esordio: “Catholic Boy”. In copertina  si vedeva Jim abbracciato ai suoi genitori; Annie Leibovitz, autrice della fotografia, tingeva il tutto con colori fluorescenti e dal gusto lisergico.

La copertina del disco “Catholic Boy” realizzata da Annie Leibovitz

Al primo ascolto l’album irrompe senza fare sconti: la chitarra di “Wicked Gravity” colpisce immediatamente, dritti al cuore; così come quella di “Three Sisters”. 

Il primo attimo di riposo si ha soltanto con “Day And Night”: poi, a metà disco, compare la canzone più celebre del gruppo: “People Who Died”. 

Jim ricorda qui le vite sfortunate di alcuni suoi compagni di viaggio, che sono scomparsi, tragicamente, senza riuscire a diventare adulti. Sembra gridare in faccia alla morte: “Ti sei presa i miei amici. Ma io, per dispetto, continuerò sempre a ricordare le loro vite con amore”.

Il disco continua poi con “City Drops Into The Night”, che si apre con lo stridore oscuro di un sassofono e lungo i sette minuti della canzone riusciamo a percepire l’odore minaccioso delle strade notturne di New York.

L’album succesivo fu “Dry dreams” e ancora una volta la copertina, opera della solita Leibovitz, compiva il miracolo di riassumere tutte le suggestioni di un disco ancor più eclettico del precedente. 

Dry Dreams stava tutto nell’immagine che lo introduce, l’istantanea pasoliniana di un letto appena tagliato, nella parte inferiore, dalla luce dell’alba che filtra da una fenditura. Il lenzuolo era raggrinzito, ma solo nella parte destra; il cuscino scavato dal peso di una nuca, ma di nuovo, da una parte soltanto. 

Dry Dreams era una nuova preghiera rock sulle solitudini e le sconfitte dei reietti newyorchesi, un disco che in molti preferirono all’esordio in virtù di sonorità ancor più classiche e rockeggianti. La band di Catholic Boy era più o meno invariata: tuttavia, a concorrere nella composizione dell’ennesimo ritratto della disperazione delle backstreets dei 5 distretti, comparivano stavolta le percussioni di Sammy Figueroa (che aveva suonato con il Lou Reed di Coney Island Baby), la tromba di Randy Brecker (che elargisce scampoli di derelitta malinconia metropolitana) e la sei corde di Lenny Kaye, chitarrista della band di Patti Smith.

Durante la sua carriera il poeta ebbe modo di collaborare con i Blue Oyster Cult, con Lou Reed, con John Cale e anche con gruppi degli anni Novanta, come i Pearl Jam.

Jim Carroll e Lou Reed – “People Who Died” –
Recorded Live: 9/25/1984 – Capitol Theatre – Passaic, NJ

Si fatica a ricordare un artista che, come Jim Carroll, sia riuscito ad unire la poesia – quella d’impronta letteraria, quella che ha piena coscienza di sé – alle sonorità del rock. 

Certe doti liriche appartenevano a cantautori folk come Leonard Cohen o Bob Dylan, magari ad un cantante rock come Jim Morrison; tuttavia nella scena rock sviluppatasi a fine anni Settanta, Carroll è stato forse il primo ed unico capace di adattare la poesia di uno “scrittore nato” ai contorni aspri di questo genere musicale.

Jim, da musicista, mise insieme lo zolfo di Jim Morrison e l’animalità degli Stones, il rockabilly malato di Link Wray e il punk’n’roll depravato delle New York Dolls, le canzoni di Bob Dylan e l’anima metropolitana di Bruce Springsteen.

Jim Carroll come musicista alla fine era diventato anche più bravo rispetto ai suoi esordi, e se ha fatto pochi dischi è stato in primo luogo per prendere distanza dalla musica che c’era in giro. Così in un’intervista del 1996: «Una volta ogni tre mesi penso che dovrei fare un altro disco, poi guardo mtv per cinque minuti e penso che schifo!!, e allora la voglia mi passa».

E poi il rock per lui era importante, ma veniva dopo. Dopo la pallacanestro, dopo la poesia, dopo l’eroina. Il rock era un modo per distrarsi dalla scrittura. Ringraziava il rock ma poi prendeva le dovute distanze.

Se n’è andato nel 2009. Colto da un infarto, mentre era intento al tavolino a fare ciò che amava di più: scrivere. 

Jim Carroll nei suoi ultimi anni

Ha sempre detto che voleva essere puro, Jim. Ma al giorno d’oggi sarebbe davvero possibile?  

Viviamo in un’epoca dove – Carroll diceva – i poeti non cercano più di essere veicoli per cambiare il mondo, ma pensano soltanto a scrivere per altri poeti; narcisisticamente.

La cosa più onesta sull’eroina la disse in un’altra intervista: «Siamo seri innanzitutto. Non ti faresti di eroina se facesse schifo, il problema è questo: dopo un po’ la droga diventa una scusa per non fare niente di niente».

Nel 1995 venne tratto un film dai Basketball diaries che arrivò in Italia con un titolo che non c’entrava niente: “Ritorno dal nulla”.

Jim Carroll e Leonardo Di Caprio

La cosa più bella del film, diretto da Scott Kalvert, era un imberbe Leonardo Di Caprio che somigliava talmente a Jim che quando quest’ultimo andò a vedere il film per la prima volta insieme all’amico Lou Reed, si sentì dire da Lou: “Hey Jim, in ogni gesto che fa questo ragazzo è uguale a te. Prende persino le cose dalla giacca come fai tu!”
Per il resto era un buon film rovinato da un fasullo finale di redenzione. 

Così lo stesso Jim: «Il finale del libro era meravigliosamente ambiguo, non sapevi se il protagonista stava andando a perdersi nella droga o sceglieva la poesia e la vita. L’hanno stravolto completamente, facendolo finire con l’immagine pomposa di questa persona che dopo un reading di poesie tutto gli va bene. Sembra un incontro del Sert!»

In un certo senso si può dire che Jim sia scomparso assieme alla sua New York, che non è quella del sindaco Rudolph Giuliani né di Michael Bloomberg. 

Jim Carroll con Lou Reed

I suoi vecchi amici campano come si può: David Johansen e Syl Sylvain hanno rimesso in piedi le New York Dolls, Lydia Lunch continua a portare in giro spettacoli per centri sociali, Patti Smith bofonchia meditazioni pseudo-mistiche. 

Piace credere che Jim abbia staccato la spina nel momento in cui tutti hanno pensato che tutte le mode ‘usa e getta’ avessero davvero spento le luci di New York, città di luci ed elettricità per eccellenza: eppure non è Jim che ha perso la partita. È il campo, che è diventato troppo, troppo stretto.

‘‘Sono solo… non solo io: siamo tutti soli. Soli per sempre. 

Chi c’è alla fine di quell’infinito tunnel in cui sto correndo? Sopra c’è la 5a strada con la sua carta da parati a grattacieli. Sto pensando, dopo tutti quei meravigliosi viaggi, che questo è uno di quelli cattivi’’.




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