Canto di Natale per Frangiflutti

Si era fatta sera ormai, e dalla finestra tinta di buio arrivava soltanto una sciabolata di luce gialla, un raggio scagliato dai lampioni stradali attraverso le persiane mezzo abbassate, una lama che andava a schiantarsi in un tondino luminoso sul pavimento.
Asserragliato nel suo ufficio e confortato in parte dalla quiete che vi aleggiava, il Direttore del Fogliaccio, Ognissanti Frangiflutti, non si sentiva tuttavia del tutto sereno.
Una sensazione di indefinibile disagio bivaccava vaga nel suo animo.
Era qualcosa di molle ed imprendibile, una sorta di inquietudine gassosa che gli rendeva difficile persino rianimare lo spirito richiamando alla mente le sue recenti fantasie politiche.
In quei momenti non aveva voglia nemmeno di provare l’elmo del Partito Vichingo, la promessa ben retribuita degli ultimi tempi, pavoneggiandovicisi.

Di solito gli piaceva, eccome, anzi partiva proprio di testa: immaginava, mischiando sacro e profano, di affacciarsi al balcone del Palazzo Comunale, da sindaco appena eletto, con l’elmo in testa, e di benedire solennemente i cittadini accorsi in massa per osannarlo.
Una chiazza colorata percorsa da un incontenibile entusiasmo: così gli pareva la sua gente, vista dall’alto.
Sì, di solito gli piaceva quel pensiero, gli piaceva eccome, e vi si abbandonava volentieri.
Ora guardava invece il soffitto dell’ufficio stando il più possibile reclinato, forzando la flessibilità della grossa poltrona dirigenziale in pelle di saiga tatarica della Calmucchia russa.

Esemplari di Saiga tatarica

Quel mobile era una vera rarità, visto che la caccia alla saiga era vietata e che per fabbricarlo c’era stato bisogno di far fuori tutti i cugini presenti in un branco di quegli erbivori.
Quella poltrona, però, non poteva entusiasmarlo.
Per quanto fosse comoda, era infatti quella che, suo malgrado, aveva dovuto sostituire la prodigiosa Onyric, l’arredo miracoloso le cui virtù lui aveva scoperto ed assaggiato per primo.
Mentre era intento a ruminare pensieri sconnessi, il soffitto sembrava avvicinarglisi al viso: cosa significavano le macchie che costellavano quel cielo squadrato e un po’ scrostato che lo sovrastava? Cosa volevano dirgli?
In assenza dei redattori, che erano tutti andati via a quell’ora, stava prendendo consistenza un silenzio denso che pareva quasi propagare i pensieri di Frangiflutti spandendoli nell’ombra di quegli uffici, lasciandone vagare veloce la scia lungo il corridoio, su su, fino a strisciare nello stanzone dei giornalisti.

Ignazio di Loyola

Il Direttore ripensò all’articolo che, livido in faccia, gli aveva consegnato Rapallo.
Era il famoso pezzo che basandosi su una ricorrenza strampalata, inventata da lui solo per provocarlo, avrebbe dovuto celebrare i 485 anni e tre mesi dalla fondazione dell’Ordine dei gesuiti.
Il Direttore ridacchiò mentre un sorriso maligno, spuntatogli sul volto piccolo e rotondo, andava a nascondersi nella sopraggiungente oscurità.
“La prossima volta gli affibbierò un pezzo sul rapporto che intercorre tra i segni zodiacali di Al Bano e Romina e tra questi due ed il segno di Mike Tyson..”, andava meditando soddisfatto.

Nella strana tensione che lo pervadeva, quello fu il suo ultimo pensiero cosciente prima che un torpore invincibile lo invadesse.
Non riuscì a resistergli, doveva assolutamente dormire.
Incapace di star desto, si lasciò andare e si tuffò così in un sonno agitato.
Si sentì precipitare in quella che pareva la cucina di una tipica osteria romana.
Si guardò intorno, curioso e spaurito insieme.
Un tizio dal collo taurino, non molto alto di statura, ma piuttosto massiccio, gli dava le spalle, armeggiando col lavello e canticchiando “Faccetta nera”.
Indossava una maglietta con un ricordo di bianco e dei calzoni sui quali si erano rovesciati tanti e tali di quegli ingredienti che ci si sarebbe potuta assemblare una parmigiana.

Il fantasma del Natale passato

Come se sapesse in anticipo che Frangiflutti gli sarebbe comparso alle spalle, alzando la voce fin quasi all’urlo strillò: ”Frangiflù, te dai da fà sì o no? Qua la ggente aspetta! Passa lo straccio, veloce, che nun ce sta troppo tempo da pèrde”
“Ma che ca…Ma che maniere! E, mi scusi, ma se io non volessi?
Ha una vaga idea di chi io sia, razza di pezzente pazzo? Io sono il Direttore del Fogliaccio Quotidiano, ha presente?
Finisca di sporcare quelle pentolacce e si morda la lingua prima di prendersi certe confidenze!”
L’uomo si girò di scatto, mostrandosi: i contorni del corpo non erano precisi, sembravano quasi fluttuare, ma il margine della faccia, piuttosto greve e presidiata da un’espressione da squalo, era netto e la rendeva riconoscibilissima al giornalista.
A Frangiflutti, infatti, si piegarono le gambe: “Maestro…” disse, prima che il fiato gli venisse a mancare.
Pure in quella tenuta da sguattero, aveva riconosciuto l’inconfondibile fisionomia del suo primo padrone, l’affarista nero Peppe Cicciafico.
Doveva tutto a quell’uomo, duro ma intelligente, capace di sondare le personalità degli altri, di leggerle come libri aperti e, se del caso, di comprarsele.

Molti anni prima Cicciafico aveva dimenticato generosamente una sua militanza a sinistra, durata trenta secondi scarsi, giusto il tempo che la moda del fricchettismo altoborghese, al quale si era appiccicato come una patella allo scoglio, tramontasse.
Nonostante quel suo brevissimo accodarsi alla tendenza del momento, Cicciafico aveva avuto fiducia in lui, lo aveva giudicato e scelto.
E gli aveva insegnato tutto, soprattutto che se pure la verità è nobile, la bugia è senz’altro più utile.
Valutandone esattamente la spregiudicata destrezza, l’affarista nero lo aveva tirato fuori da prospettive vaghe, facendo di lui, più che un giornalista, un megafono d’eccezione.
Ed ora gli parlava, col tono burbero ma paterno che Frangiflutti ricordava così bene.
“Nun so’ quello che te credi- riprese Cicciafico con l’abituale voce catarrosa – stanotte non sono solo quello che pensi e sai – so’ quarcosa de più: io so’ er Fantasma del tuo Natale Passato, me stai a capì?
So quello che te ricorda tutte le meravigliose porcate fatte insieme e che me pare che te sei dimenticate”.

Il fantasma del Natale passato nella divisa d’ordinanza

Dicendo ciò, per un istante quell’essere parve crescere di statura.
“Mi ricordo invece maestro, ma che dovrei capire? E’ una  grande gioia rivederla, ma sono confuso.
Sa, oggi lavoro per un’altra proprietà, per altri capi: ha presente la rivista: “Il coraggio del rifiuto”? La fanno loro e loro è anche Il Fogliaccio, che fu suo ai nostri bei tempi”:
“Come sarebbe a dì er coraggio der rifiuto ? Che vor dì rifiuto? De che rifiuto parli? Sei diventato antagonista, eh? Nun te sta più bene er piatto ‘ndo magni? Magara sei ridiventato communista? “
Frangiflutti, investito da quella raffica di domande e false supposizioni, si affrettò a rispondere:
“No, no Maestro, rifiuto inteso come scarto, immondizia, liquame, tutto quello che si butta, insomma, non si preoccupi.”
“Ahò, m’hai fatto pijà un colpo! Ma allora va bene, er rifiuto è un grande bisness: scusa se ho dubbitato de te.
So’ stato scemo, eppuro te conosco e mo te riconosco: sei sempre tu, quindi, mejo così: bravo!”
Il fantasma gli pose una mano sulla testa, come a benedirlo, mentre l’altra gli si levava nel saluto romano.
Poi, mentre il direttore faceva le fusa come un gattone, lo spirito riprese:
“Mo me ne devo annà e cede er posto ar fantasma del Natale presente: ordini superiori!
Ah, quasi me stavo a scordà: Frangiflù, ricordate ‘a pajata, er giorno de Santo Stefano nun po’ mancà…”

Mentre la forma del fantasma dei Natali passati si smarginava fino a diventare un fil di fumo azzurrognolo e a scomparire, il Direttore del Fogliaccio si agitò nel sonno.
Una gambetta gli si tese prima di ricomporsi nella comoda poltrona e tornare a sognare.
Ebbe come l’impressione di essere osservato, aprì gli occhi e fece un balzo: vicinissimo al suo viso, lo scrutava il faccione, verde, rubicondo e barbuto, dell’ex Ministro delle Interiora, con delega all’Allarme Sociale, Mattia Rozzini.
Era gonfio come un palloncino e l’aria che emetteva soffiava fuori  qualcosa che in un primo momento parve inintellegibile.
Poi finalmente prese a parlare, mentre, come Fregoli, cambiava freneticamente il giubbotto che aveva indosso:
In pochi minuti divenne Rozzini poliziotto, Rozzini pompiere, Rozzini protettore civile, Rozzini protettore e basta, Rozzini prete, Rozzini Babbo Natale, Rozzini operaio, Rozzini agente di pompe funebri, Rozzini presenta Sanremo, Rozzini mastro birraio….ecc ecc.
Posò in aria un mojito immaginario e gli parlò:
“Io sono il Fantasma del Natale Presente, ti seguo da un po’ e so che tu hai fede.

Il fantasma del Natale presente

Più che in me, a dire il vero, hai fede in quelli che mi voterebbero, nella loro stenta grammatica, nella loro addomesticabile semplicità, nella loro voglia di sentirsi crescere schiacciando chi è ancora più schiacciato: va benone lo stesso mio soldatino, stai lavorando duro per me e in virtù di questo avrai la tua parte.
Sto pensando non ad offrirti banalmente quel posto da sindaco al quale tu, senza mai ammetterlo, pensi da un pezzo, birbantello mio, ma sento piuttosto di affidarti qualcosa di rivoluzionario e di più adatto al tuo curriculum professionale: sarai Direttore Magnifico della prima stazione radio per non udenti, Radio Qualcosaacasotantochetifrega.
Fico, no?
No, non ringraziarmi: è ciò che hai ampiamente meritato.
Non posso trattenermi di più figlio mio.
Avevo prenotato l’aereo di Stato per essere presente alla Sagra della Braciola di Scanzorosciate, in provincia di Bergamo, ma mi tocca prendere un treno solo perché gli amici di quelli di Bibbiano mi hanno ricordato che non sono più ministro, pensa che roba! Ti saluto Direttore, a presto: continua ad aver fede”.
Il sonno di Ognissanti Frangiflutti si fece più agitato: il Direttore si mosse, rigirandosi nella poltrona.

Lunghi, soffocati gemiti gli uscirono di bocca: “Noo, la radio per sordi noo”,  mentre uno strano sudorino gli imperlava la fronte.
Si era appena ricomposto quando ebbe ancora una volta la sensazione di non essere solo.
Sentiva un crescente e gigantesco brusio avvolgerlo, il vociare di centinaia di migliaia di persone.
Mugolò un po’, preoccupato: aveva voglia di svegliarsi ma non ci riusciva, era trattenuto nel tunnel dei sogni.
Ad un tratto, sentendo quell’immane marea di persone cantare una famosa canzone della Resistenza, aprì gli occhi e li vide infine.
La sterminata piazza in cui si era accorto di stare, era invasa da gente di ogni età, che stava stretta, accalcata, ma intorno a lui, stranamente, si era fatto un vuoto circolare e tutti lo guardavano.
Ebbe l’impressione di essere uno squalo accerchiato da un foltissimo, sterminato banco di minuscoli pesci.

Il fantasma del Natale futuro

Sentì freddo come se fosse immerso nelle acque gelide di un oceano ostile, e provò una profondissima paura, una paura tale da levargli fiato, pensieri e parola.
Poi, fu il suo stesso terrore a trovar voce, a parlargli, a dirgli qualcosa che mai avrebbe voluto udire:
“Sono il Fantasma del tuo Natale Futuro”…  

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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