La tribù Tarallo e la Sora Panzona

Il tavolo lo aveva prenotato Abdhulafiah per tempo, esagerando in zelo, visto che la Trattoria “La Sora Panzona” era sconosciuta a tutte le guide e ai soliti siti specializzati, ed era assai poco frequentata.
Eppure di automobilisti ne transitavano in quella strada, una delle tante che la città affidava alla sua campagna, verde e ridente come retorica vuole, e non erano neanche pochi.
Il punto era un altro: anche i più affamati tra di loro, vedendo l’insegna dipinta sgangheratamente a mano, apparentemente almeno un secolo prima, e l’aspetto diroccato dell’intera costruzione, evitavano accuratamente di fermarsi, esultando intimamente per un pericolo certamente scampato.
In effetti anche il portico esterno, coi tavoli di legno ingrigito dal tempo e dalle piogge, e le sedie di plastica graffiata e sbrecciata che gli facevano da complemento, non risultava particolarmente attraente.

Non si poteva dar torto, dunque, alla gente di passaggio, se accelerava passandovi davanti: quell’edificio, per lo squallore minaccioso che evocava, se la giocava col Bates Motel di Psycho.
Con tutto ciò gli automobilisti si sbagliavano, ma non lo avrebbero mai saputo.
“La Sora Panzona”, infatti, era un locale volutamente mascherato, riservato a pochissimi.
L’interno era raffinatissimo, messo su con un gusto tale da lasciare a bocca aperta.
Era uno spazio ampio e meravigliosamente disegnato, con le pareti in pietra chiara, senza tramezzi e molto ben organizzato, arredato poco ma splendidamente: opere d’arte moderna alle pareti, sistemate con discrezione, evitandone l’affollarsi scriteriato e, per contrasto, mobili di snella eleganza.
L’illuminazione, perfetta, era quella giusta per dare risalto al luogo senza fare spettacolo, i pochi tavoli, di aspetto sobrio, erano apparecchiati da una mano leggera e felice.

L’interno del “Sora Panzona”

In quell’ambiente, oltretutto, si mangiava divinamente per via di un gruppo di chef, modesto nei modi, ma inarrivabile nella abilità culinaria, che vi prestava opera per passione e per amore di una convivialità amicale.
In sostanza la raffazzonata trattoria, perché tale doveva apparire all’esterno, era un’icona di raffinatezza gastronomica a disposizione di pochissimi: apriva solo per gli amici, ai quali riservava un trattamento principesco a prezzi sensatissimi.
La “brigata Tarallo” vi era stata introdotta, molti anni prima, dal Professor Cervellenstein, che in quel posto non solo era di casa, ma godeva di un affetto e di una considerazione fuori del comune.
Abdhulafiah, spettegolando tempo addietro con Lallo, aveva insinuato che l’illustre psicologo, diverse ere prima, doveva aver avuto una storia romantica con Donna Romualda, “La Sora Panzona”, appunto, un nome d’arte volgarotto che si era scelta strategicamente per scoraggiare gli estranei, riservando a pochi l’impatto con le sue abbondanti virtù.
All’epoca del loro primo incontro lei era una bellissima diciottenne di grande cultura.

Donna Romualda diciottenne, all’epoca dell’incontro col giovane Cervellenstein

Erano gli anni del boom, quelli in cui gli italiani prendevano familiarità col concetto di vacanza, affollando mari e monti, mettendoli in molti casi a ferro e a fuoco.
Il giovane Samuele Cervellenstein, figlio di ebrei trestini scampati miracolosamente allo sterminio, e laureando in Psicologia presso l’Ateneo di Vienna, era stato spedito dai genitori a fare un giro di istruzione estivo in Italia, una sorta di Grand Tour, seppure in forte ritardo sui tempi in cui lo praticavano letterati ed artisti di tutta Europa.

L’allora giovane Samuele, era capitato in quell’angolo di penisola mentre muoveva verso sud, ed era rimasto affascinato dalla varietà e dalla qualità del suo menù storico paesaggistico.
Fermatosi a dormire presso una famiglia di locali proprietari terrieri ed imprenditori vinicoli, ne aveva conosciuto la figlia, Romualda appunto, rimanendone stregato.

Il giovane Cervellenstein

Negli anni seguenti, dopo la laurea e la specializzazione, Cervellenstein aveva pellegrinato per alcune Università del Nord Italia, ma quando aveva scelto di metter su uno studio privato, aveva voluto trovarlo nella zona del centrosud che gli era rimasta nel cuore dall’epoca del suo epico giro giovanile, aprendolo precisamente nel capoluogo di quella provincia.
Non era chiaro se la storia d’amore tra lui e la bellissima Romualda ci fosse stata o meno, ma Tarallo, Abdhul, Afid e gli altri, conoscendo i talenti del Professor Cervellenstein, seduttore di prima fascia, consideravano fondatissima quell’ipotesi.

Che il rapporto tra Donna Romualda/Sora Panzona e il loro egregio amico, restauratore di zucche balzane, fosse tuttora forte, fu chiarissimo a tutta la comitiva di amici che quel giorno occupava il tavolo d’onore del locale per la celebrazione del loro Natale controcorrente.

Abdhulafiah osserva l’albero di Natale del “Sora Panzona”

Il professore infatti guardava la donna con lo stesso sguardo che un diabetico recluso in un istituto penitenziario rivolgerebbe ad un Saint Honoré di passaggio, lei, dal canto suo, fissava lo psicologo col medesimo slancio che una nota mette nell’evitare Jovanotti.
Questa corrente sotterranea, discreta quanto torrida, non era sfuggita a Carmen, l’antropologa studiosa dei Puka Puka, che era l’accompagnatrice del momento di Cervellenstein.
Ancora molto seducente Donna Romualda, cordiale e sorridente, si infatti era accostata al loro tavolo per una piccola conversazione, ma nonostante la sua cortesia fosse rivolta a tutti, in realtà non aveva occhi che per il Professore, calamitandone a sua volta lo sguardo.

Donna Romualda/Sora Panzona

L’antropologa, acuta come tutti i ricercatori, aveva letto in quegli sguardi la promessa reciproca di imminenti, inconfessabili, acrobazie.
Le si era smorzato il sorriso, accorgendosene, e non riuscendo a trattenere un forte disappunto, abbandonò di botto la conversazione che stava tenendo con Afid, interessatissimo a sapere quale porzione di mercato avesse in Occidente l’artigianato di quei polinesiani dal nome buffo, con l’intenzione, malcelata, se del caso, di produrne dei falsi su larga scala.
Carmen invece di rispondergli aveva preso a sibilare nervosamente qualcosa in pukopuchese:

A sta wawine
yinga
yako
kokoi
Kuti eddu.

che questa donna
possa cadere
nel corso di una rissa
su un’affilata
lama.

Lallo, che aveva afferrato al volo la situazione si affrettò a smorzare la tensione raccontando di come il suo collega Marzio Taruffi, quello della cronaca provinciale, fosse abituato da sempre a farsi visitare da un veterinario, e di come per essere ripulito a dovere per la prima volta in vita sua, scartata l’ipotesi di usare un autolavaggio, fosse riuscito a prendere un appuntamento in un noto salone di tolettatura per animali da compagnia, usando il falso nome canino di Fuffi Taruffi.

Tarallo affermò che per quel cronista  intraprendere il percorso verso la pulizia fu un’esperienza simile a quella di chi decide di partire per farsi una gazzosa su Marte, salendo su un razzo con tre euro in tasca, tariffa presunta per quella consumazione in un bar alieno.
Forzuti addetti in camice azzurro avevano lavorato vigorosamente sulla sua persona, facendo team con un gruppo di geologi, per scrostare gli anelli di sporcizia che a strati sovrapposti ricoprivano il giornalista fin dalla sua nascita.
Il poveretto, che nella fittissima barbaccia, incrostata da lordure di ogni genere, ospitava colonie di batteri amici, venne anche sbarbato a revolverate.

Mentre Taruffi veniva riportato gradualmente ai colori di un essere umano, gli studiosi traevano preziose informazioni sul clima degli ultimi cinquant’anni, ed in particolare ebbero risposte sorprendenti sul tasso delle precipitazioni in Tanzania nel decennio 1972-1982.
Il giornalista, ore dopo l’inizio della procedura, fu generosamente irrorato di liquido antipulci e antizecche, e, barcollante e mezzo pesto per essere stato maneggiato così rudemente, venne messo infine davanti ad uno specchio perché potesse guardarsi, godendo del magnifico lavoro fatto su di lui dalla squadra messa su dal salone di tolettatura canina.
Alla vista di Taruffi si presentò una creatura extraterrestre, glabra come i protei delle grotte di Postumia, uno sconosciuto quasi albino.
L’uomo gettò un urlo disperato, poi svenne, crollando pesantemente sul linoleum bagnato e sporchissimo.

Taruffi come si vedeva allo specchio dopo la sua tolettatura

Fu la prima tappa di una sua lunga e dolorosa crisi di identità: nemmeno Gregor Samsa, trovandosi di colpo mutato in uno scarafaggio da una sorte oscura, ebbe gli strascichi d’umore che vennero riscontrati nel Taruffi restaurato.
Naturalmente il racconto di Tarallo era stato così buffo ed appassionante che ogni tensione nel gruppo degli ospiti della Sora Panzona si era attenuata.
L’eco della risata collettiva della tribù durò a lungo, tanto che perfino Carmen, ritrovando un sorriso stiracchiato, abbandonò gli anatemi in pukapuchese riprendendo a parlare italiano.
Quando arrivò in tavola il favoloso dessert, “Il Chiappobabbo”, una creazione esclusiva del miglior pasticcere sulla piazza che riproduceva il grosso sedere di Babbo Natale, coperto da una glassa straordinaria, ci fu un generale moto di ammirazione.

Il delizioso dessert “Chiappobabbo”

Le luci della sala erano state spente per dar risalto al momento, senza alcun timore del buio totale, visto che tra i commensali c’era Consuelo, più splendente del solito.
Mentre quasi tutti festeggiavano spensieratamente addentando le chiappe dolci di Santa Klaus, uno dei presenti, Lisippo Tressette, che suo nonno Omar si era tirato appresso per non farlo sentire isolato, intanto si era distratto.
Estraniato da quel contesto ilare, lo strano giovanotto si era fissato su qualcosa, qualcosa che vedeva fuori dalla finestra e che sembrava ipnotizzarlo.
Nell’accidentato spazio antistante al Sora Panzona, qualche incosciente aveva parcheggiato una Smart….  

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

Lallo Tarallo è un personaggio nato dalla fantasia di Piermario De Dominicis, per certi aspetti rappresenta un suo alter ego con cui si è divertito a raccontarci le più assurde disavventure in un mondo popolato da personaggi immaginari, caricaturali e stravaganti

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