L’amore ai tempi del… web

Ho “visto” persone appassionate viversi illusioni tali da raggiungere la vetta di un incontenibile entusiasmo e poi da lassù repentinamente precipitare nel baratro della disperazione, e tutto era autentico vissuto.
Gioie e dolori, scoppi d’ira e d’euforia, tensioni e ansie da prestazione, consumati dal dramma di un abbandono o rapiti dalla meraviglia di sentirsi esseri predestinati.
Questi eletti, baciati dalla grazia di un incontro senza essersi mai visti o appena intravisti nella realtà, oppure ritornati da un trascorso perduto, molte volte idealizzato, si sentono proprio come li ha descritti le parole di Gabriel Garcia Marquez:

“Due adulti liberi e senza passato, ai margini dei pregiudizi di una società chiusa su se stessa, avevano scelto il rischio degli amori proibiti.” 

La citazione è tratta dal notissimo romanzo “L’Amore ai tempi del colera”, ciò nonostante anche ai tempi di internet i presupposti dell’Amore restano i medesimi.
Navigando nel mare virtuale di quest’epoca moderna, contraddistinta dal fatto che nel nostro Paese siano sempre di meno coloro che leggono e sempre di più coloro che scrivono, mi sono resa conto che la consumazione di scrittura nell’universo dei social è da bulimia compulsiva.
Sarà per il bisogno di gridare al mondo convinti di riuscire a farsi ascoltare, per il desiderio di raccogliere immediati consensi, oppure per l’urgenza di confidarsi tra sconosciuti incoraggiati dall’anonimato e in certi casi per la fantasia di reinventarsi creando un alter ego che ci rappresenti, che restiamo presi in un gioco nel quale la proiezione di noi a un certo punto reclama la sua parte di vita da spartire.
Questo è il nodo nel quale reale e virtuale si combinano, fondono, confondono… annegano l’uno nell’altro.

Si potrebbe sostenere categoricamente che ciò sia menzogna e niente altro, eppure in più occasioni ho avuto modo di constatare come esista tanta verità nella menzogna per quanta menzogna esista in tanta verità.
Sono due facce di una stessa medaglia, da quell’ “Uno Nessuno e Centomila” di memoria pirandelliana fino alla possibilità ideale di sparire e rinascere altrove, tagliandosi i ponti dietro le spalle come un novello  “Fu Mattia Pascal”.
Sovente ci si ritrova ad avere da una parte la quotidianità del normale, con la sua maschera sociale accettabile e la corda civile che stringe, e dall’altra parte la veste da indossare per entrare in scena, reinventarsi o ritrovarsi, liberando la corda pazza dalla stretta di quella civile.

La teatralità della vita mi colpisce e mi sorprendo sempre a pensare che davvero siamo un po’ tutti come quei personaggi in cerca d’autore di Pirandello o come quei due vagabondi di Samuel Beckett, immobili nell’eterna attesa di un Godot che non giungerà mai.

La psicologia dell’esistenza umana ha una sua complessità innata, con l’es l’io e il superio di Freud o tutta la malinconia del male di vivere impersonato dal rivo strozzato degli “Ossi di Seppia” di Eugenio Montale, e perciò l’essere umano si trova a ricercare sempre antidoti diversi, a volte traendone un beneficio altre solo l’effetto placebo di innocui palliativi.
Alcuni possono finire dentro la rete della propria solitudine, mentre cercano di fare chiarezza nella propria storia personale senza aver chiaro bene come, ed oggi questa rete può assumere anche un’altra forma: quella virtuale.

Le parole sono spesso suggestioni, la comunicazione è un fatto molto personale perché filtra attraverso la sensibilità e l’esperienza di ognuno.
A volte si crede di avere compreso chi sia l’interlocutore e di essere stati compresi, spesso ci si illude e tutto si consuma in pochi sprazzi, la superficialità è sempre in agguato nel mondo virtuale dei social e delle chat, così come il malinteso, la malafede come la buonafede.
Del resto siamo fatti così noi umani, certamente non da oggi, e la tecnologia col mutare dei tempi è solo al servizio di ciò che siamo.

E con i sentimenti come la mettiamo?           

In questa società moderna che definirei mordi e fuggi, rivisitazione del carpe diem di Orazio, persino il consumo di sentimenti sembra farsi meteora, evitando complicazioni si prende solo ciò che si vuole, almeno nel momento in cui ci sembra di volerlo.
Il momento successivo è solo un altro passo.

Ripeterò sino alla nausea che la continua rappresentazione di noi, lo show del reality televisivo così come la promiscuità di sensazioni, surrogate dei sentimenti, porta alla banalizzazione.
Tutti diventiamo vittime e carnefici in questi cliché.
Se a voi sta bene accomodatevi pure, a me procura una sorta di inquietudine, allora prendo un libro e mi immergo in altre parole, stavolta destinate a durare universali, per chiunque altro voglia toccare queste pagine, da “L’amore ai tempi del colera”:

«Capita che sfiori la vita di qualcuno, ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, convivere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno… e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantun anni nove mesi e quattro giorni notti comprese?»   

Leggo e comprendo quanto invece sia lento il tempo dei sentimenti al quale Marquez ci introduce con l’intensità di un racconto in cui non conta quanto duri l’attesa, ciò che viene misurato in anni, mesi e giorni è semplice scansione, il sentimento risponde a un’altra misurazione interiore, e su quest’ultima neanche la distanza può dettare regole, niente può fermare Florentio (il protagonista del romanzo), perché egli sa che il suo unico amore è Firmina, nessun’ altra. 

Gabriel Garcia Marquez ci ha raccontato la storia di un sentimento che ha radicato ostinatamente per sopravvivere al tempo e alla distanza fisica che separa due persone. 
I protagonisti cambiano, le esperienze e la vita stessa li plasma, li fiacca nel corpo non nell’anima.  Il sentimento li accompagna e si evolve in modo naturale attraverso le lettere che testimoniano l’esistenza in vita e non si sono mai interrotte.  
L’amore vero non può restare distante nel modo in cui si pensa la distanza, non lascia posto ad estraneità e assenza. Questo amore sopravvive con pazienza, un incontro di anime, direte. Una benedizione oppure una follia.

L’intensità di quel racconto e lo stupore che suscita ad ogni lettura non si esauriscono mai.

Ma il mondo virtuale allora?  Con tutti i suoi inganni e le sue banalizzazioni, ma anche con la possibilità di un contatto al buio con l’altro che, come accade per la cecità, può acuire gli altri sensi avvicinando due anime, è vero anch’esso?

Vero come la vita, nella quale ci si inganna, vero come la menzogna che spesso indica delle verità taciute.  E ancora, vero come la malafede di chi abusa delle ombre ma anche vero come la sincerità di chi rispetta le parole e ne ha cura infinita. 

Falso e vero si mescolano nella natura umana, i mezzi non sono gli uomini ma sono il modo per arrivare ad essi, e gli uomini possono essere o rappresentarsi, bene e male coesistono a questo mondo come dentro ognuno di noi, l’Amore invece non risponde a regole e non teme i mezzi, quando è tale si manifesta col tempo e la pazienza.
Il tempo dell’Amore è lento.
La Verità non è mai un fuoco di paglia ma una fiammella accesa nella notte… il bagliore lontano di una piccola stella o il lume che attrae le falene… .

Forse.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

Un commento su “L’amore ai tempi del… web

  1. Chi può dire di conoscere veramente una persona? Quante volte sentiamo dire da amici e parenti “pensavo di conoscerlo/a”… oppure “non mi meraviglio più di nulla”. Quante volte ci hanno stupito parenti stretti, amici di una vita. Persone con cui abbiamo diviso esperienze di lavoro, sportive, momenti di svago, vacanze, pranzi o cene, addirittura affari. Altre volte ci stupiamo noi stessi delle nostre reazioni in determinate situazioni per le quali avevamo giudicato amici o parenti o conoscenti in modo diverso o uguale dalla nostre reazione. Vale lo stesso in amore. Se non bastano sguardi, smorfie, reazioni, atteggiamenti del corpo, silenzi a spiegarci una persona, figuriamoci uno scritto anche veloce o addirittura modificato da un correttore automatico. Spesso sono gli errori, le inflessioni a rivelarci aspetti di persone. Per esempio su chi sa ridere, scherzare che sui social non si può cogliere se non si conosce molto bene l’interlocutore. I social invece, ci dicono inchieste, ricerche scientifiche, sono spesso il mezzo più efficace per diffondere falsità. Quindi come pensare di conoscere una persona solo dai social senza averne sentito il timbro di voce? Ai nostri genitori bastava guardarci per comprenderci, alle persone che ci vogliono bene basta il suono di una parola o un gesto.

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