Schumann e le sonate per violino: sull’orlo dell’abisso

                     

E’ indubbio che per Schumann la musica cameristica rappresentava un genere più “puro”, immune da influenze letterarie alle quali fu invece soggetta la sua musica pianistica.
Della musica da camera lo affascinava la severità formale, senza però che i suoi vincoli potessero smorzare lo spirito romantico che il musicista faceva scorrere nelle sue opere, a partire da quella “Sehnsucht”, colma di una passione e di una malinconia che rappresentavano il suo marchio di fabbrica. 

Questa visione dicotomica, tra lo Schumann pianistico e quello cameristico fu d’altra parte condivisa dal violinista Joseph Joachim, uno degli amici più cari di Schumann, il quale notò come l’ambito cameristico risultava essere in lui più tormentato e instabile, soprattutto nel suo ultimo periodo di vita.

Robert Schumann

A questo periodo appartenevano le due Sonate per violino e pianoforte, op. 105 e op. 121, composte da Schumann nell’autunno del 1851.

Le due pagine cameristiche sono intrise di quelle caratteristiche che rendono unica la musica di Schumann, ossia slanci ardenti che mutano repentini in improvvisi ripiegamenti, ed un alternarsi di impeti audaci e di tenerezze sublimi, di abissali introspezioni e di sogni iperbolici.
Da qui si può comprendere come queste due Sonate ripresentino le proiezioni simboliche dello stesso Schumann: il malinconico Eusebio e l’appassionato Florestano, la cui presenza era stata sancita attraverso alcune pagine pianistiche, a cominciare dai Davidsbündlertänze op.6. 

Wilhelm Kempff suona Schumann: Davidsbündlertänze Op.6 (1963)

In un certo senso, era un ritorno alle origini che tuttavia non mostrava l’entusiasmo delle prime opere pianistiche.
Schumann, del resto, quando affrontò per la prima volta il genere delle sonate per violino aveva ormai 41 anni e gli restavano poco meno di tre anni prima che la parabola della sua vita subisse il tracollo definitivo, che lo portò a morire a Endenich nel 1856.

Le sonate per violino, composte a poca distanza l’una dall’altra, rappresentarono due esperienze compositive molto diverse.
La prima sonata, in tre soli movimenti, era anche la più tormentata, un composizione dal tono passionale ma anche tenero.
I suoi temi lirici colpirono dal primo ascolto la moglie di Schumann, Clara, che ne rimase “incantata e commossa”. 

Robert e Clara

Il materiale tematico del primo movimento, tornava incessantemente, regalando a questa musica tutta la tensione e l’afflato emotivo ed instabile, tipici della personalità di Schumann.
Egli ne rimase però insoddisfatto poiché la sonata non dimostrava le sue abilità compositive concertanti.
Per questa ragione compose la sua seconda sonata.
Di maggiori proporzioni rispetto alla prima e articolata in quattro movimenti, lo spirito di questa sonata apparteneva invece all’anima impulsiva di Schumann. 

I toni appassionati e il canto intimo del registro grave del violino erano caratteristiche così spiccate che facevano di questa sonata un’opera rappresentativa della poetica musicale di Schumann.

Nel 1851 Schumann, una volta trasferitosi a Düsseldorf, si era trovato sotto pressione per via dei rapporti difficili con l’orchestra e con il coro, oltre che con gli emissari del consiglio comunale che gli avevano affidato il ruolo di direttore artistico della locale orchestra.
Nonostante le difficoltà date dalle sue condizioni psichiche, in quei mesi autunnali il compositore trovò le forze e l’ispirazione per scrivere in pochissimo tempo questi due capolavori cameristici.
Entrambe le Sonate non potevano di certo rientrare tra le composizioni che all’epoca si facevano, di musica che i dilettanti praticavano in casa: la loro visionarietà e il loro tipico linguaggio introverso non avevano nulla a che fare con lo stile salottiero del tempo.
Non per nulla, il dedicatario dell’op. 121, fu il celebre violinista Ferdinand David, lo stesso solista per il quale Mendelssohn scrisse il suo celebre Concerto per violino; mentre i suoi interpreti ideali furono per Robert, Joseph Joachim e Clara Schumann.

Il denominatore comune che legava queste due prime sonate era dato dal fatto che entrambe vedevano ridotto al minimo il materiale tematico, il quale spesso si ripresentava, ma riappariva variato, dando così vita a un’affascinante compiutezza.
Questo elemento portava le due sonate ad assumere una forma concisa.
Il timbro del violino, usato quasi dolorosamente, veniva fissato spesso sul registro medio e grave, utilizzando poco quello acuto, con il risultato di esprimere un suono cupo e malinconico.
Inoltre, non mancava la sfida a un linguaggio contrappuntistico di stampo bachiano che Schumann affidò, in questo caso, più alla Sonata in re minore.

Schumann, componendo la seconda sonata, volle distribuirla sui normali quattro tempi, con dimensioni ben maggiori rispetto alla prima, cosa che portò lo stesso musicista a definirla “grande sonata”.
Ma non si trattava solo di un problema di dilatazione temporale del linguaggio, ma soprattutto di una maggiore sicurezza, derivata dagli obiettivi che Schumann si era posto: la volontà di esprimere e rendere compiuti i toni appassionati e fantastici della sua estetica. 

C’era il desiderio di portare in superficie un canto intimo e profondo nonchè l’aspirazione a trovare un punto di raccordo dove far coesistere tali nuove soluzioni musicali ed estetiche, come il fluire continuo delle voci, celate tra i rimandi del violino e del pianoforte.
Soprattutto queste erano irrinunciabili nella concezione del musicista, votato, come i personaggi che animano i dipinti di Caspar David Friedrich, allo slancio romantico verso l’indefinibile, l’irraggiungibile e che è inesorabilmente condannato a restare irrealizzato.                                                              

Schumann – Sonata per violino No 1 in A minor, Op 105
– Leonidas Kavakos, violin Daniil Trifonov, piano –

La Sonata per violino e pianoforte Op. 105 fu composta a Düsseldorf nel settembre 1851, periodo in cui Schumann era sempre più in preda a crisi depressive.
L’opera è caratterizzata da toni più ansiosi e, come si è detto, da dimensioni più modeste rispetto alla sonata seguente, scritta un mese dopo.
Presentata in forma privata presso la residenza di Schumann nell’ottobre 1851, la Sonata in la minore venne eseguita per la prima volta in pubblico il 21 marzo 1852, al Gewandhaus di Lipsia.

Nel 1° tempo “Mit leidenschaftlichem Ausdruck” (Con espressione appassionata), il violino inizia esponendo il tema principale, una melodia vibrante, elaborata tra sincopi e sovrapposizioni per esprimere volontà e dubbio. Nel secondo tema la passione è più malinconica, dolce e delicata.

Nel 2° movimento, l’ “Allegretto”, il clima è più lirico, il movimento centrale è in forma di rondò con due episodi contrastanti: una melodia dolente e un motivo scherzoso, estroverso, dal vago sapore boemo.
Chiude l’opera il 3° movimento: “Lebhaft” (Vivace) che si apre con una sorta di moto perpetuo, un’imitazione continua tra violino e pianoforte. Senza alcuna transizione si passa in un attimo, a un secondo motivo scandito dal pianoforte. Si alternano frammenti dei due temi mentre una pacata melodia cantabile interrompe brevemente la concitazione del movimento.

Schumann, Sonata per Violino nr.2 in D minor, op.121
– Julia Fischer, violin Milana Chernyavska, piano –

Composta tra il 26 ottobre e il 2 novembre 1851 la Sonata op.121 nacque principalmente, come detto, dalla insoddisfazione per la Prima Sonata scritta appena un mese prima.
Il 15 novembre 1851 la sonata venne eseguita in forma privata da Wasielewski al violino e da Clara Schumann al pianoforte
Ancora insoddisfatto, Robert rimaneggiò ampiamente la partitura che venne eseguita in pubblico il 29 ottobre 1853 da Joseph Joachim e sua moglie Clara.

Il 1° tempo: “Ziemlich langsam” – Lebhaft (Piuttosto lento – Allegro) ha una grave introduzione con energici accordi che anticipano il tema principale.
Una seconda idea tematica sembra evolvere verso toni più sognanti, poi ritornano i fremiti del primo tema e l’iniziale andamento vigoroso.
I due temi sono sempre in continua tensione dialogica, anche nella Coda finale.
Il 2° movimento: “Sehr lebhaf” (Molto Allegro) è un breve Scherzo il cui intenso tema, esposto all’unisono dal violino e dal pianoforte, si alterna a due Trii caratterizzati dall’ esprimersi su ritmi diversi dei due strumenti. 

Il movimento si chiude con potenti accordi in fortissimo.
Segue il 3° movimento: “Leise, einfach” (Sottovoce, semplice). Questa sezione si articola in quattro variazioni sopra un dolce tema presentato dal violino prima in pizzicato, quindi ripetuto con l’arco.
La terza variazione appare come una citazione del secondo movimento, la quarta è caratterizzata dagli arpeggi dolcissimi del pianoforte.

Il finale 4° movimento: “Bewegt” (Agitato) presenta un primo tema appassionato ed energico la cui esuberanza viene attenuata dalla seconda idea tematica, una lunga melodia affettuosa e rasserenante, raddoppiata dal pianoforte.
I motivi, in un serrato dialogo tra i due strumenti, vengono variati e trasformati con canoni, progressioni e imitazioni.
La sonata si chiude con esultanza, passando dal re minore a re maggiore, con un’ampia coda che in sintesi ripropone i temi principali.

E’ certo che Schumann, nonostante la fragilità delle sue condizioni psicologiche, in quei mesi del 1851 trovò l’energia creativa per completare nel giro di pochissimo tempo due lavori cameristici particolarmente impegnativi.
Non c’era, in queste opere per violino, forse la visionarietà delle composizioni pianistiche, ma era indubbio che il loro linguaggio espressivo febbrile e introverso allo stesso tempo non aveva nulla a che fare con lo stile Biedermeier tipico della musica cameristica di metà ottocento. 

Schumann violin sonata no. 3 in A minor
– InMo Yang, violin, Renana Gutman, piano –

La Sonata per violino e pianoforte n. 3 in la minore, fu l’ultimo lavoro completato prima dell’aggravarsi dei disturbi psichici, culminati a febbraio del 1854 nel tentativo di suicidio nelle acque del Reno.
Questa composizione ebbe una genesi particolar, nascendo infatti dall’unione di due movimenti scritti ad hoc, e da altri due provenienti dalla Sonata FAE (che prendeva il nome dal motto di Joachim “frei aber einsam”) e fu eseguita da Clara Schumann e Joseph Joachim probabilmente il 28 ottobre 1853. 

La Sonata FAE era un brano collaborativo, composto per la sezione iniziale da Albert Dietrich; da Johannes Brahms venne scritto lo Scherzo, e da Schumann il tempo lento e il finale.

La Sonata per violino e pianoforte n. 3 venne completata negli ultimi tre giorni di ottobre: Schumann scrisse ex novo due movimenti in sostituzione di quelli di Brahms e Dietrich, e aggiunse i suoi Intermezzo e Finale della Sonata FAE.
L’opera sarà pubblicata soltanto nel 1956.

Schumann in un dagherrotipo del 1850

Il 1° tempo “Ziemlich langsam” (Piuttosto lento) ha un’introduzione enfatica e ricca di contrasti: il tema impetuoso e appassionato si scontra con un secondo soggetto, intimo, quasi sussurrato.
Segue il 2° movimento” Lebhaft” (Vivace) che è uno scherzo seguito da due Trii in cui la melodia è sviluppata al ritmo di danza.

Il 3° tempo Intermezzo – “Bewegt, doch nicht zu schnell” (Mosso, ma non troppo veloce) senza dubbio è il movimento più interessante di tutta la composizione, un commovente senso d’addio che traspare dalla melodia nostalgica e appassionata.

Il Finale – “Markiertes, ziemlich lebhaftes Tempo” (Tempo marcato, abbastanza vivace) trasmette l’impressione di un eccentrico umorismo.
Notevole la fuga che occupa l’intera sezione di sviluppo; vibrante e ricca di passione la coda conclusiva.

Schumann affrontò tardi la musica da camera e fu soltanto nel 1842 che compose i “Tre Quartetti op. 41”, scritti con grande maestria strumentale, tenendo presente in parte l’esempio beethoveniano.
Tale esperienza determinò una profonda riflessione nell’artista, espressosi fino allora quasi esclusivamente sul pianoforte, strumento preferito per l’ideazione melodica aforistica e per la creazione di Lieder.
Egli, come detto, considerava la musica da camera, non essendo legata necessariamente a riferimenti letterari, come la più pura e la più severa sotto il profilo formale.
Anche in questo genere musicale, tuttavia, l’acceso spirito romantico schumanniano non perse quella freschezza d’inventiva e quella Sehnsucht, tra passione e malinconia, che era il tratto fondamentale della sua poetica.
Joachim, però notò una netta differenza tra lo Schumann pianistico e quello cameristico, reso il secondo più tormentato nel periodo della sua vita a Düsseldorf da ricorrenti crisi depressive.

Come nella maggior parte delle composizioni dell’ultimo periodo creativo schumanniano, anche nelle tre Sonate per violino si riscontrava un diffuso impiego di procedimenti polifonici e contrappuntistici.
In effetti, la differenza principale fra le tre opere era data soprattutto dalle dimensioni.

Nel 1852 Robert Schumann cadde in un grave stato di prostrazione fisica e mentale, da cui non si sarebbe più ripreso.
Nel 1853 completò la sua penultima composizione, i “Gesange der Frühe op.133”; nei primi mesi del 1854 tentò il suicidio gettandosi nelle acque del Reno.
Fu internato in un istituto di malattie mentali, dove si sarebbe spento due anni dopo.
Il periodo che precedette il tracollo fu tuttavia fervido e videro allora la luce grandi composizioni sinfonico-corali, pezzi per pianoforte, cicli di Lieder e, inoltre, le sue opere dedicate al violino, che fino ad allora non aveva mai utilizzato in funzione solistica.
Del 1851 erano le due Sonate, del 1853 il Concerto in re minore, la Fantasia op. 131 e i movimenti della Sonata F.A.E., scritta in già precedenza con Brahms e Dietrich.

Robert Schumann: Fantasy for Violin and Orchestra Op 131
Ossia Symphony Orchestra – Heesun Shin, violin.
Orlando Alonso, conductor.
Kaye Playhouse at Hunter College, New York.

Quest’accostamento tardivo al violino apparve presto abbastanza problematico perché i violinisti non eseguivano volentieri queste musiche, che ai loro occhi avevano il torto di non offrire occasioni di fare sfoggi virtuosistici, mentre i critici, a torto, le consideravano pregiudizialmente macchinose.
Eppure tutte queste composizioni furono portate a termine con facilità e incredibile rapidità: la seconda Sonata in soli sette giorni, tra l’ottobre e il novembre 1851.

Non ero soddisfatto della prima Sonata, sicché ne ho composta un’altra che spero sia riuscita meglio”,

scrisse Schumann al momento di pubblicare la Sonata in re minore op. 121. Di fatto in quest’opera si respirava un senso di maggior sicurezza e il ritorno ai quattro tempi del canone classico era di per sé significativo.
Insieme con l’imponenza dei temi e l’ampiezza dello sviluppo di questi, concorreva a creare quel carattere di “Grande Sonata” annunciato fin dal titolo originale. 

Se sia possibile affermare una superiorità di tale sonata sulla sorella di poco precedente è una questione da risolvere forse soltanto con l’ascolto e facendo intervenire preferibilmente i propri gusti: poiché stiamo trattando di due indubbi capolavori dello Schumann estremo.

Pur nella diversità delle proporzioni delle due Sonate, pur nell’evidente scrupolo costruttivo che le animava, articolandone lo svolgimento in modo, a grandi linee, rispettoso della composizione strumentale classica, era lecito ravvisare anche qui la tendenza a creare un panorama espressivo unitario anche se diversificato, specchio delle infinite differenze e contraddizioni della personalità umana.
Una condizione che tanti anni prima, in climi per Schumann incomparabilmente più felici, si era riflessa nel molteplice sdoppiamento del suo Io, celato dietro la fantasmagorica sfilata delle maschere di “Carnaval” o nelle febbrili fantasie della “Kreisleriana”. 

Siglavano queste opere, ormai protese verso gli esiti ultimi e dolorosamente sospesi dell’avventura artistica di Schumann, la sostanziale coerenza di una parabola creativa in apparenza caotica.

La tomba di Schumann nell’Antico Cimitero di Bonn

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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