Tarallo, Taruffi e la redazione fantasma

                                       

Il ritorno di Lallo Tarallo nella redazione del Fogliaccio Quotidiano fu decisamente problematico.
Ci era arrivato a piedi, di prima mattina, come al solito camminando per le vie del centro, mezze vuote e silenziose.
Era un silenzio mai sentito prima: quasi quasi si sentiva il click delle luci dei semafori quando scattavano, passando da un colore all’altro
La mente del giornalista, però, era distratta, vagava ancora in territorio strappolese, vorticosamente occupata dai ricordi forti della recente avventura.

Volti, case, scorci, insegne, e soprattutto la chiesa, coi suoi misteri: il paese era perfettamente visibile, ricostruito bene dagli occhi della sua suggestione, ed altrettanto forti erano le tinte della memoria degli eventi straordinari che lui ed i suoi amici si erano trovati a vivere.
Era più che comprensibile, del resto, che Lallo avesse molte difficoltà nel liberarsi del ricordo degli eventi di Strappoli di Sotto, come poteva essere diversamente?

Strappoli di Sotto. Chiesa di Sant’Abbondanziana Martire – interno –

Per la maggioranza di noi non sarebbe certo cosa ordinaria assistere a cosucce come una ribellione al proprio destino da parte di martiri dipinti e alla loro rivendicazione un po’ anarchica di autonomia.
 Ancora più pazzesco era stato rendersi conto della loro bruciante attrazione, soddisfatta solo per quel breve periodo, per i colori della vita, colori che la loro, fatta di eterno strazio, non avrebbe mai potuto conoscere ed appagare, se non grazie a quella prodigiosa poltrona.
Erano state vicende così eclatanti da non potersi nemmeno condividere senza il rischio di passar per matto: vallo a dire a qualcuno, infatti, di aver assistito ad un battibecco tra San Sebastiano e il martire Pròzio, o forse Mòzio, perché uno dei due voleva buttarsi a picco nell’ignoto di un’avventura e l’altro aveva un appuntamento galante con Sharon Stone!
Sarebbe apparsa a chiunque roba da ricovero, eppure era andata davvero così.

Lallo avrebbe avuto ancora modo di ripensarci, circa un mesetto dopo la fine dell’avventura strappolese, quando nella cassetta della posta trovò una cartolina di saluti firmata da Donaldo Ducco e da Evita Peròn.

Ma, tornando al giorno del suo rientro al lavoro, Tarallo sapeva perfettamente che quella che lo attendeva, sarebbe stata una giornata difficilissima.
Avrebbe rimesso piede in una redazione forse deserta, falcidiata dal virus, non sapendo nulla di come le forze del giornale avessero reagito allo schiaffo di quel momento critico.
Avendo vissuto per molti giorni in un’altra dimensione, non sapeva assolutamente nulla di come stesse funzionando il giornale, nulla di chi se ne stesse occupando, nulla di quel che veniva pubblicato e di come veniva prodotto.

Insomma ignorava del tutto ciò che avrebbe materialmente trovato.
Per strada incontrò pochissima gente: sembravano tutti vergognarsi di camminarvi, anche se dovevano farlo per  lavoro, e tutti, come lui, coprivano con mascherine di ogni foggia e colore, la metà inferiore del viso.
Tarallo ne aveva una esclusiva, confezionata da Consuelo, che vi aveva stampato sopra una foto dei Righeira, reperita da lei stessa poco tempo prima della quarantena.

Varcando la soglia dell’ingresso degli uffici della redazione, Lallo venne subito colpito dal silenzio stagnante che impregnava quel piccolo ambiente.
Si accorse subito, con un certo stupore, che il pavimento era letteralmente ricoperto da mille e mille incarti di quegli snacks iperglicemici che per marchio hanno di solito i nomi di felini selvaggi.
Lo strato di cartacce gli arrivava alla caviglia: faceva impressione vedere tanta trascuratezza fisica in un luogo che aveva sempre curato, e moltissimo, solo quella intellettuale.
Un po’ disgustato, Lallo seguì la scia, facendosi largo e tracciando un solco in quel mare di involti.

Un odoraccio acre, un vero e proprio tanfo, passo dopo passo, andava prendendo sempre più corpo, mentre, progressivamente, anche il silenzio iniziale veniva violato da un brusio crescente.
Tarallo arrivò infine al grande stanzone dei redattori e di fronte allo spettacolo imprevedibile che vide, si trovò ad allibire per l’ennesima volta: un solo uomo occupava la scena, e sembrava agitarsi in preda ad un’insufficiente furia operativa.

Di taglia piuttosto massiccia, quel tizio dava le spalle a Lallo e, saltellando affannato da una scrivania all’altra, batteva forsennatamente i tasti dei diversi pc.
Dal tanfo marcato che quel personaggio spargeva intorno e dal suo vistoso impaccio, Lallo riconobbe, senza soverchi dubbi, il suo collega della provinciale, Marzio Taruffi.

“Taruffi -strillò fortissimo Tarallo per soverchiare quel caos- ma che accidenti succede??!!”

L’odoroso redattore, preso alla sprovvista, si produsse in una mediocre, ma atleticamente corretta, imitazione del tappo di una bottiglia di spumante, e, reattivo come un musicofilo trafitto da un pezzo dei Volo, saltò in aria, irrorandola di mefitici aromi.
Indossava quella che doveva essere la mascherina più lurida del mondo, di un bianco brunito dallo sporco, con alcune macchie di unto sparse ad arte.
“Cazz..!! Oddio! … Ma che accid… Ma porc… Ah Tarallo, sei tu?”
Ad una domanda così precisa e ficcante, Lallo non si sentì di opporre un diniego, e confermò quindi di essere sé stesso.
Poi cominciò col chiedere: “Tarù spiegami cos’è ‘sto casino: che stai facendo con quei pc e perché quei disgraziati, calati giù da chissà da quale universo parallelo, strillano come ossessi?”

Taruffi rialzò fiero la testa e con una nota di sussiego nella vociaccia sgraziata, rispose: “Si chiama Smart working!”.
Dicono tutti che sia fichissimo. E’ una roba che ti fa lavorare da casa.
Non so se nella configurazione originale sia previsto che durante l’orario si urli come dei trichechi alla vista di un dentista, ma i nostri colleghi lo fanno fin dal primo giorno di isolamento: gli è venuto naturale.
Strillano, cioè.

Sarà forse il nervoso per essersi contagiati, mah, chissà!
Mandano qui i pezzi senza pensarci, caoticamente, ed io li debbo assemblare e ordinare come vuole il Direttore.
Lui dice che prima ha importanti cose da fare, così entra in Smart working solo alle 17,00 di ogni pomeriggio, per dare un’occhiata al materiale e decidere tutto: impaginazione, titolo, gli articoli di prima e quelli seguenti, fino all’ultima pagina, quella dedicata alle inserzioni di pericolosi maniaci sessuali.
Frangiflutti, ma del resto lo sai già, si riserva il fondo quotidiano ed il potere di barberia, lo sforbicio insomma, oltre a quello, se crede, di censura totale.
E’ un lavoraccio per me Tarà, mi devi credere: questi strillano come pazzi perché gli vengono in mente continue correzioni ai loro articoli e io, per farle, giro di continuo tra le tastiere, veloce come la vescica di un incontinente”.

Tarallo annotò mentalmente che le metafore di Taruffi si andavano facendo sempre più colorite.
Si rese conto che mentre camminava lungo la linea degli schermi, sotto i passi delle sue scarpe scrocchiavano tutti i tipi possibili e immaginabili di involucri di dolcetti, di merendine e di altri supporti glicemici.
Chiese allora a Taruffi se la Direzione avesse assunto una ditta specializzata nel procurare piccoli inquinamenti indoor, provvedendo a scaricare tutta quel pattume in redazione.

Il collega  chinò il capo imbarazzato: per quanto sotto la sua spessa corteccia di barba e sudiciume fosse impossibile scorgergli le gote, dal suo atteggiamento vergognato, Lallo intuì che dovevano essere arrossite.
“Ma sai Tarà, io praticamente non mi sono più mosso di qua da quando, con l’irruzione della squadra epidemie, furono tutti beccati positivi.
Non sono più uscito, lavoro sempre: mi faccio portare del cibo volante dal droghiere qua sotto, per lo più dei tramezzini al salmone geneticamente modificato, roba che tratta solo lui, mentre i dolcetti me li manda il supermercato.
Non so te l’ho mai detto, ma a me piacciono moltissimo gli snack.
Ho poco tempo per pulire: figurati che non posso nemmeno lavarmi!”
Tarallo ebbe difficoltà a non svenire dinanzi ad una cazzata come quella: nel dizionario taruffiano, infatti, laddove avrebbero dovuto stazionare il verbo “Lavare”, insieme col suo bel riflessivo “Lavarsi”, figurava invece un insondabile vuoto.

Riuscì a controllarsi e a non seppellire il collega sotto uno tsunami di cachinni.

Così Taruffi riprese: “Lo so che c’è un po’ di confusione qui, lo so, me ne accorgo anch’io, ma lo Smart Working (dall’orgoglio con cui lo pronunciava, si vedeva che da subito aveva adorato quel termine) è fatto come è fatto: mi toglie tutto il tempo.
Meno male che una volta alla settimana mia sorella, che è gentile d’animo e mi vuole bene, viene qui a darmi una mano e pulisce un po’…”

“????!!!!!”

Tarallo sbandò.
Una sorella!! Taruffi aveva una sorella!!??

“Cacchiolino!”, avrebbe sicuramente detto a quel punto il Vescovo Amalfio Berruti!
Lallo, trasecolato, per diversi secondi non riuscì ad organizzare nulla di sensato da dire: Marzio non aveva mai fatto cenno ad una sorella! Mai.
C’era da scatenarsi ad immaginarla: roba da avvertire il Ministero per l’Università e la Ricerca e mettere insieme immediatamente un gruppo di studio specifico, composto da zoologi, da paleontologi, da specialisti in patologie esotiche, anatomisti, fisiologi e altri scienziati assortiti!
La sorella di Taruffi!! Non ci si credeva!!

Con ogni probabilità, semplicemente segnalandone l’esistenza, si sarebbe fatta la scoperta del secolo: vivo e attivo in città, circolava un perfetto doppione di Lucy, la nostra progenitrice, l’anello di congiunzione!

Trudy, la sorella di Taruffi, nell’immaginazione di Tarallo

In preda ad una febbrile curiosità antropologica, Tarallo si affrettò a chiedere : “E quand’è che verrà tua sorella?”
“Mah, penso che verrà dopodomani, perché oggi ha promesso di tenere i bambini a Ortensia, una sua vicina che fa l’infermiera presso il Centro Anziani “ Viale del Tramonto”.
E’ troppo buona Trudy: quei ragazzini, un maschietto e una femminuccia, otto e sei anni rispettivamente, hanno già una fedina penale che alla loro età si sognava John Dillinger!
Domani invece mia sorella ha il corso virtuale di respirazione in alta quota”.

Tarallo la immaginò subito mentre, in una qualsiasi delle cime himalayane, col suo aspetto terrorizzante, metteva in fuga lo Yeti.
Riuscì a rientrare da quelle vivide fantasie e chiese a Taruffi di raccontargli cos’era successo in sua assenza e come era stato possibile che la redazione al completo si fosse infettata.
“Dammi un momento Tarà, tampono ancora per un quarto d’ora la situazione con un altro goccino di Smart Working, poi ci mettiamo comodi a chiacchierare e ti racconterò tutto.
Vuoi intanto uno snack? Ci stanno barrette di Tiger, al caramello di cioccolato fondente con ortica lessa, e quelle di Gattopardix, al miele, trucioli di compensato e cocco di mamma.
Serviti pure che tra un po’ ti raggiungo”…

Continua…

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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