Beppe Viola e le facce della vita

                                  

Sono già quasi quarant’anni che Beppe Viola se n’è andato, ma certi che molti non l’abbiano dimenticato, vogliamo qui ricordarne brevemente la figura.
Giuseppe Viola nacque a Milano il 26 ottobre 1939 da una famiglia originaria di Salerno.
Cresciuto nella metropoli meneghina, amico fin dall’infanzia di Enzo Jannacci, qui ha svolto gran parte del suo lavoro come giornalista sportivo. Ha iniziato a scrivere di sport a metà degli anni ‘50 collaborando all’agenzia Sportinformazione, passando poi in Rai nel 1961.

E’ stato forse amato più da morto che da vivo, almeno riguardo a quello che ha ricevuto in termini di rispetto per la sua attività e di riconoscimenti ufficiali avuti, anche perché di affetto e di amici in vita ne ha avuti tanti.
Era consapevole del distacco, per non chiamarla emarginazione, che derivava dal suo modo “alternativo” di essere giornalista sportivo.

Tengo duro per migliorare il mio record mondiale di mancata carriera”, diceva.

Beppe era portatore di un giornalismo senza piedistalli, incline all’ironia. Mai era successo, prima e dopo di lui, che un servizio sul derby di Milano non sia andato in onda (alla Domenica sportiva, per giunta) perché troppo brutta era stata la partita.

“Vi trasmettiamo quello dell’anno scorso, almeno era calcio”.

Gran trovata degna di un surrealista.
La Rai però non gradì.

Uno stile unico che si rifletteva poi nel suo lavoro che lo vide autore di servizi passati alla storia: chi non ricorda per esempio l’intervista che fece a Gianni Rivera realizzata a bordo di un tram insieme ai travet che andavano al lavoro?

Era un altro giornalismo.
Nel calcio di adesso, urlato e arrabbiato, nel calcio degli sceicchi e dei magnati Usa e dei patron cinesi, difficilmente ci sarebbe spazio per uno come Viola, difficilmente la sua ironia sarebbe compresa e apprezzata.

Appassionato di tennis, oltre che di calcio, ammirava molto John McEnroe: “Sopporterei la febbre a 37°2 tutta la vita, pur di avere la sua seconda palla”, ma ironizzava su certe mode che imperavano, una dopo l’altra nel tennis:

“I disperati del tennis che attendono con ansia nuovi suggerimenti sull’impugnatura o circa l’avvitamento del tronco. Dovrebbero essere sterminati”.

Condivideva il punto di vista sul golf di George Bernard Shaw:

“Per giocare a golf non è indispensabile essere stupidi, però aiuta molto”.

Era giornalista sportivo perché teneva famiglia, scrittore perché sulla carta aveva la stessa classe di Maradona sull’erba dei campi calcistici.
Autore e anche attore nel film “Romanzo popolare”, di Monicelli, giocatore perdente di carte e cavalli, primatista di caffè-e-sigaretta, collezionista di mal di testa: in una parola, era un genio.

Beppe Viola in “Romanzo Popolare”

Lavorava alla Rai come inviato e telecronista, seguendo un mucchio di sport: calcio, ippica, pugilato e automobilismo.
Ha lasciato un segno indelebile nel giornalismo sportivo, adottando un linguaggio disincantato, anticonformista e ricco di humour.
E proprio da questa sua spiccata vena ironica era connotato anche il Beppe Viola autore.
Parliamo del tipo originale che lavorò con Enzo Jannacci firmando decine di canzoni.
Tra quelle rimaste memorabili si ricordano la famosa e citatissima “Quelli che” e la struggente “Vincenzina e la fabbrica” che contribuì molto alla riuscita artistica di “Romanzo Popolare”, del già citato Mario Monicelli, film del quale Jannacci e Viola furono co-sceneggiatori.

Viola contribuì anche al lancio di attori comici di successo come Cochi e Renato, Boldi, Teocoli, Abatantuono e molti altri di scuola milanese.

La famosa “Quelli che” era del 1975 si era forse ispirata ad una poesia di Prévert, ma aveva convogliato tutto il testo in una straordinaria sequenza di pennellate che fotografavano quasi antropologicamente i milanesi e gli italiani.
Fu un lavoro di alta precisione, satira e umanità strette insieme.

Con la televisione aveva un rapporto di amore con un odio come per il maglione stretto, allergico a burocrazia e raccomandazioni. a volte permaloso anche se poi passava e arrivava un altro entusiasmo, una idea. Da dare a tutti, a troppi, gratis ovviamente, tanto al massimo non richiamano. Il suo mondo si è sfaldato dentro la sua città, tra la radica finta dei bar” ricordava il compianto Gianni Mura.

Era giudicato poco telegenico: la cravatta sembrava lo strangolasse, sudava per tre, non era mai abbronzato.
Anche suo nonno aveva la passione dei giochi di carte, suo padre quella dei cavalli, Beppe teneva dietro a tutt’e due.
Di cavalli sbagliati non ha mai mancato uno.
Era molto bravo a scopa d’assi, però, nelle frequenti partite con Pizzul e Facchetti.

Sembrava svagato, ma sul lavoro non sgarrava. Sembrava pigro e ha invece sgobbato per tutta la sua breve vita.

Nella redazione di “Magazine” appese al muro il tariffario delle multe: chi avesse usato il verbo “sfrecciano” si beccava cinquemila lire di multa; l’espressione “ginocchio in disordine” costava diecimila lire di penalità e “il centrocampista va a battere” addirittura ventimila.
Alla fine il tutto veniva reinvestito alla salumeria, all’angolo di via Arbe.

Da vent’anni dipendente della Rai-TV, passaporto italiano, militesente, presunto capo di famiglia numerosa, non soltanto ignoravo le regole del football americano, ma non mi era mai passato per la testa di assistere a una partita”.

Il marciapiede era il luogo di provenienza di “Quelli che”, e dei suoi tanti scritti, un elenco sterminato annotato dappertutto: fogli e foglietti sopra tavoli e scrivanie:

Quelli che mi saluti la sua signora anche se non ho il piacere. Quelli che con una bella dormita passa tutto, anche il cancro. Quelli che appena salgono su un pullman attaccano un coro di montagna”.

Per lui Jannacci e il primo Abatantuono, Cochi e Renato erano dei comici naturali, quelli che si stazionano attorno a un biliardo, quelli da citare nei giorni cupi, quando gli arrivava un’ansia improvvisa e allora bisognava mettersi lì a sistemare libri, le foto, qualunque cosa servisse a calmarsi, come pure bere un caffè, tirare una cicca e ciao a tutti.

Le radici dei milanesissimi Viola, Jannacci, Abatantuono, Teocoli, Gaber, Strehler, erano in verità un po’ lontane dai Navigli, ma a quei tempi a Milano ci s’integrava facilmente, non era una città frenetica e spenta, specializzata in buttafuori.
Nel meticciato culturale il talento emergeva, quando c’era.

Era di una Milano che oramai non esiste più da, appunto, trent’anni: una Milano in parte bigotta e in parte affamata di cambiamenti, in cui il fermento era tangibile, la voglia di provare a uscire dai canoni quasi una necessità: Dario Fo, Enzo Jannacci, Cochi e Renato e Beppe riuscirono a creare un linguaggio nuovo, mischiato con un milanese che faceva tenerezza e uno sguardo a chi non era nel radar del successo e invece aveva dentro una poesia e un senso di giustizia da invidiare.
Fo con la sua lente sulla storia di quello che stava ai margini e osservava momenti che cambiarono il corso della storia; Jannacci con le sue storie surreali di pali di bande, fuori a aspettare il bottino che vien su a cento lire e Cochi e Renato, con i loro poeti ottusi e i loro contadini con delle verità semplici e rivoluzionarie. E mio padre, Beppe Viola, che fece lo stesso con Rivera, con Paolo Rossi, o con Graziani, a cui chiese se tra gli azzurri c’erano degli omosessuali” scriveva la figlia Marina.

Milano – Pasticceria Gattullo

Il suo covo era la pasticceria Gattullo (“Un panino, opera d’arte italiana, ma costa 80.000 lire”) dove la domenica aveva aperto “l’Ufficio Facce”: bisognava indovinare, secondo la fisionomica, per chi tifavano o quale fosse la fede politica degli avventori.

L’Ufficio facce così operava: a un tavolo Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Teo Teocoli e Beppe Viola fissavano chi entrava nel bar e presto stabilivano a quale squadra o partito appartenesse e non si sbagliavano quasi mai.

Milano – Pasticceria Gattullo, da sinistra: Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Enzo Jannacci, Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni, Sergio Endrigo, Augusto Martelli e Giorgio Gaber

Ricordandolo scriveva Marco Pastonesi:

Se il giornalismo è battere la strada, annusare l’odore degli spogliatoi. Se il giornalismo è fumare e sudare. Se il giornalismo è praticare le sale da biliardo, versare stipendi in quelle da scommesse, abitare nei bar. Se il giornalismo è scoprire storie, valorizzarle, tradurle e trasmetterle. Se il giornalismo è dare del tu ai campioni e del lei agli operai, dare la grana ai bisognosi e dare del pirla ai potenti. Se il giornalismo è “quelli che e quelli che non”. Se il giornalismo è bulli e pupe, gregari e scalatori, mediani di spinta e di mischia, mezze penne nel senso di un primo, è esser primatisti del salto del pasto. Se il giornalismo è collezionare mal di testa, esagerare con il colesterolo, stabilire record nella pressione alta. Se il giornalismo è palpebre pesanti, fiato corto, cuore sensibile ma mai abbastanza per rinunciare a una battuta. Se il giornalismo è un bianchetto, un boero, una bologna nel senso della mortadella. Se il giornalismo è elevare al cielo, anche solo per un giorno, per un’acrobazia o per un attimo, per la passione o per la professione, anche una professione di fede. Se il giornalismo è il pezzo, marchetta e marchettificio. Se il giornalismo, soprattutto quello sportivo, è il reparto giocattoli della vita. Se il giornalismo è insalata russa e macedonia. Se il giornalismo è rigore ma mai punizione, è calcio d’angolo ma mai calcio alla grammatica, è rovesciare il punto di vista, il punto di partenza e dunque anche quello di arrivo. Se il giornalismo è un grande attacco e un gran finale, ma dentro roba buona. Se il giornalismo è un’idea, e lavorarci sodo, duro, un po’ da minatore e il resto da scultore. Se il giornalismo è segare, asciugare, rifare, rifare, rifare, rifare, rifare finché non fila, non fila via tutto liscio. Se il giornalismo è sorprendere, stupire, spiazzare. Se il giornalismo è non avere orari, ma regole e disciplina sì. Se il giornalismo è non avere padroni, se non i lettori.

Marco Pastonesi

Se il giornalismo è dare il massimo, sempre, che sia “La Gazzetta della Martesana” o anche il “Washington Post”. Se il giornalismo è un ufficio facce o un banco salumeria o un elettrauto ovale, semovente come il palazzo del ghiaccio o con lo stadio di San Siro alle spalle. Se il giornalismo è il record del mondo stagionale in numero di caffè, considerando che quelli decaffeinati non valgono, è la spuma, è il chinotto. Se il giornalismo è materiale buono per incartarci il pesce al mercato o asciugare i vetri delle macchine. Se il giornalismo è avere saltato tutti i weekend degli ultimi trent’anni. Se il giornalismo è un batterista jazz o un cantastorie siciliano, un arbitro di calcio o un allenatore in seconda, una gita in tram o una puntata al pronto soccorso. Se il giornalismo è un ritratto, un racconto, una partita, una vita compresa la tua. Se il giornalismo è gioielleria di precisione, alta manovalanza, lardo ma di Colonnata. Se il giornalismo non è mai sdottorare, pontificare, tromboneggiare. Se il giornalismo è Beppe Viola, allora non si finisce mai di leggere e rileggere, di imparare, sempre inedito e sempre dimenticato, anche tanti anni dopo. Se il giornalismo è “ho quarant’anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo”.

Questo spiega perché Beppe sia stato giornalista di carta stampata, radiocronista, telecronista, autore di testi per cabaret e canzoni, sceneggiatore, partendo da un innato senso dell’umorismo e da una cultura classica (mai laureato, ma tanti libri in casa sua) e insieme popolare.

Quasi sempre alle prese con qualche problema economico, ma sempre disposto a dare le ultime mille lire a uno che stava peggio.
Molti dicono che è arrivato molto presto, troppo per essere capito subito. Invece no, è arrivato quando doveva arrivare, negli anni giusti, semmai se n’è andato troppo presto.

S’era laureato all’università della vita, lui che a scuola andava malvolentieri (meglio il biliardo di largo Augusto) lui che quando lesse sul tabellone:

“Viola Giuseppe respinto”

commentò: “Ma se nemmeno mi conoscono. Disperso, dovevano scrivere”.

Alla Rai entrò nel ’62, ed ebbe la fortuna di inserirsi dallo studio nella finale di Wembley tra Benfica e Milan perché a Carosio dopo l’1-1 era saltato l’audio così fu Beppe a commentare il 2-1 di Altafini.

All’esame per passare giornalista professionista Enzo Biagi gli chiese: “Secondo lei, in questa Dc Fanfani è di destra o di sinistra?”.

“Dipende dai giorni”, rispose.

Promosso.

La Rai lo assunse con regolare contratto definitivo solo nel ’66 e solo allora sposò Franca, la ragazza del piano di sopra in piazza Adigrat.

Beppe al primo, io al secondo, ci siamo conosciuti ai tempi dell’asilo. Lì abitava soprattutto gente che aveva a che fare con Linate. Il padre di Jannacci era pilota, il padre di Beppe marconista” raccontava la moglie.

Sarebbe riduttivo rinchiuderlo nella definizione di “giornalista”, perché è stato molto di più, scrittore, umorista, anche sceneggiatore.

Beppe Viola e Bearzot

Una vita spesa nella Milano che non c’è più, in un Triangolo delle Bermuda perfetto: stadio-ippodromo (il calcio e le scommesse sui cavalli), la pasticceria Gattullo (sede dell’Ufficio facce) e il cabaret del Derby.

Beppe Viola morì ad appena 43 anni per una emorragia cerebrale, negli studi Rai di Milano.
Ormai molto popolare, coltivava stile e intelligenza in una mistura assai più originale e riconoscibil di quella di molti suoi colleghi.

Beppe aveva sempre un’aria sorniona, quasi pigra, un aplomb che non gli ha tuttavia impedito di sgobbare come un mulo per tutta la vita, tanto che morì lavorando, tanto per cambiare
Come un pirla“, avrebbe chiosato lui.

Quella domenica sera, 17 ottobre 1982, in Rai mentre stava curando la sintesi di Inter-Napoli 2-2.
È andato“, disse al Fatebenefratelli il suo medico curante, il dottor Jannacci Enzo.

Ma prima di far circolare la notizia bisognava aspettare. Il tempo necessario per l’espianto degli organi.
Generoso sempre, Beppe, in vita e anche da morto.
Gli occhi andarono a una donna cieca da 15 anni, madre di sei figli.

Se oggi la gente va ai funerali per vedere chi c’è e chi non c’è, allora ci si andava soprattutto per dire:” Grazie, ci hai fatto compagnia e ci dispiace che tu sia morto”.

Lo si diceva in silenzio, senza gli odierni, banali applausi.

Certo, Beppe era uno della tv, ma guai a chiamarlo dottore.

Era sempre stato un instancabile osservatore, frequentatore di bar, osterie, pasticcerie, salumerie.
Sempre cose pesanti da mangiare e ripeteva:

Adesso il gozzo ride ma domani il fegato telefona”.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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