La Bellezza, fragile speranza

Dicono che le cose più belle siano le più fragili, non destinate a durare, perché tutto è fuggevole o si dissipa in fretta.

Dicono che scorra veloce il tempo della meraviglia, attraverso entusiasmi e giovani stagioni, dileguando, ma che ce ne accorgiamo solo dopo.

Dicono  che la saggezza dei vecchi dovrebbe avere gambe di giovani e cuori alati, ma a volte incontro vecchi senza saggezza e giovani che sembrano vecchi, scambiando la saggezza per rassegnazione.

La capacità di vivere sta nel “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare…” scrive Italo Calvino.
Così, in fondo a un abisso, cerchiamo disperatamente la bellezza e ci aggrappiamo a essa come si farebbe con un salvagente, in essa confidiamo e solo grazie a essa ci riscattiamo, perché soltanto nella bellezza ritroviamo un senso.


Hermann Hesse, in una delle sue poesie più belle, scrive: “il magnifico entusiasmante amabile non dura, tante sono le fantastiche cose che durano solo il tempo di un momento…”  e ci restituisce interi al sentimento della nostra caducità, alla consapevolezza di essere un passaggio, l’ineluttabile scia di una cometa; e, se ci guardiamo da questa prospettiva, assomigliamo al volo straniato di uno stormo, che sa essere sicuro solo nella forza del gruppo, e nel gruppo si orienta, e sceglie nell’azzurro cielo la sua direzione.
Ciascuna direzione rimane sempre incerta sul domani, lo stormo lo sa, come lo sanno gli uomini, eppure entrambi non smetteranno di volare.

“… che il magnifico entusiasmante
amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d’artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.
E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d’oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
– effimeri-, non raggiungono il fondo dell’anima.

Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia”

Scrive un Hesse, poeta, predestinato a inseguire la bellezza fuggevole e passeggera, eppure l’unica in grado di risuonare in fondo all’anima e di lasciarvi un segno.

Se davvero amiamo ciò che ci somiglia, se siamo fugace bellezza che rende lo stupore vivo e ci concede il bene di un altro volo, allora non è che a questa bellezza, della quale a volte noi siamo i figli inconsapevoli e reietti, che dobbiamo ricongiungerci.

È l’unica speranza che abbiamo.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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