John Wilmot ovvero ‘morire per le proprie idee’

                         

C’è voluto un film per farci conoscere un importante poeta e letterato della corte di Carlo II d’Inghilterra, un personaggio che sembrò la risposta più eclatante alla nuova situazione creatasi nel Regno Unito dopo la morte di Cromwell.
Tanto austero era stato il regime puritano, tanto dissoluto e provocatorio fu il libertinismo che si sostituì a quella dittatura religiosa e John Wilmot fu uno dei capifila, se non il battistrada, di questa corrente di pensiero e del relativo modo di vivere.

“The Libertine”, un film del 2004 diretto da Laurence Dunmore, tratto da una pièce teatrale di Stephen Jeffreys, narrava, appunto la storia di Wilmot, II° conte di Rochester, letterato e libertino inglese.

Suo padre, Henry Wilmot, visconte, faceva parte della corrente realista: di origini irlandesi, era stato nominato Conte di Rochester nel 1652, per via dei servigi militari resi a Carlo II durante l’esilio del re sotto la dittatura di Oliver Cromwell.

Henry però non rivide mai l’Inghilterra perché morì prima del ritorno della monarchia.

Suo figlio John nacque a Ditchley, nell’Oxfordshire il 1° aprile del 1647, e sin da piccolo fu avviato dalla madre ad un’istruzione esemplare.
Studiava alla Burford Grammar School e a casa veniva seguito da un tutore.

Era molto bravo in latino e in storia, ed era particolarmente appassionato degli scrittori classici antichi.
Rochester veniva generalmente considerato uno studente modello.

All’età di soli dodici anni John frequentò l’esclusivo Wadham College di Oxford.
Qui, lontano dall’occhio vigile della madre, Rochester cominciò a far emergere una personalità differente da quella che tutti conoscevano: oltre a ubriacarsi con troppa frequenza, era solito molestare le giovani domestiche del college, tutte quelle che gli capitavano a tiro.
Sembra inoltre che avesse avuto già in college le prime esperienze sessuali con ragazzi.
La sua vita dissoluta non sarebbe cambiata neanche crescendo, anzi sarebbe stata la causa della prematura dipartita.

John Wilmot, pittore anonimo, 1675,
National Portrait Gallery, Londra

Wilmot comunque si diplomò in giurisprudenza e subito dopo decise di fare il classico grand tour in Francia e in Italia.
Ciò che ricordò per sempre fu la corte del Re Sole e l’eleganza delle cortigiane dei bordelli di Venezia e Roma.

Al suo ritorno, Re Carlo II suggerì a Wilmot, che era un assiduo della sua Corte, la possibilità di un suo matrimonio con una giovane ereditiera e poetessa, Elizabeth Malet.

Nella questione però si intromisero i familiari della ragazza che si opponevano al matrimonio tra lei e lo squattrinato Rochester, che decise allora di prendere la situazione in mano.
Una sera di maggio del 1665, mentre Elizabeth tornava alla sua dimora, venne forzatamente trasferita dalla sua carrozza a quella di John, che in tal modo la rapì portandola via con sé, come poi raccontò Samuel Pepys nel suo diario.

Se si fosse trattato della Sicilia, si sarebbe parlato di “fuìtina”: il risultato ovvio dell’impresa fu che la ragazza era ormai considerata bruciata per qualsiasi altro matrimonio.

Rochester venne rinchiuso nella Torre di Londra, dove rimase per settimane e venne rilasciato solo dopo aver scritto una lettera di pentimento al re Carlo II.

Ritratto di Elizabeth Malet

Si offrì volontario per combattere nella Seconda guerra anglo-olandese ed il suo coraggio nella battaglia marittima di Vågen, gli procurò grande fama, diventando così un eroe di guerra.
Rallegrato per la condotta di Rochester, Carlo II lo nominò Gentleman of the Bedchamber poco dopo il suo ritorno in patria, il che voleva dire avere diritto a una ricca rendita vitalizia.

Elizabeth Malet acconsentì infine al matrimonio con Wilmot, celebrato nel gennaio 1666, così il gentiluomo vide entrare in casa il ricco patrimonio della sposa.
I due sposi si stabilirono nella tenuta di Rochester, che da lei ebbe parecchi eredi.
Non a caso, a proposito della discendenza, disse:

“Prima di sposarmi avevo tante teorie su come crescere i figli; ora ho tanti bambini e nessuna teoria’’.

Nel clima disordinato di un paese che voleva esorcizzare il grigiore puritano e che cercava di non pensare alle grane interne e internazionali, come la grande peste, l’incendio di Londra e i conflitti con l’Olanda, i “Court Wits” che attorniavano il re fecero brillare il sogno di una corte di letterati eccellenti, dove l’intraducibile “wit” evocava spirito e intelligenza, arguzia e ingegno.

Fiorirono canzoni d’amore maliziose, fiorì la satira: di questa nuova atmosfera John Wilmot Rochester era quasi l’incarnazione, assurgendo perfino a modello di personaggi teatrali e spiccando come il più selvaggio membro della Merry Gang della corte, un gruppo di nobili che dal 1665 e per una quindicina d’anni, raccolse intellettuali e uomini di penna la cui principale idea di divertimento era “combinar guai e divertirsi in ogni modo”; tra sbornie, burle e brillanti conversazioni.

Tutte attività nelle quali John spiccava per eccessi, vivendo a folle velocità e interpretando la condizione di cortigiano in modo inquieto e ribelle.

Si guadagnò un primo bando dalla corte per un cazzotto sferrato al reale cospetto contro un altro cortigiano, già nel 1669: presto Carlo lo richiamò, ma gli anni successivi videro vari altri allontanamenti forzati, soprattutto per le satire sulle spese facili e sulle ossessioni sessuali del re.

Re Carlo II d’Inghilterra

In genere l’esilio significava semplicemente un confino nella casa di campagna, dove John poteva dedicarsi alla scrittura e dar requie al fisico. Quando tornava libero e rimetteva piede tra corte e teatri, tra amanti di ambo i sessi, la sua vita riprendeva a scorrere irrequieta.

Tutta l’esistenza di Rochester può dividersi in due parti, nettamente distinte: quella domestica e quella londinese.
La prima di esse Wilmot la trascorreva leggendo libri e scrivendo opere teatrali e poetiche, incarnando la figura di marito affettuoso e di padre dal carattere tenero e molto comprensivo coi figli.
La seconda parte, quella londinese, invece era particolarmente burrascosa, a causa del fatto che spesso, una volta arrivato a Londra, Rochester, spesso sbronzo, faceva discorsi abbastanza “vivaci” a corte, e se la spassava in modo “stravagante”.

Ancora oggi John Wilmot Rochester viene considerato uno dei maggiori esponenti del libertinismo, non solo per le sue avventure a sfondo sessuale e per la vita sopra le righe, ma soprattutto per il suo pensiero, che partendo da quello di Hobbes, finiva per giungere a posizioni nichiliste circa l’umanità, e agnostiche riguardo alla fede e alla morale.
Fu insomma libertino in teoria e in pratica!

Ben presto Wilmot fece il suo ingresso nel mondo del teatro, finanziando gli allestimenti del suo amico e amante Etherege e facendo conoscenza con Elizabeth Barry, una giovane attrice alla quale fece da mentore.

Elizabeth Barry

Rochester le diede lezioni di recitazione, rendendola in breve tempo molto sicura, capace di sostenere ogni ruolo: Elizabeth divenne anche la sua amante e “protetta” e diede presto a Wilmot una figlia.

Fu Wilmot ad introdurre in Inghilterra il modello oraziano di satira, sia pure in senso acre e decadente, un genere che vi attecchirà con successo.

Ne erano bersaglio i nobili di corte, o il semplice chierico di campagna che cantava male, le indulgenze di Roma, i colleghi di penna e persino l’intera umanità, per non parlare del re, che qualche volta mostrò di non gradire.
I versi di John riuscivano spesso a suonare di una brillante oscenità.

I guai cominciarono con un suo lavoro su Carlo II, scritto nel 1674 e meglio conosciuto come “Il Satiro”.

Consisteva, più che altro, in una critica all’usanza del monarca di concedere privilegi e terre ad ogni donna che gli cedeva, facendo ricadere il mantenimento delle sue amanti e dei suoi figli illegittimi sulle spalle del popolo inglese.

La pièce, oltre ad essere una violenta critica alla falsità della corte e al governo di Carlo II, ci mostrava un re preoccupato solo di quanto i suoi sudditi spendessero per il sesso e di quante prostitute ci fossero a Londra.

Il re aveva commissionato al conte di Rochester una satira contro un suo avversario politico; ma Wilmot una sera, alterato dagli effetti dell’ennesima sbronza, consegnò al monarca il componimento sbagliato!

Irritò il sovrano al punto che fu costretto a lasciare di corsa la corte!

John Wilmot

Ormai fallito e ridotto sul lastrico, il conte decise di operare prima come mercante di vari prodotti nella City, che allora era un gigantesco suk, poi, per un certo periodo, si presentò nelle vesti di un ciarlatano guaritore, il “Dottor Bendo”, esperto nella cura di impotenza, infertilità ed altri disturbi sessuali.
Lo fece applicando metodi scientificamente discutibili contro la sterilità e approfittando di molte pazienti compiacenti, senza che i mariti si accorgessero di niente.

Il re comunque lo perdonò per l’ennesima volta, così venne reintegrato nella Camera dei Lords, dove riprese posto al suo seggio, dopo un’assenza di qualche mese.

Naturalmente John si ricacciò nei guai nel 1676.
Una sera tardi, ad Epsom, provocò, secondo alcuni, una rissa con un guardiano: durante questa colluttazione, uno degli amici di Rochester, il giovane Billy Downes, venne ucciso con una picca.
Il conte sparì dalla scena del delitto e a quel brutto episodio seguì il solito breve esilio dalla corte.

Verso il 1678 Wilmot, malato, decise di ritirarsi a Rochester.
Attraversò un periodo di depressione e, secondo certe note biografiche, accettò, sul letto di morte, gli sforzi del vescovo Burnet e di sua madre, di convertirlo al cristianesimo.

Qui Rochester, assistito dalla donna e dalla moglie Elizabeth, che lo amò sempre nonostante le sue avventure, morì alle prime luci del mattino del 26 luglio 1680: aveva solo trentatrè anni.

Chi è stato però realmente John Wilmot?

John Wilmot

Fu poeta, drammaturgo, letterato e militare inglese, amico del re Carlo II e autore di numerosi componimenti a carattere teatrale, lirico e satirico.

Rochester veniva già ritenuto un genio a Corte, durante la Restaurazione inglese, era una figura di spicco dei “cavalier lyrists”, cioè gli scrittori ed i poeti che facevano parte dell’entourage del sovrano.

Wilmot era famoso nella corte del re e nella nobiltà inglese non solo per il suo eroismo militare e le sue poesie, ma anche per il fatto che abusava degli alcolici, ciò che lo rendeva, secondo lui, “sfarzosamente gradevole”.

Ci ha lasciato varie raccolte manoscritte di poesie e di satire, nonché vari lavori di teatro dei quali, però, non si è sicuri in toto della sua paternità, visto che la madre fece subito distruggere dopo la sua morte tutte le opere che riteneva immorali o oscene.
Fu paradossale che fosse proprio il censore ideale: una bigotta puritana!

Wilmot ci ha lasciato anche dolcissime rime d’amore per la moglie, che amò sempre, e con cui scrisse a quattro mani una raccolta di liriche.

La moglie Elizabeth Wilmot (Malet)

L’opera poetica di Rochester varia molto in forma, genere e contenuto. ‘’Faceva parte di una folla di signori che scriveva con facilità, che hanno continuato a produrre la loro poesia nei manoscritti, non preoccupandosi spesso della loro pubblicazione’’ scrisse un contemporaneo.

Di conseguenza la sua opera si rifàceva a temi di attualità, andando dalle satire degli affari di corte, raccolte in libelli, fino alle parodie degli stili in auge tra i suoi contemporanei.

Era anche noto per le sue improvvisazioni, una delle quali, un epitaffio, si risolveva in una feroce presa in giro di re Carlo II:

“Qui si trova il nostro sovrano signore, il re,
Sulle cui parole non fa affidamento nessun uomo.
Non ha mai detto una cosa sciocca,
Né ha mai fatto una cosa saggia.”

Dell’opera più nota attribuita a Rochester: ‘’Sodom, or the Quintessence of Debauchery’’, non è mai stati possibile esser certi che sia stata scritta in toto da lui.

Stampe postume di Sodom, tuttavia, furono accusate del reato di oscenità e di blasfemia e vennero di conseguenza distrutte.

Il Castello del conte di Rochester vicino ad Adderbury

Se, nonostante tutto, John, politicamente riusciva sempre a cavarsela, alla fine fu il fisico a cedere.
Che si fosse trattato dei reni devastati dal morbo di Bright o, dato il tipo di vita, di una fatale combinazione di sifilide e cirrosi epatica dovuta all’alcool, colui che per i puritani aveva incarnato i peggiori peccati dell’epoca si spense nel 1680.

Sul fatto che il libertino, che aveva dedicato una lirica al Nulla (“Fratello maggiore persino dell’ombra, / Tu avevi un’esistenza prima che il mondo fosse fatto, / E, ben saldo, sei il solo a non temere la fine”), si fosse davvero convertito negli ultimi suoi giorni, come fu proclamato trionfalisticamente in un profluvio di scritti da persone devote, sono stati, a ragione, avanzati molti seri dubbi.

Dopo la morte del conte, la sua presunta rinuncia all’ateismo venne persino pubblicata e diventò un caposaldo della letteratura religiosa anglicana. Nonostante negli ultimi periodi comparissero spesso delle riflessioni teologiche negli scritti di Rochester, quel resoconto dei suoi ultimi istanti di vita è oggi ritenuto dagli studiosi un falso abilmente costruito per tentare di ripristinare il prestigio della famiglia agli occhi della perbenista società britannica.

Le sue opere, divulgate in forma manoscritta e molto note ai contemporanei, furono apprezzate da personalità come Voltaire e Defoe, ma furono pubblicate in modo organico solo verso gli anni Sessanta del ‘900.

Voltaire e Daniel Defoe

Daniel Defoe menzionò frequentemente Rochester nel romanzo “Fortune e sfortune della famosa Moll Flanders” e parlò di Wilmot anche in altre sue opere.

Il suo pensiero poetico ed i suoi testi furono apprezzati, come si è detto, anche da Voltaire.
Quest’ultimo commentava dicendo che Rochester

“era un genio, un grande poeta” e che “l’energia e il fuoco intrinseco nelle sue satire” lo convinsero a contribuire, traducendole, alla diffusione delle opere di Wilmot, lavori che per lui “mostravano una illuminante immaginazione che solo una mente eccellente poteva ostentare”.

È probabile che molti suoi manoscritti siano andati bruciati, come richiesto dalla madre dopo la morte, ma quelli pervenuti fino a noi presentano pregevoli influenze di Ovidio, Anacreonte, Orazio, Petronio e Lucrezio.
Tutti quegli scritti sono pervasi da una feroce denuncia sia dell’ipocrisia religiosa di tutte le chiese, sia dell’ottimismo imperante, atteggiamenti che contrastavano con la perfidia umana ed i suoi istinti animali: in altre parole, con la realtà!

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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