Quale futuro per i giovani? -terza parte-

Ancora una riflessione sulla questione giovanile e sulla sua connessione con la qualità dell’istruzione.
Appare poco convincente, l’abbiamo già visto, che l’istruzione debba avere come principale mission quella di allinearsi alle esigenze produttive.
Per convincersi è sufficiente pensare che la conoscenza sia la principale materia prima della moderna economia. Lo dimostra il semplice dato che le aziende prime al mondo per fatturato, quelle dell’high tech, si sono sviluppate nella costa nord occidentale dell’America. Una zona totalmente priva dei giacimenti delle Terre rare necessarie per la costruzione dei supporti digitali. Lì però hanno, in grande abbondanza, un’altra materia prima: la conoscenza.

Noi, in Italia, ci troviamo, con i dovuti rapporti, in condizioni in qualche modo simili. Abbiamo al Sud materie prime di qualità quali il turismo e l’agricoltura, ma non producono un valore aggiunto adeguato perché è carente la progettualità necessaria per immetterle sul mercato.
In un caso come questo la proposta di allineare l’istruzione, ipso facto, alle esigenze dell’economia potrebbe apparire una soluzione. In effetti, però, non lo è.
Perché è vero che le aziende turistiche e le aziende di produzione e di trasformazione dei prodotti enogastronomici hanno bisogno di innovazione; ma questa si sviluppa a partire da profili culturalmente alti.

L’impostazione Colao (per semplificare, ci perdoni il supermanager) sottovaluta che l’innesto di competenze digitali su un basso livello culturale di base produce ‘smanettoni’, pur sempre necessari, ma non eccellenze informatiche.

Uno sguardo alla storia per individuare il percorso alternativo per formare ‘scienziati’.

Nel XIX secolo, la Francia e la Prussia trasformarono le università da luoghi di solo insegnamento, in sedi anche di ricerca. È da allora che le università del centro Europa attraggono eccellenze intellettuali. Differente la situazione in Inghilterra, dove resistette la figura dello studioso appassionato, ma dilettante. Basti pensare che la più importante istituzione scientifica, la Royal Society, nel 1840 contava ben 686 membri-mecenati che finanziano l’Istituzione che non riceve contributi statali.

Un incontro della Royal Society alla Somerset House nello Strand. Incisione xilografica, 1843

La politica universitaria a carattere statale nasce alla fine del ‘700 con Napoleone e con il re di Prussia Federico II e tocca il suo apice con Guglielmo I il Grande nella seconda metà del XIX secolo.
I docenti sono pagati bene e cresce il loro prestigio sociale, tanto che alcuni di loro sono chiamati a importanti incarichi politici.
La Francia, con Napoleone, crea istituzioni formative ancora oggi d’eccellenza, tipo l’École Polytechnique o la Normale, e soprattutto spezza le barriere sociali dell’istruzione aprendo al merito (barriere che, per altro, dopo il Congresso di Vienna del 1815 verranno rialzate).

L’École Polytechnique di Parigi

Se le politiche statali francese e prussiana sono simili, diversa è la filosofia ad esse sottesa.
In Francia, l’istruzione è al servizio dell’esigenze della società, in primis dell’industria bellica. Di qui importanti investimenti, ma anche limiti perché è un’istruzione che privilegia, in particolar modo, le applicazioni. Prendiamo ad esempio la matematica, dove l’allineamento della sua ricerca alle esigenze applicative ha significato trascurare la componente astratta (cioè, quella parte della matematica che crea modelli cognitivi generali e che solleva spesso la domanda: «Ma a che serve la matematica?»).  

La finalità della matematica astratta è invece felicemente riassumibile nel motto caro a Gauss:

Pauca sed Matura”.

Riuscire a condensare il percorso in poche cose in grado di costituire un modello generale in grado di sviluppare le più disparate applicazioni: è ciò che permette alla Prussia di conseguire il primato scientifico e tecnologico. Un primato che troverà poi riscontro anche sul piano militare, se è vero come è vero che nel 1870 Guglielmo I sconfigge Napoleone III a Sedan e entra trionfante a Parigi.
È W. Von Humboldt, ministro dell’educazione nel 1810, amico di Goethe e di von Schiller, a fare dell’insegnamento della matematica non solo una disciplina applicata, “ancella” delle altre scienze, ma anche una disciplina formativa di base. E come tale inserita nel curriculum del ginnasio, accanto alle materie del tradizionale trivium (Retorica, Latino, Filosofia).

Wilhelm von Humboldt

Ancora più stringente la convergenza fra i diversi rami del sapere a livello universitario. La laurea in matematica doveva essere preceduta da quella in filosofia, tanto che la tesi di laurea si discuteva davanti ad una commissione composta anche da docenti di materie umanistiche.
In questo modo la Prussia sembra allontanare la finalità dell’istruzione dalle applicazioni immediate, ma di fatto inventa una “macchina” in grado di sfornare applicazioni e raffinate tecnologie che le permette uno sviluppo della scienza creativa come mai nella storia, neppure nell’Atene di Aristotele o nell’Alessandria di Euclide.        

Nelle cattedre scientifiche di Gottinga, un paesino sconosciuto dove nasce in pratica il primo modello di Campus universitario, si succedono Gauss, Dirichlet, Riemann, Klein, Hilbert fino a Landau. Il quale nel 1938 è affrontato sulla porta dell’aula da uno studente, che gli impedisce di svolgere il corso di analisi, con la motivazione che si tratta di una matematica giudaica (lo studente, per altro, era uno dei più brillanti: tanto per dire come neanche la razionalità matematica ha il potere di preservare dalla stupidità).

Johann Carl Friedrich Gauss

Il nazismo non solo smantellerà le facoltà scientifiche perché piene di ebrei e professori di sinistra, ma imporrà il completo asservimento della scienza alla produzione industriale. L’esilio dei docenti fece la fortuna delle università americane come Princeton, dove si trasferì Einstein.  

Oltre ad accogliere i cervelli europei, gli Stati Uniti importeranno anche il modello prussiano delle università, comprese le cittadine-campus.
Una strategia che le ha consentito, dal 1940 ad oggi, di mantenere lo scettro del primato scientifico, adottando sempre lo stesso metodo dell’accoglienza e della disponibilità dei mezzi per la ricerca per attirare eccellenze (formatisi a spese di altri Stati).

Albert Einstein in America

Marcello Ciccarelli, in pensione, attivo solo cerebralmente. Una volta docente e amministratore. Ancora appassionato di matematica e politica.


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