Tarallo, gli altri e le sorti di Proto

All’irruzione in Via Ninì Rosso vollero essere presenti tutti.
Quella viuzza periferica di Strappoli, improvvisamente rivitalizzata, non aveva mai visto un tale traffico di gente.
Dietro molte persiane chiuse delle case, sguardi curiosi osservavano a bocca stretta l’insolito spettacolo.

Don Oronzo, rotondetto e rubizzo, sussiegoso nonostante certi suoi timori, faceva del suo meglio per assumere un’aria da capoprofeta in marcia, e guidava il buffo drappello, tallonato da vicino dal Professor Cervellenstein che, a sua volta, aveva montato sulla faccia la sua espressione più professionale ed autorevole.
Tarallo, Consuelo e Omar Tressette gli stavano subito alle calcagna: al passaggio della bella fotografa, ovunque sbocciavano coloratissimi fiori di campo, alcuni dei quali venivano raccolti all’istante da un ispiratissimo Abdhulafiah, che li riuniva in bouquet per donarli alla splendente Trudy.
Il fratello di quest’ultima, il puzzolente Marzio, più nero e trasandato del solito, seguiva ad un passo di distanza una vistosissima Signorina Cleofe, tutta coperta di veli svolazzanti.
La segretaria, anziana ma mai doma, da come imbrattava l’aria pareva essersi immersa in una piscina riempita da profumo.

Strappoli di Sotto, Via Ninì Rosso

L’ultima compagna del Professore, Pandora, era nel frattempo sparita, ingelosita forse da alcuni sguardi che Cervellenstein aveva rivolto a Mata, occhiate interessate che lei aveva intercettato.
La truppa era quindi chiusa da Ducco il sagrestano, un po’ nervoso: aveva lasciato in punizione le due belligeranti Mata e Anita, preferendo farsi accompagnare da Evita Peron.
Portarsi dietro la bionda non si era rivelata una buona idea perché lei, che era di temperamento focoso, mentre camminava, parlava, parlava, parlava e gesticolava convulsa: non tirava mai su il fiato.
La signora era chiaramente in preda ad uno dei suoi famosi conati di vis oratoria e Ducco, accanto a lei, pareva uno scolaretto strapazzato dall’insegnante, scontento ma prono ai suoi desideri.

Evita

Tutti, per precauzione, viste le caratteristiche potenzialmente letali di Porzia Cacace, avevano nasi e bocche blindati da supermascherine professionali ed altra roba da terapia intensivissima.
Prima ancora che suonassero alla porta, Tarallo si accorse di qualcosa di molto strano: era un’evidenza che andava a confermare i sospetti generali.
Così indicò freneticamente, ma silenziosamente, un angolo della zona esterna della casa.
Tutti concentrarono lo sguardo sul punto da lui segnalato e la videro: di lato alla costruzione, nel giardinetto di pertinenza, sui fili di un grosso stenditoio, accanto a ingombranti panni, freschi di bucato, stava stesa ad asciugare una grande aureola dorata!
Un fremito di eccitazione percorse il gruppo: sì, il martire latitante doveva essere in quella casa!

Occorreva dunque agire.
Don Oronzo, pur riparato da un paio di mascherine sovrapposte, all’ultimo momento, proprio poco prima di bussare (per via della sua annosa conoscenza diretta con la Cacace, si era deciso che toccasse a lui fare quel primo passo), ebbe una crisi di paura e tentò di sottrarsi a quell’incarico:
“No, guardate figlioli, non mi pare una buona idea: proprio perché mi conosce potrebbe tentare di svicolare… come dire… di blandirmi e io non sono adatto a soppor… cioè, a trattare con energia una donna così. Forse voi, visto che per lei siete degli sconosciuti, potreste intimidirla più facilmente e costringerla a mollare il martire…”
“Padre, mi ascolti – replicò a brutto muso il Prof. Cervellenstein – io sono uno psicologo, le reazioni della gente mi danno da vivere, e le dico che se fosse lei a suonare alla porta, l’impatto negativo per quella signora risulterebbe di molto attenuato.
La conosce bene, si confessa con lei, no?”
Gli occhi del parroco, mentre annuiva, si innalzarono verso l’alto in una dolente espressione di martirio.
“Ho ragione quindi, visto?
Per merito suo, potrebbe così, in tranquillità, raccontarci come mai ha ospitato un martire scappato da un quadro.
Su dunque, padre, suoni quel campanello!”

Don Oronzo


“Mi ucciderà alla prima fiatata, vi dico! Mi porterete sulla coscienza!”.
Così si lagnò, e la voce gli si era fatta stridula, ma, rassegnatosi infine, suonò il campanello.
Un musicone formidabile, dalle tinte forti, si levò di botto.
Tutti, presi di sorpresa, fecero un balzo all’indietro: la suoneria del campanello, altissima di volume, non era altri che la celebre cabaletta “Di quella pira l’orrendo foco”, tratta dal “Trovatore” di Verdi.
Se esistesse una gara olimpica di salto di gruppo contemporaneo, il nostro Bel Paese in quella circostanza avrebbe trovato gli elementi giusti per la sua Nazionale: i membri della banda Tarallo, colti infatti alla sprovvista dall’esplodere tonante di quel campanello, saltarono in aria all’unisono, atterriti.
Su Don Oronzo, poi, che già aveva i nervi a fior di pelle, quell’improvvisa, roboante, musica ebbe un effetto devastante: alla faccia delle sue rotondità e dello stinco di maiale appena archiviato nelle capienti trippe, il parroco fece una piroetta degna degli acrobati del Cirque du Soleil e ricadendo da quella trasferta nel cosmo, se ne stette poi come fulminato, a torso chino.


Piegato su sè stesso, emetteva dei flebili gemiti, quasi una straniante cantilena che ne rivelò chiare le origini:

“Ohi, ohi, ohi, minchia, minchietta, minchiettina, minchiazza, Signuriddiu me scampi da chidda fiatazza. (membro, membretto, membrettino, membraccio, mi scampi il Signore Iddio da quel fiataccio)
Ohi, ohi, ohi… A corda è ruppa ruppa ci va di menzu cu non ci cuppa (Gira e rigira, la colpa cadrà sugli innocenti) ”.

Per quanti sforzi facessero gli altri, non ci fu più verso di calmarlo, almeno fino a quando, Cervellenstein, spazientito, fu lui a piazzarsi davanti alla porta, attendendo che si aprisse.
Si spalancò quasi subito ed un faccione di diversi ettari di ampiezza, e pesantemente truccato, gli si parò dinanzi, scuotendolo un bel po’.
Con voce di tuono il faccione ruggì:
“Non mi aspettavo visite quest’oggi! Mi rincresce di molto ch’io sia arredata in modalità domestica e che mi si potrebbe definire momentaneamente di bassa grazia, un po’ trasandata, insomma: ne chiedo venia. Cosa può mai desiderare di bello e di buono da me, un così bel signore?”.

Porzia Cacace

L’impatto di quel possente vento vocale, pur manierato di cortesia sciropposa, com’era, fu violentissimo, tale da far sbandare il Professore.
Gli occhiali prima gli si appannarono completamente poi, in pochi secondi, con uno schiocco si fecero in mille pezzi, vetrini che caddero minutissimi in terra con una traiettoria che a lui, trasognato per l’urto, parve procedere al rallentatore.
La prima delle sue due mascherine, aggredita da quel fiato d’inferno, gli si accartocciò come in preda al fuoco, e rimase nerastra, combusta e fumante, mentre i suoi capelli, solitamente d’un bel brizzolato chiaro, si scurirono di parecchie gradazioni.

Cervellenstein, razza impavida, sebbene scosso dalla testa ai piedi, riuscì a far finta di niente e a rispondere, seppur con una lieve balbuzie d’esordio: “B.. B… Buongiorno m.. madame, sono il Professor Cervellenstein, incaricato. insieme con il qui presente giornalista Lallo Tarallo ed altri, di fare luce su una vicenda alla cui risoluzione lei potrebbe significativamente contribuire. Ci hanno segnalato la presenza presso di lei di un.. come dire.. un… un elemento pittorico, che, per circostanze un po’ lunghe a dirsi e che non sto quindi a spiegarle, gentile signora, è fuoriuscito dalla sua sede naturale e che ora va assolutamente restituito ad essa.
La prego di facilitare il nostro compito, conducendoci da lui”
Il faccione della Cacace mentre il Professore parlava si era andato rabbuiando e, nonostante l’inizio del loro dialogo fosse stato esageratamente cortese da entrambe le parti, l’espressione della donna ora si era fatta ostile.
“Non so di cosa lei stia parlando, caro Dottor Cerbellibus: qui non c’è nessun quadro che non mi appartenga: è tutta roba mia, di famiglia, e posso dimostrarlo: sono tutte opere di mia zia Calliope, che infatti dipingeva!
“Signora cara – riprese con immutata pazienza Cervellenstein, mentre anche la seconda mascherina cominciava a cedere, fumacchiando lieve – noi non stiamo cercando un quadro.

E’ un po’ difficile da spiegare, ma sta di fatto che il personaggio di un dipinto, San Proto Martire, è scappato dalla sua sede.
Non sappiamo bene come abbia fatto, ma certo è che ci è riuscito e che ha poi fatto perdere le sue tracce.
Tutti gli elementi che abbiamo in mano ora, portano a questa casa.
Chi c’è qui con lei, Signora Cacace?”
“Qui ci siamo solo io e il mio tuttofare Cleto”.
“Abbiamo necessità di conferire col suo aiutante: possiamo vederlo, Signora?”
Il resto della risposta della donna arrivò a cavallo di un’alitata particolarmente mefitica: tutti i componenti della banda, pur distanti dalla sua bocca, oscillarono, colpiti da un violento vento, maligno e pestilenziale, e si vide il povero Tressette illividire, strillando “Ehi!! Accidenti a te, fogna delle fogne! Sei peggio dei sandalacci tedeschi portati coi calzini blu!!”.

Don Oronzo, invece, dal terrore, ancor di più si era piegato in due, e proseguiva con le sue strane litanie:

”Ohi ohi ohi, amicuzzu statti cautu: megghiu pierdiri ca strapierdiri..!!” (amico mio sii prudente: meglio perdere che straperdere)“

“Mi stia a sentire, egregio Professor Cerbottanis, – aveva risposto la Cacace in tono definitivamente velenoso – Cleto al momento ha da fare, è chiaro? Sta lavorando, non può mettersi a perder tempo con degli impiccioni: sta dando il foraggio al cavallo”.
Cervellenstein e gli altri, anche Ducco che era del posto, allibirono in rima:

nessuno, infatti avrebbe mai sospettato,
neanche un matto scatenato,
che nelle stanze di quel villino
potesse viverci un equino.

Fu il sagrestano il primo a reagire in quel momento di inerzia generale, forse perché, rispetto agli altri, si sentiva più in grado di farlo.
Intanto, era meglio protetto, perché lui ed Evita Peron si erano messi in testa addirittura la visiera in plexiglass da terapia intensiva, anche se la bionda, parlando in continuazione, ce l’aveva sempre appannata e non vedeva un tubo.
Ducco, l’uomo con il wombato sulla camicia, si fece dunque innanzi e spinse via con malagrazia Porzia Cacace e, seguito da tutti gli altri, fece irruzione nella casa.
L’ispezione delle prime due stanze non diede alcun risultato positivo e causò anzi lo svenimento di Omar Tressette dinanzi alle orride croste dipinte da Calliope, la zia della Cacace, che si rivelò un pennello davvero criminale.

I nostri eroi si sparsero in tutta la casa senza trovare nulla di decisivo, finché Tarallo e Consuelo, che nel frattempo aveva resuscitato le piante secche della casa, avvalenate da vapori demoniaci, non trovarono una porticina che, appena venne aperta, rivelò l’esistenza stupefacente di un minuscolo cortile interno.
Quell’ambiente era interamente ingombrato dalla mole di un possente cavallo pezzato: era così grande che non avrebbe potuto nemmeno girare su se stesso: poteva al massimo chinare il capo sul grosso secchio posto sotto il suo lungo musone, ed era appunto quello che la bestia stava facendo in quel momento: mangiava foraggio.
Accanto a lui sostava impietrito un biondino molto basso, che aveva indosso una sorprendente divisa da fantino.
La scritta “SCUDERIA PONTECUCCOLI” stampata a lettere dorate, risaltava vistosamente sulla corta giacchetta verde, imbrattata in alcuni punti da vernici di diverso colore.
Gli occhi, sgranati e un po’ smorti di quel personaggio surreale, si erano fissati sui membri della sopraggiunta banda Tarallo.

Basiti.
I nostri eroi erano basiti.
A tutti mancò la parola, sembravano un gruppo di partecipanti a una festa con sorprese, colto da un’istantanea in un momento di fulmineo stupore: Proto? Era quello, quel nanerottolo combinato in modo assurdo, il celebre martire Proto? L’abile evaso? Possibile?
Il silenzio si impose per un minuto che a tutti parve un secolo.
Poi il biondino, che non aveva mai cambiato l’espressione un po’ imbambolata del primo impatto con quegli sconosciuti, tra la meraviglia generale, parlò:

“A caddu curridore, sa briglia forte” (Al cavallo da corsa tenere bene le briglie)
Disse. E, subito dopo:
“A caddu toccadu sa sedda li pittigat”
(Al cavallo piagato la sella lo punzecchia)

Nel silenzio generale, attonito, Cervellenstein fu il primo a parlare:
“Sta parlando in sardo antico.
E’ lui: Il martire Proto era nato a Porto Torres
.

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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