“Confesso di aver insegnato” il nuovo libro di Giorgio Maulucci

Giorgio Maulucci ha scritto un libro sulla sua vita di docente

“Confesso di aver insegnato”. Edito da Atlantide.

Un libro che permette una riflessione sulla scuola ma anche sulla politica culturale della nostra città e su una generazione di intellettuali che ha investito nell’insegnamento il suo desiderio di ‘cambiare il mondo’ senza mai scadere al rango di ‘cattivi maestri’. 

L’autore suddivide, idealmente, la sua vita da docente in un prima e un dopo il delitto Moro. Il tragico evento rappresenta uno spartiacque nel suo modo di concepire l’insegnamento. Prima di quell’evento, chi opera è un giovane docente che sceglie la scuola come proiezione del suo slancio civile, spinto dalla carica sociale della generazione del ’68.
Poi venne appunto il delitto Moro e, a seguire, il riflusso.
Un riflusso vissuto sempre nell’impegno sociale, ma senza sentirsi più parte di una comunanza unita dall’utopia di voler portare la ‘fantasia al potere’. Le BR uccisero non solo Moro, ma anche la speranza che si potesse cambiare insieme.
Quelle istanze, riprese molto più tardi da Obama quando prometteva Yes we can, si spensero. Dopo di allora si cercò di influire solo su quello che era ‘a portata di mano’ perchè i mille giovani che scendevano in piazza, furono sostituiti dal singolo con la pistola.

Una lezione non completamente appresa, mi viene da pensare, se ancora oggi c’è chi giustifica le violenze all’interno del movimento black live matter come ieri quelle dei black bloc. Si fatica ancora a capire che una sola vetrina rotta riesce ad avere un valore politico superiore ad una manifestazione di migliaia di persone.

Torniamo al libro, la cui prima parte, dedicata agli anni Settanta, termina appunto con il capitolo “i sogni muoiono all’alba”.
La seconda, che riguarda gli anni Ottanta, comincia con “vita nuova”.

Detto che il libro ha un’originale struttura narrativa che intreccia più piani: il personale, la scuola, la storia delle letterature, quella del teatro e del cinema, Maulucci definisce il suo progetto didattico. Un progetto con un obiettivo ambizioso: rivitalizzare una formazione classica di gentiliana memoria allora svilita in ripetitive e logore versioni dal latino e dal greco, mai contestualizzate. E dunque indirizzate verso lingue in questo caso davvero morte, non essendo più in grado di parlare agli studenti.

L’idea di Maulucci è che l’impianto gentiliano abbia ancora una sua validità raggiungibile con la contaminazione di letteratura, cinema e teatro.
Un intento che Maulucci raggiunge negli anni novanta, grazie alle opportunità offerte dalle sperimentazioni della riforma Brocca.
Un periodo d’oro della scuola pontina, allora all’avanguardia in campo nazionale.
Oltre a quelle del liceo classico, ci furono le estesissime riforme del Majorana, imperniate sulla valorizzazione della scienza e delle lingue straniere e quelle ancora, del Liceo tecnologico Marconi, con l’informatica al centro del progetto formativo.  

Giorgio Maulucci

Le sperimentazioni ebbero un grande successo e, sta in questo il valore politico dell’opera, esse ampliarono la ristretta base sociale che accedeva allora alla formazione liceale: fu una vera e propria promozione sociale attraverso la scuola.
Inoltre fu evidente che esisteva una domanda di nuove professioni nel settore della cultura e dell’informatica.

 A ciò si aggiunga che in molti furono conquistati dal fascino della cultura, un fenomeno che Maulucci riporta in poche righe quando riferisce che all’uscita di uno spettacolo alla Scala di Milano, “Il ratto dal serraglio”, di Mozart, una ragazza in stretto dialetto corese esclama

“ieso non ce so capito ‘na parola ma m’ha piaciuto tanto!” 

Torniamo alle sperimentazioni imperniate sui linguaggi teatrali e cinematografici.
Dicevamo del desiderio giovanile di costruire un futuro lavorativo nei ‘mestieri’ dell’arte.
La domanda però non ottiene alcuna risposta dall’Amministrazione del tempo, troppo impegnata a glorificare gli anni della fondazione. E’ il periodo in cui lo sguardo è tutto rivolto all’indietro, a quel breve periodo dei dodici anni che vanno dalla fondazione di Littoria alla tragica guerra. Una parte piccola della città, che si cerca di far passare per il tutto.

Sono passati quasi vent’anni e quei giovani oramai hanno trovato altre strade, ma quella domanda di impresa culturale è ancora presente, forse maggiormente perché il dato occupazionale giovanile si è aggravato.

E una qualsiasi riflessione sulle politiche culturali non può, dunque, che partire dal soddisfacimento di questa domanda. In città pullulano le associazioni culturali: diamo l’opportunità, a chi lo desiderasse, di trasformarsi in impresa, abbattendo i costi logistici e aprendo gli spazi pubblici.

Il Palazzo della Cultura a Latina

Il Palazzo della cultura potrebbe, finalmente, diventare la sede logistica di questo associazionismo, con alcuni servizi dedicati. E accanto al Palazzo, con un modesto intervento economico, si potrebbe adattare il Consorzio Agrario a luogo di botteghe artigianali artistiche, con una sede espositiva e un mercato delle produzioni.

Il Consorzio Agrario a Latina

Fatto questo, sarà poi più facile riempire con le loro produzioni i teatri “istituzionali”, quelli delle scuole, delle piazze della città e dei borghi per il godimento dello spettacolo e per incrementare un mercato artistico.
E’ l’humus necessario per rendere fattibile il tanto invocato Teatro stabile di Latina.
In tal modo, andando avanti in ciò che finora si è detto, sarà più semplice usare la cultura anche come assett turistico, magari organizzando da noi uno di quei festival oggi così di moda in Italia.  

Marcello Ciccarelli, in pensione, attivo solo cerebralmente. Una volta docente e amministratore. Ancora appassionato di matematica e politica.


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