I roghi di libri

Poche cose nella vita mi fanno rabbrividire quanto i roghi di libri. Eppure io stesso, individualmente, lo confesso, mi sono reso responsabile una volta, molto tempo fa, di uno di questi gesti ingiustificabili.
Era l’estate del terzo ed ultimo anno di Liceo Classico, anno quindi della maturità.
Il giorno in cui, verso aprile, uscirono le materie d’esame, quelle orali naturalmente, ci trattenemmo in classe per conoscerle: uno di noi aveva una radiolina per sentire quali di esse fossero state sorteggiate.
Verso la fine del notiziario, lo speaker si decise a dirle.
Vennero enunciate una dopo l’altra, come nelle estrazioni dei numeri del lotto, non casualmente direi, visto che per noi, più o meno, quello era il loro valore: la presenza o l’assenza di una di esse poteva significare vincere o perdere la lotteria della maturità.
Venne annunciato l’italiano (benissimo, pensai), poi toccò a storia (benone, avanti così) e alla geografia (mah, si può fare), poi ancora a fisica (o cavolo!), infine, in coda a tutte, il pungiglione avvelenato dello scorpione, fu pronunciato il vocabolo da me più temuto: matematica (Ma Porcacc!!!)
Un mio compagno di scuola per anni ha ricordato l’espressione costernata che mi si dipinse in faccia e la sequela di imprecazioni arroventate che quell’ultima, sgraditissima notizia mi aveva tirato fuori di bocca.
A distanza di decenni ancora ne rideva fino alle lacrime.

Come spiegarlo?
Semplice: ho sempre odiato la matematica, quella dannata materia non mi emozionava, non mi piaceva dunque, e la ignoravo.
C’è da dirlo, comunque, io provengo, almeno dal medioevo in poi, da una serie miracolosa di accoppiamenti tra odiatori della matematica e quindi da eminenti somari in quella disciplina.
Non ne è scappato uno solo in quella linea genealogica perfetta, di umanisti del tutto indifferenti ai numeri e di conseguenza fatta di intere generazioni di bestie in matematica.

Poi quella volta mi andò bene, portai italiano e mi diedero storia e studiai per un mesetto in tandem con una cara compagna di classe.
Il mio tema di italiano fu giudicato dalla commissione “troppo personale”, anche se ineccepibile formalmente; arrabattai poi in qualche modo la versione di greco, e passai bene l’esame orale in una tarda mattinata di luglio.
Ricordo che lasciai la commissione e, toltami l’imbarazzante giacca bianca da cameriere, che mio padre era riuscito, non so come, ad impormi, mi precipitai subito al mare.
Fu dopo qualche giorno che, smentendo la patente di maturità che mi era stata appena data, ed in nome di un malinteso gesto di liberazione, bruciai i miei libri di matematica.

Mi dissi che era finita, non l’avrei mai più avuta tra i piedi.
Fu un gesto di cui oggi mi vergogno molto, un atto stupido oltretutto: in altre forme la matematica sarebbe stata sempre presente nella mia vita, come pure in quella degli altri, di tutta l’umanità.
E’ impossibile sfuggirgli.
Dato l’amore sviscerato che ho sempre avuto per i libri, il pentimento per quel gesto mi ha accompagnato per tutta la vita, anche se il mio non aveva certo i connotati che nella storia hanno sempre avuto quei roghi di libri che dall’antichità ad oggi si sono susseguiti con una certa, nefasta frequenza.
Heinrich Heine ha scritto:

“La dove si danno alle fiamme i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini”.

Dovrebbe essere più che chiaro, infatti, che perdendo i testi si eliminano le storie, le conoscenze e le arti che ne formano il contenuto: attraverso i roghi si sopprimono immense testimonianze, memoria e sapere, eredità attive, indispensabili per tener l’uomo fuori dalla condizione bestiale, per fare costante manutenzione alla civiltà.
Non casualmente la devastazione dei libri è sempre stata usata per combattere le idee, politiche o religiose che fossero, per sostituire mondi ai mondi e rendere l’operazione chiara a tutti.

Heinrich Heine

Ecco perché i roghi di solito vengono celebrati, compiuti in pubblico: sono rituali di soppressione e di cancellazione, simboli di ogni dissuasione.
La carica emblematica di questa pratica è tale che quello del rogo dei testi è un percorso molto lungo, secolare, costellato di ciclici ricorsi a questa soluzione finale.
Probabilmente il primo caso di cui siamo a conoscenza, avvenne nella Cina del grande Shi Huang Ti, conosciuto anche come Qín Shǐ Huángdì, l’unificatore del paese e suo primo imperatore, universalmente conosciuto come committente dell’esercito di terracotta, destinato a vegliare armato sul suo sonno eterno.
Fu proprio lui, nel terzo secolo avanti Cristo, a disporre il rogo degli scritti confuciani e di altri testi storici e filosofici: era così morbido di tempra che gli intellettuali che fecero resistenza al suo ordine furono sepolti vivi.

Qín Shǐ Huángdì

Anche la Roma antica non si sottrasse a questa deprecabile pratica: dalla dinastia Giulio-Claudia provenne il comando che portò alla soppressione, mediante rogo, dei testi dello storico dissenziente Cremuzio Cordo, reo di avere esaltato il vecchio regime repubblicano nei suoi “Annales”.
Nel 292 fu Diocleziano a disporre che fossero bruciati tutti i libri di argomento alchemico, presenti nell’enciclopedia di Alessandria.
Altri imperatori pagani si preoccuparono successivamente di eliminare l’incombente minaccia cristiana attraverso la soppressione dei testi da essa prodotti, ma col medesimo zelo la cristianità trionfante agirà successivamente nei confronti del paganesimo sconfitto.

Diocleziano

Allo stesso modo, spietato, la Chiesa si regolerà con quelle che volle considerare sue eresie interne e sempre lo farà nei confronti di ogni altra religione, soprattutto di quella ebraica, tradizionalmente la più vessata.
Così, puntualmente, ad ogni conflitto delle nazioni cristiane con altre civiltà, corrisposero altrettante distruzioni di libri.
In Messico, come riporta Leo Lowenthal nel suo importante saggio “I roghi dei libri”, il primo vescovo fece bruciare i libri degli aztechi, ed una generazione più tardi un suo delegato condannò al rogo anche i testi dei Maya.
In seguito alla sconfitta degli arabi in Spagna, i roghi furono uno dei mezzi adottati nel processo di eliminazione della civiltà moresca al quale anche l’Inquisizione mise costantemente mano.
Per tornare alle faccende del Nuovo Mondo e all’opera dell’Inquisizione in quei territori, c’è da rammentare la figura particolare di Diego de Landa, che fu protagonista attivo di una vicenda paradossale: vescovo e inquisitore, nel 1562 in Yucatan aveva ordinato la quasi totale distruzione del patrimonio culturale dei Maya, ma subito dopo, in veste, stavolta, di studioso, cercò di raccogliere quanti più documenti superstiti potè ritrovare tra quelli prodotti dalla stessa civiltà che così decisamente aveva voluto distruggere.

Diego de Landa

Non solo la cristianità, tuttavia, si è dedicata alla pratica del rogo dei libri.
Anche la vicenda della distruzione della favolosa Biblioteca di Alessandria di Egitto, da parte musulmana, pare legata alla soppressione dei libri.
Il generale conquistatore Amr ibn – As l’avrebbe devastata, insieme con l’intero suo inestimabile contenuto, su ordine del califfo Omar, che di questo atto barbaro diede la seguente, esemplare, motivazione:

“In quei libri o ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono presenti nel Corano sono inutili, se non sono presenti allora sono dannose e vanno distrutte”

Una corrente storiografica, va detto, non concorda con questa ricostruzione e attribuisce a cause accidentali la distruzione della più celebre biblioteca dell’antichità.

Il califfo Omar

L’intransigenza cristiana ebbe modo di esprimersi ancora, più volte e col medesimo zelo, nell’opera di soppressione selettiva dei libri.
Resta celebre, ad esempio, il cosiddetto “Falò delle vanità” promosso da Fra Girolamo Savonarola per annichilire il ricordo del potere opulento e corrotto dei Medici dopo la loro cacciata da Firenze.
In quel rogo, oltre a moltissimi libri, si perse un gran numero di opere d’arte, col risultato di provocare una più generale e devastante perdita culturale.
Nel 1534 nel corso di una rivolta a Munster, in Renania settentrionale, un gruppo di predicatori anabattisti si applicò a bruciare qualsiasi testo che non fosse la Bibbia.
Più o meno nello stesso periodo gli Andalusi spagnoli vennero forzati a consegnare alle autorità castigliane tutti i libri scritti in arabo: con l’eccezione di quelli di argomento storico, medico e filosofico, che gli vennero restituiti, tutti gli altri furono bruciati.

Fra Girolamo Savonarola

In quella metà del Cinquecento furono i testi ebraici, in particolare il Talmud, ad essere bersaglio della Chiesa e del suo braccio armato, l’Inquisizione.
In occasione del Capodanno ebraico 5314, il 9 settembre del 1554, vennero ammassati nelle piazze di Roma migliaia di libri di argomento ebraico e bruciati in diversi falò.
La comunità ebraica chiese al Papa di permettere che si salvassero almeno i testi rabbinici, quelli di ricerca insomma, ma visto che l’intento era proprio quello di bloccare la crescita culturale degli ebrei, quei libri arsero insieme a tutti gli altri.
Non si contano del resto le azioni di questo segno avvenute nel tempo, atti a fondamento dei quali si metteva il cosiddetto “Indice”, l’elenco dei libri proibiti che l’Inquisizione istituì nel 1588: da quel momento in poi, insieme con i libri ritenuti eretici, potevano venir bruciati anche i loro autori, come toccò a Giordano Bruno, tanto per ricordare il più famoso tra essi.
E’ sorprendente il fatto che quell’Indice delle pubblicazioni proibite sia sopravvissuto fin quasi ai giorni nostri: io ricordo bene questa specie di teca di legno e vetro, appesa nella principale chiesa della mia città, posta vicino all’entrata, in cui erano segnate le pubblicazioni sconsigliate.

Da bambino divoratore dei fumetti Disney, mi colpiva vedere in quella lista di proscrizione gli albi di “Topolino”.
In tempi a noi più vicini, ma non per questo meno terribili, non si può non ricordare quale fu l’atteggiamento del nazismo nei confronti della cultura considerata non germanica e della sua produzione libraria.
Fu principalmente l‘Associazione studentesca della Germania ad occuparsi della questione: nell’aprile del 1933 il suo ufficio stampa proclamò un’azione nazionale contro lo “spirito non tedesco”, sostanzialmente ed esplicitamente si auspicava una pulizia da farsi col fuoco.

Secondo un trattato della stessa Associazione, esposto in 12 tesi che avrebbero voluto in qualche modo ricordare le 95 tesi di Lutero, c’era bisogno di una cultura e di una nazione che non fossero “infettate” da altre popolazioni.
In quello scritto figurava un richiamo al Wartburgfest, il rogo dei libri non tedeschi, avvenuto nel 1817 nella città omonima, per reazione alle idee e alle influenze del periodo napoleonico.
In meno di un mese l’obiettivo prefissato venne raggiunto: il 10 maggio del 1933, a Berlino, dinanzi alle autorità naziste, vennero bruciati più di 25.000 libri ad opera degli studenti tedeschi, in un’atmosfera di gioia sottolineata addirittura dalla presenza di orchestre.

Il rogo dei libri a Berlino il 10 maggio 1933

In quella allucinante circostanza Joseph Goebbels, di fronte a 40.000 persone pronunciò un discorso rimasto tragicamente famoso:

“… Per questo è bene, in quest’ora notturna, affidare alle fiamme lo spirito degenerato del passato…No alla decadenza e alla corruzione morale! Sì alla decenza e alla moralità nelle famiglie e nello stato! Io consegno alle fiamme gli scritti di Heinrich Mann, Ernst Gläser, Erich Kästner.
L’era dell’intellettualismo ebraico è giunta ormai a una fine. La svolta della rivoluzione tedesca ha aperto una nuova strada … L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo fatto di carattere. È a questo scopo che noi vi vogliamo educare. Come una persona giovane, la quale possiede già il coraggio di affrontare il bagliore spietato, per superare la paura della morte, e per guadagnare il rispetto della morte – questo sarà il compito della nostra nuova generazione. E quindi, a mezzanotte, giungerà l’ora di impegnarsi per eliminare con le fiamme lo spirito maligno del passato. Si tratta di un atto forte e simbolico – un atto che dovrebbe informare il mondo intero sulle nostre intenzioni. Qui il fondamento intellettuale della repubblica[9] sta decadendo, ma da queste macerie la fenice avrà una nuova trionfale ascesa…”

Joseph Goebbels

La storia insomma, proprio come pensava l’imperatore cinese Qín Shǐ Huángdì, può essere, anzi, deve essere cancellata e rimpiazzata.
L’idea, apparentemente folle, ma come si è visto, sempre praticata, era quella di negare la realtà per come si era espressa in millenni.
Commenta ancora Lowenthal nel già citato saggio:

“La storia inizia adesso, come Hans Johst ha già formulato nel 1932: “Lo Stato e la civiltà nazionalsocialista sono identici”. Non esiste una civiltà prima del nazionalsocialismo, così come però non ce n’è una dopo.”

E’ il più utilizzato fondamento teorico alla distruzione dei libri, ovvero la cancellazione della memoria e della Storia con la nuova narrazione di una pretesa civiltà sostitutiva e autofondante.
L’altro tradizionale movente per la soppressione di testi, l’abbiamo già visto operare ad opera dell’Inquisizione, sarà quello della censura, del richiamo ad una morale che non ammette né dialogo con altre istanze, né eccezioni.
Sorprendentemente, l’ultimo rogo di libri che si è visto in Italia, non risale a molti secoli fa: dovuto ad una disposizione legale, fu quello ordinato nel 1961 nei confronti di un libro, in seguito, appunto, alla condanna per oscenità delle “Storielle, racconti e raccontini” del Marchese De Sade, un volume edito da Luigi Veronelli.

All’epoca dei cosiddetti “anni di piombo”, alcune opere italiane reputate contrarie alla legalità, ma che non vennero bruciate, sparirono comunque dagli scaffali delle librerie e vennero mandate al macero.
Capitò ad esempio, a diversi opuscoli ritenuti inneggianti alla lotta armata, perché ritenuti eversivi, mentre la stessa sorte toccata ai racconti libertini di De Sade andò a colpire, in nome della morale pubblica, anche opere di altra natura, come, ad esempio, alcune pellicole cinematografiche.

Celebre resta il caso de “L’ultimo tango a Parigi”, di Bernardo Bertolucci, film del quale ci sono pervenute poche copie occultate, sfuggite illegalmente alla sentenza che ne prevedeva la totale distruzione.
Per terminare questa frettolos panoramica dei roghi di libri nello svolgersi della Storia, non si possono non citare gli episodi avvenuti sia nell’Argentina della dittatura militare che nel Cile di Pinochet, col sequestro ed il falò di migliaia di libri di argomento politico e non solo.

Il Gen. Augusto Pinochet

Grottesca, a questo proposito, fu la vicenda di alcuni testi sul cubismo, fatti sparire dalle librerie perchè l’ignoranza di qualche autorità golpista cilena li scambiò per altrettanti saggi sul regime castrista di Cuba.
Ultime e contemporanee testimonianze di questa pratica barbara riportano di un enorme rogo di libri, circa 2000 sembra, perpetrato dall’ISIS a Mosul nel 2015, volumi distrutti perché non “islamicamente corretti”.
Tra di essi figuravano addirittura testi per bambini, oltre a libri di diritto, poesia, filosofia, salute, scienza ed altro ancora, prelevati dalla grande biblioteca di Mosul e da biblioteche di altre importanti istituzioni, cristiane e musulmane…

Rogo di libri a Mosul

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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