Smart Uorking con pathos al Fogliaccio

Nei locali della redazione del Fogliaccio era tornata la quiete desolata di parecchi mesi prima.
Le postazioni dei giornalisti in quel giorno iniziale di smart working riposavano nella luce timida del primissimo mattino, un filo d’aria proveniente da un finestrone mal chiuso, aveva gettato in terra gli incarti di un Superpanther al caramello di kiwi e quello di un semplice Tiger al coccocioccolato.
Chiaramente erano volati giù dalla scrivania dell’odoroso Taruffi, trascurato nel nutrirsi quanto nel ripulirsi, la cui assenza, più di quella di tutti gli altri cronisti, aveva garantito un salto di qualità all’aria di quegli ambienti.


Certo il problema che aveva desertificato di nuovo la redazione era un altro, quello cioè che gravava nell’aria circostante, nella città tutta e nei miliardi di minuscoli anfratti in cui si annidava il perfido virus bitorzoluto, aggressivo come i Tughs nei romanzi di Salgari.
A leggerli infatti, e Tarallo, ad esempio, perennemente fuori moda, li aveva letti tutti, in quei libri i devoti di Khalì, la dea iperbracciuta dal pessimo carattere, proprio come fa il Covid, saltavano di botto fuori da qualche nascondiglio, aggredendo e strangolando il passante col loro celebre laccetto rosso.
Nel mondo dello scrittore piemontese non c’era frasca in cui questi fissati dello strozzamento non allignassero, sempre incazzati neri, biliosi, ma straordinariamente ostinati: veniva da chiedersi come facessero i Tughs ad avere tanta pazienza nell’attendere le vittime, soprattutto quelli di loro che venivano dislocati nelle aree meno frequentate, quelle fuori dal giro, insomma.
Potevano passare giorni e giorni prima che qualche sciagurato decidesse di fare una passeggiata dalle loro parti per poter essere finalmente strangolato, ma nel frattempo che si faceva?
Sì, magari il Tugh fuori sede si portava qualcosina da mangiare, ma certo il tempo era duro da far passare standosene infrattati tra i rami di qualche grande pianta esotica.
Forse era lo stesso fanatismo ad aiutarli a reggere: non c’è nulla come l’intransigenza religiosa, infatti, a farti amare la noia.

Quella stessa noia circolava tra gli arredi redazionali del Fogliaccio, provati dalla rinnovata solitudine: sedie a cui mancava il peso variabile dei loro abituali padroni, attaccapanni malinconici, costretti a stare senza le fronde tessili di tanti cappotti flosci, scrivanie lasciate vuote a covare qualche inutile e silenziosa carta.
Solo una delle stanze ospitava un essere umano vivente, era quella della regia, il luogo delle decisioni importanti, quelle che davano linea e fisionomia al giornale: la Direzione.
Di mattina presto Ognissanti Frangiflutti, anche in tempi normali, immerso in una densa solitudine, si disponeva all’attesa: alle otto in punto vedeva giungere puntuale in redazione il suo appiccicaticcio, ma devotissimo vice.
Quel giorno invece, data la situazione, sul maxischermo che copriva buona parte di una parete del suo ufficio, in quello stesso orario e con l’abituale puntualità, sarebbe comparsa la faccia servile e barbuta del fido caporedattore Totonno Levalorto, ed insieme i due avrebbero cominciato a disegnare l’edizione successiva del quotidiano, organizzando il materiale presente e disponendosi a ricerverne dell’altro dai redattori che avrebbero operato in smart working.

Il caporedattore Totonno Levalorto

Quella mattina però il Direttore si sentiva più nervoso del solito, pervaso da una vaga inquietudine, ma non sapeva bene a cosa attribuire questa agitazione: forse si doveva ad un complesso eterogeneo di cose.
Certo, intanto poteva entrarci la telefonata di Monsignor Angiolo Missitalia, ricevuta la sera prima.
Il potente religioso che da sempre lo avversava, lo aveva chiamato senza alcun motivo apparente, fingendo una sorta di visita di cortesia.
Il Direttore sapeva perfettamente che l’ex condirettore Lello Rapallo era un suo protetto e sapeva anche che il suo declassamento non era stato affatto digerito da quel potente monsignore, un tipo freddo e pericoloso.
Frangiflutti, al quale nel sentirlo gli si era arroventato l’orecchio come una frittella, udiva tuttavia cianciare amabilmente quella vocina melliflua, falsamente amichevole, praticamente il sussurro di un crotalo:

“La pensavo tanto Direttore, immaginando quanto gravoso debba essere il suo impegno in un periodo così difficile, e allora mi sono detto: perché non chiamare il bravo Direttore Frangiflutti per sapere come sta? Ed eccomi, appunto, qui a parlar con Lei, carissimo: come sta, come si sente?”.

Aveva continuato così, quell’insidioso tonacuto, tenendosi su un piano di formale gentilezza, e lasciando il giornalista a lambiccarsi per tutta la notte sul vero movente di quella chiamata: voleva forse innervosirlo, mettergli pressione per indurlo ad un errore?
Mah, vallo a sapere…

Monsignor Angiolo Missitalia

Si era distratto frattanto, ma di colpo si rese conto che Levalorto non si era ancora collegato: che diamine, non succedeva mai!
Lui era più puntuale di una stecca di Jovanotti: che poteva mai essere successo?
A quel punto fu lui, percorso da un freddo brivido di presentimento, a fare la videochiamata al suo caporedattore e quando lo schermo si illuminò, gli sfuggì un urletto di sorpresa e di terrore: al posto della faccia reverente del suo vice era apparsa, enorme, un’animazione che raffigurava il coronavirus, colorato e bitorzoluto come sempre, che ruggiva come il leone della Metro Goldwyn Meyer e strillava

“YOU’RE THE PROBABLE WINNER!!!”

Frangiflutti fece un balzo indietro da far rimpiangere la buonanima di Nureyev e, angosciato, ululò:
“Oddio Levalorto!! Dove sei, che è successo, che combina ‘sto collegamento???“
E schiacciò freneticamente dei tasti a caso, ma il panorama di quel mattino problematico peggiorò rapidamente.
Mentre in primo piano sullo schermo, sostituendosi a quella del virus beffardo, compariva la faccia stilizzata di Levalorto, disegnata come un cartone animato, una vocina dal timbro metallico e dagli accenti esotici, si prese la briga di rispondere alle sue domande:

LEI E’ IN COLLEGAMENTO CON LA APP “PENSA POSITIVO” CHE NEI CASI (ni) IN CUI SI SIA RISCONTRATO UN NUOVO CONTAGIO, SI SOSTITUISCE E SI SOVRAPPONE PER DUE GIORNI ALLE NORMALI ATTIVITA’ TELEMATICHE DEL NEOINFETTATO. SI TRATTA DEL TEMPO NECESSARIO PER AVVERTIRE DEL FATTO LE PERSONE CHE HANNO AVUTO CONTATTI RECENTI CON LA PERSONA CONTAGIATA. IL SIGNOR LEVALORTO DA DUE GIORNI E’ ENTRATO A FAR PARTE DELLA GRANDE COMUNITA’ DEI POSITIVI AL COVID 19. ATTUALMENTE SI TROVA IN QUARANTENA NELLA SUA CASETTA (NIENTE DI CHE TRA L’ALTRO) IN VIA STOPPAZZI 56 CON LA SOLA COMPAGNIA SALTUARIA DEL RAGAZZO MEZZO SCEMO CHE FA LE CONSEGNE PER LA DITTA “ DI STRUTTO” E QUELLA FISSA DEL SUO CANE OGNISSANTI. LEI HA FREQUENTATO STRETTAMENTE ANTONIO LEVALORTO FINO ALLE 18,00 DI IERI. QUESTO E’ QUANTO CI RISULTA. LEI GLI HA PARLATO SPESSO STANDO AD UNA DISTANZA DI QUARANTA-CINQUANTA CENTIMETRI, A TIRO DI SPUTAZZA DUNQUE, E A SUO CARICO, SONO STATI REGISTRATI:
SEI SCOPPI DI RISATINE, TRE BEFFARDE E TRE SCOMPOSTE;
UN BUFFETTO DI APPROVAZIONE A LUI RIVOLTO SULLA GUANCIA DESTRA (LA COSIDDETTA “SCAFETTA”);

UNA PACCA SULLA SUA SPALLA SINISTRA.
CHE DIO L’AIUTI MISTER FRANGIFLUTTI: LEI POTREBBE ESSERE IL NUOVO POSITIVO CHE STIAMO CERCANDO.
CONGRATULAZIONI!
ORA IL CONSIGLIO CHE L’APP GLI DA E’ QUELLO DI TENTARE AL PIU’ PRESTO DI FARSI INFILZARE LA PROBOSCIDE DA UN COTTONFIOK LUNGO UNA QUARESIMA E MEZZO, E DI MINACCIARE POI DI MORTE GLI OPERATORI PERCHE’ LE DIANO UNA RISPOSTA IN TEMPI PIU’ CELERI DEGLI USUALI SEI MESI.
SI SPICCI, PENSI POSITIVO E ANCORA COMPLIMENTI.

La bocca del Direttore, rimasta aperta a causa dello smottamento della mandibola, si chiuse solo dopo svariati minuti.
Frangiflutti si sentiva come se fosse stato devastato da un tornado.
Non ragionava in modo coerente, era del tutto sbalestrato e per un bel po’ non riuscì a pensare a nulla di diverso dal fatto di aver scoperto che Levalorto aveva chiamato il suo bruttissimo cane col suo nome.

Ognissanti, il cane del caporedattore Totonno Levalorto

Quando si riscosse da quella trance di dolorosa sorpresa, ritrovò intatta la sua capacità di manovra.
Ripensò subito, in termini nuovi, alla telefonata del gesuita: quel maledetto in virtù di canali efficienti come servizi segreti, evidentemente già sapeva tutto di Levalorto e sondava il terreno su una sua possibile positività per farlo fuori ancora una volta!
Frangiflutti che per l’apprensione si sentiva già addosso tutti i sintomi del virus che aveva letto in quei mesi, si disse che non poteva reggere a lungo quell’ansia: doveva assolutamente sapere e in tempi rapidissimi, se Levalorto lo avesse contagiato e non si sognava proprio, perciò, di ricorrere ai canali sanitari classici, quelli pubblici che tutti utilizzano sprecando in sfibranti attese preziosi mesi della vita.
Fregò un Superpanther dal cassetto della scrivania di Taruffi solo per vedere se ne sentiva il sapore e si fermò un attimo a riflettere sul da farsi.
Lui aveva le conoscenze giuste per scavalcare chicchessia, accidenti: ad esempio l’ex sottosegretario Ciccibon, un uomo vasto di corpo e di vedute, un politico raro che conosceva la gratitudine e che l’avrebbe quindi certamente aiutato.

L’ex sottosegretario Ciccibon

Senza perdere tempo, compose il segretissimo numero privato di Ciccibon e attese nervosamente che l’onorevole gli rispondesse.
Il fatto è che sentì come una specie di scatto, poi una voce metallica che riconobbe subito, con un fiotto di terrore, attaccò a dire:

“LEI E’ IN COLLEGAMENTO CON L’APP “PENSA POSITIVO” CHE NEI CASI (ni) IN CUI SI SIA RISCONTRATO UN NUOVO CONTAGIO…….”

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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