Verdi e la Traviata: il primo scandalo all’Opera

                          

Scritta su libretto di Francesco Maria Piave e tratta da “La signora delle camelie”, dell’autore francese Alexandre Dumas (figlio), quest’opera verdiana, assieme a “Il trovatore” e a “Rigoletto”, fa parte della cosiddetta “trilogia popolare”.

In gran parte composta nella villa degli editori Ricordi a Cadenabbia, nella splendida cornice del lago di Como, la Traviata di Giuseppe Verdi venne rappresentata per la prima volta il 6 marzo del 1853 al Teatro La Fenice di Venezia, ma il suo debutto fu un disastro a causa della scabrosità dei temi, difficili per l’epoca.

Manifesto originale della prima assoluta

La sua bellezza verrà apprezzata solo un anno dopo, e precisamente il 6 maggio 1854, quando venne riproposta, sempre a Venezia, ma al Teatro San Benedetto: sarà un trionfo.

Questa, in sintesi era la trama dell’opera.
Nel primo atto, Violetta Valery è una giovane cortigiana parigina. Il suo protettore, il barone Douphol, non le fa mancare nulla, ma la sua vita, dissipata e dissoluta, non giova alla sua salute: è infatti malata di tisi. Una sera, per dimenticare la malattia che la affligge, invita i suoi amici a cena. È in quest’occasione che Gastone le presenta Alfredo Germont, un giovane di buona famiglia che si è innamorato di lei. Dopo aver brindato allegramente, la compagnia si trasferisce nella sala da ballo. Violetta in quel momento ha un mancamento e si attarda qualche secondo. Alfredo le raccomanda di badare di più alla sua salute, e le confessa di amarla da quando lei gli è apparsa.
Violetta è sorpresa, dubita di poter corrispondere a questo sentimento, tuttavia non nega l’amicizia al giovane: gli dona una camelia e gli dice di presentarsi da lei il giorno dopo, quando il fiore sarà appassito. Alfredo se ne va felice. Quando finisce la festa e Violetta rimane sola, ripensa alle parole di Alfredo e si chiede se anche per lei esista la possibilità di innamorarsi e di cambiare vita; ma si risponde di no: tutto quello che può fare è vivere sempre libera per dedicarsi al piacere. Tuttavia la voce dell’amore riecheggia nei suoi pensieri, anche se lei la vorrebbe respingere.

Violetta ad una festa con il suo protettore, il barone Douphol.
Figurina della Liebig

Nel secondo atto, Violetta e Alfredo si sono trasferiti nella casa di campagna di Violetta, lontano da Parigi.
Qui vivono un’esistenza tranquilla, felici e innamorati. Violetta ha ormai cambiato vita per amore di Alfredo, e a lui sembra di toccare il cielo con un dito. Tuttavia, per far fronte alle spese, la donna deve vendere i suoi averi, così, quando lo scopre, Alfredo prova vergogna e decide di partire per Parigi per onorare i debiti. Durante la sua assenza suo padre, Giorgio Germont, arriva in casa di Violetta e la accusa di dilapidare le sostanze del figlio ma Violetta gli dimostra che non è così, e che è stata lei a provvedere alle spese vendendo i suoi averi. Germont capisce che Violetta prova sentimenti sinceri per il figlio, e che ha cambiato vita, tuttavia le chiede comunque di fare un sacrificio e di lasciare Alfredo per sempre. Il loro legame, a detta dell’uomo, non è socialmente ammissibile, così se continuano a vivere insieme, il matrimonio della sorella di Alfredo non si potrà celebrare:
Violetta dovrà fare un sacrificio per la giovane e per il bene di tutta la famiglia del suo amato. Violetta è sconvolta all’idea di doversi separare per sempre da Alfredo, ma alla fine si convince e scrive una lettera in cui dice ad Alfredo di avere nostalgia della sua vita di prima e di aver deciso di tornare a Parigi, pur sapendo di attirare il suo disprezzo, per amore è pronta a compiere qualsiasi sacrificio.

Alfredo torna in casa proprio in quel momento, e si accorge che qualcosa di grave dev’essere successo. Ma Violetta dissimula la sua tristezza e si allontana da lui supplicandolo di amarla quanto lei lo ama. Dopo aver letto il contenuto della lettera, Alfredo è fuori di sé dalla rabbia. Suo padre, che non si è allontanato, rientra in casa per consolarlo e per cercare di convincerlo a tornare in Provenza.
Ma Alfredo non lo sta nemmeno a sentire.
Venuto a sapere che Violetta si recherà quella sera alla festa della sua amica Flora a Parigi, decide di raggiungerla lì.

Alfredo arriva alla festa di Flora. Gli invitati si preparano a passare il tempo tra danze e divertimenti. Violetta arriva accompagnata dal barone Douphol. Alfredo lo vince al gioco e incassa una grossa somma di denaro. Violetta lo supplica di andarsene: gli dice di essere innamorata del barone. Alfredo fa una scenata e le getta i soldi ai piedi, chiamando tutti a testimoni che lui l’ha pagata.
Violetta sviene, mentre tutti gli invitati condannano questo gesto. Anche suo padre, che nel frattempo li ha raggiunti alla festa, censura il gesto del figlio. Violetta perdona Alfredo perché lui non può sapere e dunque capire, che lei si sta comportando così proprio perché lo ama.

Il terzo atto si apre con Violetta che giace a letto, sempre più malata.
Sente che le resta poco da vivere: dice addio a bei sogni del passato e invoca il perdono di Dio.
Giorgio Germont le ha scritto una lettera in cui le spiega che ha detto tutta la verità ad Alfredo: che lo ha messo al corrente del sacrificio di lei, e che ora lui sta tornando a Parigi per chiederle perdono. Violetta si logora e il tempo sembra non passare mai.
Infine Alfredo arriva, e nel rivederlo lei sente rinascere la speranza: vorrebbe andare in Chiesa a ringraziare Dio, ma si rende conto di star morendo, proprio ora che più che mai vorrebbe vivere. Anche il padre di Alfredo, pentito di quello che ha fatto, fa in tempo a chiederle perdono prima che lei si spenga.

Dopo il preludio strumentale, l’opera si apre con la grandissima festa che Violetta dà nella sua casa, durante la quale possiamo ascoltare uno dei brani più famosi di Verdi, quello del Brindisi.

Giuseppe Verdi – La Traviata – Libiamo Ne’lieti Calici – Nuremberg Symphony Orchestra –

In questa premessa del lavoro verdiano sta il motivo dello scandalo, perché la festa si tiene a casa di una cortigiana, e, cosa ancor più scandalosa, perché il personaggio di Violetta non è immaginario: è realmente esistito e la donna che lo ha ispirato è vissuta solo qualche anno prima della composizione dell’opera.
Le persone che ai tempi di Verdi andavano a teatro erano generalmente di estrazione borghese, così rimasero scandalizzate inanzitutto dal tema: non era ammesso parlare di una prostituta.

Verdi parlava di una cortigiana che aveva abbandonato tutto, una prostituta che lasciava tutto per amore del suo Alfredo, anche se, inevitabilmente, il suo passato tornava a tormentarla, nella figura del padre dell’amato, che le chiedeva di lasciare il figlio.
Terribile, dunque, è la reazione di Violetta, che, nonostante si senta sola ed amareggiata, decide di assecondare il padre.
Se davvero si ama qualcuno, quel qualcuno deve essere posto sopra ad ogni altro pensiero.
L’unica cosa che Violetta chiede in cambio è di essere abbracciata come una figlia dal padre dell’amato, per avere l’illusione di avere una famiglia che la ami.
Il secondo atto, si apre nuovamente con una festa, poi c’è la partita a carte tragica, con Alfredo, che ignorando la verità e sentendosi tradito, infanga Violetta davanti a tutti.
Ecco, che il terzo atto si apre con un altro preludio, che, come possiamo sentire, riprende le note iniziali del primo preludio, poi confluisce nel tema della morte, che non viene più trasformato.

Violetta in punto di morte

Violetta morirà di tisi, di lì a poco, dopo aver incontrato Alfredo, che le giura grande amore, e dopo aver perdonato il padre di lui, Giorgio, che le chiede quel gesto.
Quel passato, così scomodo, diventa motivo di grande forza, di liberazione quando, in un’aria cantata Violetta dice addio al suo passato da cortigiana, ma dice addio anche al vero amore che le aveva regalato un sogno incredibile.
Nella mente di Verdi l’idea di questa nuova fatica prese corpo dopo aver visto a teatro, a Parigi, accompagnato dalla soprano Giuseppina Strepponi, il dramma “La signora delle camelie”. Era il febbraio del 1852.
Elaborò poi questo lavoro, tratto dall’opera di Dumas figlio, ricavandone un intenso melodramma, dal grande valore emotivo.
Il maestro scriveva con un fine, preciso, come venne riportato dai giornali dell’epoca. Il compositore disse infatti al presidente del teatro la Fenice, Marzari,

Ho volutamente cercato un soggetto pronto, certamente di sicuro effetto”

La sua fatica fu condivisa da Francesco Maria Piave, che ne scrisse il libretto nel novembre di quell’anno, per un compenso di ben 1.000 lire austriache.
Il lavoro che Giuseppe Verdi si era sobbarcato fu sicuramente enorme: scrisse l’opera in 40 giorni, da fine gennaio ai primi di marzo del 1853.

Giuseppe Verdi

“La Traviata” è un’opera popolare, come tutta la produzione verdiana, perché, tra tutti gli autori d’opera lirica, Verdi è sicuramente quello che mantiene più a fondo il legame con il mondo contadino, in cui onestà e sincerità guidano le giornate e scandiscono le ore.
Rispetto alle precedenti opere, “Il Trovatore” e “Rigoletto”, “La Traviata” faceva un salto, anzi, due salti in avanti.
In primo luogo, la storia narrata irrompeva nel presente, in un’epoca di benpensanti che mal digerivano la figura di Violetta, personaggio che si muoveva al limite della prostituzione, talmente sfacciata da permettersi uno scatto d’orgoglio. In secondo luogo, e per la prima volta, la figura femminile di riferimento si distingueva dalle tante eroine di cui la lirica è infarcita.
Fino a La Traviata, la passione era l’unico sentimento possibile nei personaggi femminili d’opera, Violetta, invece, agiva per sentimento.
Arrivando a questo, Verdi apriva a tutte le gradazioni intermedie che, al contrario della passione, il sentimento prevede.
In questo modo, sulla scena del teatro lirico irrompono personaggi femminili dotati di ratio e non solo di eros.
Nella psicologia del personaggio di Violetta si notano ampie zone d’ombra, ovvero ripensamenti, slittamenti continui che lo spettatore intuitivamente percepisce e che impara ad apprezzare, perché caratteristici della natura umana.
Violetta è anche il simbolo della dipendenza femminile dei suoi tempi, come figlia prima, come amante poi: tutto gira attorno a lei, a partire dallo straziante Preludio che Verdi compone, impressionato dallo studio dell’animo femminile.

Giuseppe Verdi “La traviata” – Preludio. Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, Direttore: Xian Zhang

Quel Preludio è esattamente sovrapponibile al mistero della donna madre, figlia, compagna e generatrice. Tutto l’universo maschile della Traviata deve confrontarsi con Violetta, un soggetto scabroso allora come oggi.
La Traviata è pure l’indipendenza che si scontra col potere delle convenzioni.
Quando Verdi la scrisse, la considerò un’opera profondamente attuale, com’è ancora oggi.
Anche un melodramma può essere occasione di riflessione sulla condizione femminile.
Il nostro maggior compositore lirico non era certo il tipo da perdere il sonno per la paura di dare scandalo, anzi, contravvenendo alle regole di opera, che prevedono in scena una certa perfezione estetica, vi aveva già posizionato un gobbo come Rigoletto.
Raccontare la storia di una prostituta non era un problema per lui, che non si curava delle possibili reazioni di pubblico e critica, anche se sapeva di dover fare i conti con la censura, così come ne era conscio Maria Lorenzo Piave, il suo librettista.
Per sfuggire alle grinfie di una possibile condanna, Piave fece dei rimaneggiamenti al libretto e retrodatò la messa in scena, ambientando “La Traviata” nel passato.

La copertina del libretto – editore Attilio Barion Sesto San Giovanni –
Milano 1926

Lo stratagemma fece tuttavia infuriare Verdi: l’opera doveva essere contemporanea, e il suo ordine non era negoziabile. Gli attori dovevano essere vestiti esattamente come gli spettatori, spezzando la divisione tra palco e platea e creando un riflesso diretto dei fatti narrati nell’opera sulla società di allora.
Perché, in scena, come Verdi stesso scrive nelle sue lettere, e senza troppi giri di parole, egli vuole una “escort”, e non vuole sorvolare sui dettagli della quotidianità, anche su quelli più abietti e meno nobili, anche su quelli legati al vile denaro.

La sua era una posizione non allineata alle regole operistiche di metà Ottocento, anche se non sarebbe però corretto dire che Traviata nasca per il gusto dello scandalo.
Dietro c’era ben altro: un realismo disarmante, ed una storia di cruda verità che anticipa il naturalismo di Zola.
“La Traviata” faceva rivivere la storia di una persona che, come si è detto, era realmente esistita, Marie Duplessis, cortigiana vissuta nella prima metà dell’800.
La sua vita, tanto breve quanto avvincente, fu tramandata alle generazioni successive da un libro, un dramma e poi dall’opera. verdiana.
La Duplessis, arrivata nella capitale francese con un passato difficile, si guadagnava da vivere come prostituta, e in poco tempo conquistò la città.

Ritratto di Marie Duplessis

A Parigi, infatti, il suo salotto era uno dei più influenti e di lei, una donna intelligente e fascinosa, si invaghirono artisti come Franz Liszt e Alexandre Dumas figlio.
Quest’ultimo era uno scrittore di denuncia, attento alla sofferenza dei deboli e degli emarginati, e contribuì con diversi scritti alla nascente presa di coscienza sulla indipendenza femminile.
Quando Marie, poco più che ventenne, morì di tisi, a lei dedicò un romanzo.
Dumas aveva due fonti a cui ispirarsi: la “Manon Lescau”, di Antoine François Prévost, e “Marion Delorme”, di Victor Hugo. Dalla sua penna nacque così Marguerite Gautier, la protagonista de La signora delle camelie.
Questa vicenda era anche molto simile a un fatto realmente avvenuto nella vita di Verdi e trasmesso nella sua corrispondenza.
Fulcro della vicenda era la relazione more uxorio del compositore con la soprano Giuseppina Strepponi, una vicenda che, ovviamente non mancava di riempire pensieri e bocche di chi non aveva meglio da fare che parlare della vita altrui. Lo stesso maestro, di suo pugno, scrisse a un parente, difendendo la donna e il suo totale diritto di risiedere, ed essere signora, nella sua casa vicino a Parma, senza curarsi delle inutili dicerie.
La Traviata, in sostanza, non era solo il dramma della donna, ma anche il dramma dell’individuo stritolato nelle convenzioni sociali, prigioniero dell’apparenza conformista.
In una delle lettere che arricchirono la corrispondenza di Verdi con casa Ricordi si legge:

“non indaghiamo sulle cause, la storia è così. Colpa mia o dei cantanti? […] Il tempo giudicherà”.

Ad un suo corrispondente da Genova rispose in questo modo:

La Traviata ha fatto un fiascone e – peggio – ne hanno riso. […] Eppure che vuoi […] Non son turbato. Ho torto io o hanno torto loro? Ma io credo che l’ultima parola sulla Traviata non sia quella di jeri sera, la rivedranno e vedremo”!

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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