Un uragano in un battito d’ali

Siamo interconnessi, legati nella sorte e inseparabili, nonostante la spinta di molti all’individualismo e il grido inneggiante a una libertà assoluta, svincolata dagli altri.
Che ci piaccia o no, siamo interdipendenti, ma siamo anche gravemente afflitti dalla presunzione di avere il diritto di dire ciò che più ci piace, di seguire l’imbonitore di turno, di credere alla realtà, che non esiste solo per come ci viene rappresentata.

Chiunque interviene su ogni argomento, complici i social, e lo fa senza possedere uno straccio di preparazione, seguendo questa o quella teoria messa in rete da chissà chi; va benissimo se si tratta di un parere su un colore di capelli alla moda, ma quando si tratta di questioni importanti, se non proprio vitali, dall’attuale crisi pandemica a tutte le sue implicazioni di natura sanitaria, sino alle sorti del pianeta, quali saranno e se sia un falso clamoroso che lo stravolgimento del clima stia segnando un punto di non ritorno, preferirei che si desse un valore diverso alle parole, e che invece di professare fedi da adepti senza costrutto, ci si affrancasse (e questa si sarebbe Libertà) dal bisogno di affermare la qualunque a ogni costo.

Abbiamo capito che un battito d’ali in un Paese lontano, può provocare un uragano anche a casa nostra; a nostre spese constatato che un virus, che si è scatenato in Cina, ha in breve tempo infettato un pianeta, e così via. Sappiamo dunque, o almeno dovremmo sapere, che il covid 19 non verrà sconfitto se non ci mettiamo in testa quanto siamo dipendenti gli uni dagli altri, da un continente all’altro, nessun angolo del pianeta escluso, legati allo stesso destino.

Nessuno si salva da solo (era anche il titolo di un noto romanzo della Mazzantini), facciamocene una ragione, non siamo soli in questa città, così come non lo siamo sulla Terra; se vogliamo sopravvivere dobbiamo inevitabilmente tenere conto dell’altro, se non vogliamo farlo per empatia o altruismo, facciamolo almeno per egoismo e per un sano istinto di sopravvivenza.
Per uscire da questa grave emergenza non basta pensare per sé, ma si deve pensare per tutti, non esclusi i Paesi più poveri, dove latitano cure e vaccini, e il virus muta e, se muta ancora, la farfalla batterà nuovamente le ali e scatenerà un altro uragano; niente di più facile in un mondo globalizzato, dove le distanze sono proprio a portata di un battito d’ali.

Sarebbe tempo di uscire da un individualismo sconfinato, per entrare nei confini di una libertà che non può che presupporre un dovere verso gli altri.

L’unica vera libertà possibile passa per il diritto alla Vita di ognuno, dentro un unico grande organismo vivente: siamo parte dell’intero pianeta. Eppure troppi non percepiscono questa interconnessione, non hanno un approccio umile nei confronti del sapere, e finiscono per professare dei credo sin troppo facili, alla portata di un click, per cadere nelle semplificazioni banali dei problemi complessi.
Pensano che queste loro convinzioni siano il giusto esercizio della propria libertà, ma quando esse si traducono in azioni le cui conseguenze ricadono sulla collettività, non c’è libertà che tenga. Allora il problema sta nel senso di responsabilità, nel percepire, a fondamento di ogni convinzione e azione conseguente, questo legame che ci tiene uniti e subordinati ciascuno all’agire altrui.

La Libertà si deve fondare sulla conoscenza, sull’approfondimento e lo studio, sulle informazioni che devono provenire da fonti autorevoli e non da fake-news della qualunque; per interpretare le informazioni occorre preparazione: dove c’è presunzione di un sapere facile e a buon mercato sarà difficile la tutela e l’esercizio dei diritti umani.
Rischiamo di perdere ogni facoltà logica e raziocinante, ogni volta che non ascolteremo perché convinti di avere già capito tutto, sempre più impegnati a urlare le nostre ragioni per soverchiare chi della ragione fa un uso attento, “ragionato” appunto, seguendo un percorso che fonda su una tesi di partenza che va poi dimostrata e supportata con l’attendibilità delle fonti.

Ascoltiamo chi è titolato a parlare, facciamo della nostra ignoranza virtù, e della nostra umiltà nell’approccio alla realtà la nostra capacità di imparare.

Se esistono i ciarlatani è perché esiste l’arroganza inconsapevole di una ignoranza diffusa, che poi è sempre quella che si veste di presunzione e niente altro.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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