Il Quattrocento vivo de “La confraternita degli assassini”

Una delle cose che più mi allarmano nella vita è l’uscita di un libro scritto da un amico.
La parte di me che si allarma, ad essere precisi, in realtà non è quella di un professionista che per mestiere si occupa di libri, piuttosto quella del lettore assiduo che è in lui, famelico come un piranha, ma vittima ormai di un suo gusto consolidato e dei mezzi critici di cui si è dotato nel corso della vita, sia personale che professionale.
Il lettore forte, in età adulta non si contenta più, infatti, di una trama che regga, di personaggi simpatici o di ripetuti colpi di scena, spesso anche intuibili.

Questo perchè, disgraziatamente, da tempo ha perso la brama ingenua del bambino lettore, del consumatore seriale di avventure, l’onnivoro per eccellenza: ad una certa età si perde l’innocenza nel leggere e, fatalmente quanto naturalmente, ci si misura con esigenze più complesse.
Che si voglia o no, affrontare un libro in età matura ci porta ad una doppia lettura, fatta contemporaneamente: quella materiale, fisica, della decifrazione dei contenuti, e quella critica, dalla quale non si riesce più a prescindere.
Figurarsi quanta può essere l’apprensione di un lettore forte quando un amico gli propone in lettura una sua opera. Intanto ci si accerta, cautamente, non si sa mai, che, senza alcun preavviso o segno premonitore, non abbia scritto una raccolta di poesie, perché da che mondo è mondo il fenomeno del fare versi è più contagioso della variante Delta..
Non sempre sono operazioni riuscite e quindi sappiamo da tempo che in ogni cespuglio può nascondersi la minaccia di un cattivo poeta, e quando hai a che fare con quella, non c’è mascherina che ti possa difendere.
Nel caso, invece, che ti proponga la lettura di un suo saggio, si spera ardentemente che l’amico non abbia devastato il bene prezioso del proprio tempo, producendo qualcosa di mastodontico e insensato, che so, magari un lavoro che abbia per oggetto quante volte e in quali punti di ogni capitolo, la vocale I figuri nelle pagine della “Recherche” di Proust.
E se invece, cosa più rara a trovarsi, gli fosse venuto fuori un romanzo?
Anche in quel caso nell’animo del lettore impera una certa cautela ansiosa.
Si ha paura, una paura quasi fisica, anche in questo caso, che l’amico possa aver scritto qualcosa di banale, di inutile o peggio, e si avverte subito un acuto ritegno, un imbarazzo doloroso: metti che, nonostante questo mio amico X sia una persona intelligente, sensibile e di una certa cultura, gli sia venuta fuori una cazzata? Che fare? Dirgli il tuo parere senza filtri o abbandonarsi al conforto di una bugia ben costruità?
E’ un dilemma impegnativo che a volte richiede mesi di rimpiattino per sciogliersi.
Il solo fatto, però, che abbia scritto un romanzo, che abbia inventato cioè una storia, che ne abbia avuto l’intenzione e la forza, già costituisce una rassicurazione, e allora bisognerà cominciare a vedere il bicchiere mezzo pieno.
E, una volta riconfortato, ma come, in ogni caso, per via dell’amicizia avresti fatto, cominci a leggere.

La storia di un romanzo inizia sempre prima che venga scritto.
A volte molto prima.
Un buon numero di cose contribuiscono alla sua nascita, alcune imprevedibili, altre più costanti. La prima tra tutte è la voglia di provarcisi, a scriverlo: è un ghiribizzo, questo, molto serio, che certamente non visita chiunque.
Occorre, infatti una sensibilità particolare per concepire un desiderio del genere, e questa sensibilità è la dotazione di partenza, il requisito di base perché ci cresca dentro questa inconsueta spinta.
Bisogna anche averla nutrita per molti anni, questa dote, averla rimpolpata con molte letture, capaci nel tempo di favorire il formarsi di un gusto letterario personale e dei mezzi tecnici per esprimere una stile.
Per quanto tocchi alla scuola insegnarci a scrivere correttamente, nulla infatti può sostituire il ruolo di un ricco bagaglio culturale nell’affinarsi di questa capacità.
Oltre alle doti appena ricordate, per imbarcarsi nella scrittura di un romanzo ci vogliono anche, ed in buona misura, anche doti caratteriali, come la costanza e la pazienza.
Scrivere, lo diceva sempre il mio amato amico Antonio Pennacchi, perso purtroppo di recente, è un mestiere: in certi casi fortunati, come, ad esempio il suo, anche un dovere.
E’ qualcosa, insomma, fatto non solo di ispirazione, ma soprattutto di fatica e di cesello.
E’ lavoro anche fisico, lasciava intuire Antonio, un lavoro che si accetta di fare, o a cui si è destinati, e non deve sgomentarci la sua mole.
E infatti lui, mai soddisfatto, continuava a ritoccare e rifilare i suoi libri, come un artigiano, facendolo perfino con quelli già pubblicati, costringendo così gli editori a nuove edizioni, rivedute.

Antonio Pennacchi

Tutti i fattori menzionati restano difficili da combinare in una sola persona, perché, come dicevo all’inizio, la voglia di scrivere un romanzo è comunque un ghiribizzo molto serio ed il riuscirci è un’impresa.
Questa difficoltà, chiunque può capirne le ragioni, aumenta in modo esponenziale nel caso di un romanzo scritto a quattro mani, perché in questo caso, poco frequente, i requisiti finora rammentati, non solo vanno moltiplicati per due, ma le rispettive doti ed il backgroud acquisito da ciascuno dei due autori deve trovare il modo di coesistere pacificamente e felicemente con quello dell’altro.
Due ego, e Dio solo sa in tempi di sfrenata egolalia quanto questo sia difficile, vanno smussati nella ricerca e nella costruzione di un metodo di lavoro efficace, capace di sintetizzare le intenzioni ed i talenti dei due scrittori, di metterli efficacemente al servizio di un’opera comune.
Una tale combinazione è così rara che di fronte allo sterminato numero di libri che sono stati pubblicati nel tempo, sono assai scarse le opere scritte a quattro mani, tanto che alcuni dei loro autori sono restati paradigmatici di questo genere di letteratura.
Si ricorda in Francia il caso dei fratelli Edmond e Jules de Goncourt, o negli Usa quello degli scrittori noir Stephen King e Peter Straub. In Italia è poco noto, ma a suo tempo venne apprezzato dalla critica un libro scritto durante la seconda guerra mondiale dai fratelli piemontesi Erlizzo, “Il regalo del madragno”, una corposa saga familiare, ristampata poi da piccole case editrici sempre diverse.

Fruttero e Lucentini

Non ha bisogno di presentazioni, invece, la coppia più famosa di scrittori a quattro mani, quella che tutti ricordano, Fruttero e Lucentini; più recentemente vi si sono provati Loriano Macchiavelli con Francesco Guccini e Andrea Camilleri con Carlo Lucarelli.
Sembrerebbe quindi da molti dei casi appena ricordati, che il giallo, forse a causa della sua struttura, sia il genere che più si è prestato in Italia a questi esperimenti letterari di coppia.
Ad aumentare il peso dell’insolito nel libro che proponiamo oggi alla vostra lettura, “La confraternita degli assassini”, edito dalla Newton Compton e scritto da due miei amici, c’è anche una particolare curiosità: uno dei due autori è stato professore di liceo dell’altro.
E’ evidente quindi, che la resa scolastica dell’ex alunno Bruno Di Marco deve essere parsa confortante al suo docente di matematica, Marcello Ciccarelli, se i rapporti tra loro si sono mantenuti cordiali nel tempo, divenendo in seguito più stretti, e se ora addirittura si sono cementati, nel nome di una difficile impresa comune.

Marcello Ciccarelli

Non mancavano del resto, in ciascuno dei due, solide basi di partenza.
Marcello Ciccarelli è un intellettuale molto attivo nel campo della politica e della cultura: personalmente ho molta nostalgia dell’epoca in cui presiedeva il Consorzio per i Servizi Culturali, della città in cui vivo, un organismo che negli anni Ottanta/Novanta, incrementò moltissimo l’offerta di cultura.
Chi, come me, ha qualche annetto in più ad appesantirgli il groppone, non può aver dimenticato, ad esempio, gli incontri organizzati da quella istituzione con il gotha degli storici europei, quelli francesi di “Annales”, Jacques Le Goff e Georges Duby.
Matematico appassionato, è stato come si è detto, docente di liceo, presidente di una sezione di Mathesis, e collaboratore universitario della Sapienza di Roma.
Anche Bruno Di Marco è un caro amico, ma nel suo caso, da tempo ero al corrente di una vocazione a scrivere, già sfociata in due precedenti libri.
Brillante architetto, si è gettato da anni, e con rara passione nell’avventura dell’insegnamento della Storia dell’Arte, materia che ama e conosce a fondo.
Gran disegnatore, dal tratto sicuro e riconoscibile, si è fatto conoscere anche per aver portato le cronache del suo mestiere di docente in una fortunata serie autoironica di strips, “Profs”, che abbiamo il piacere di ospitare nella nostra rivista.

Una striscia di Bruno Di Marco, BdM

Solo da poco sono venuto a sapere che i due da anni portavano avanti silenziosamente questo progetto comune di scrittura.
Ora che ho letto il risultato di questo lungo lavoro, mi sento decisamente sollevato, affrancato dall’imbarazzo amicale al quale accennavo all’inizio.
Grazie a Dio, riguardo a “La confraternita degli assassini”, non ho alcun bisogno né di tirar fuori penosamente delle verità dure ad ingoiarsi, nè di ricorrere a diplomatiche menzogne: il romanzo di questi due scrittori, infatti, è davvero un bel libro.
Posso affermarlo senza la minima incursione dell’amicizia nel valutarne lo spessore, posso dirlo, semmai, tenendo ben presente, in primo luogo, il mio sguardo da lettore.
Un libro è fatto per essere letto, infatti, questo è il suo fine, ed è questa la dura sfida posta sempre dallo scrivere: troppe delle opere che vengono pubblicate in Italia non vengono, infatti, lette.
Tentare il romanzo storico, oltretutto, costituisce un azzardo che solo una motivazione molto forte può giustificare, l’urgenza cioè di raccontare una storia, ricreando un mondo in apparenza lontano da noi, rendendolo vicino nella percezione.
La sfida di farsi leggere, per un opera di questo tipo, è davvero ardua, perché quello del romanzo storico, al contrario dei libri a quattro mani, è diventato un genere molto, forse troppo affollato.
Fortunatissimo nell’Ottocento e nel primo Novecento è stato riportato in auge nei primissimi anni Ottanta dello scorso secolo da Umberto Eco e dal suo “Il nome della rosa”.
Successivamente, come spesso avviene, l’editoria si è buttata su quelle tracce, trattando piuttosto male il genere, proponendolo come puro prodotto industriale, fino a che in tempi recenti la sua produzione si è avvicinata più alle sceneggiature dei serial in costume che alla letteratura.
Di cosiddetti romanzi storici se ne pubblicano a getto continuo, sperando nella forza delle trame e nella risposta di un pubblico di consumatori semitelevisivi.
Nulla da obiettare, comunque: tutto va bene finché si legge, considerando soprattutto il magro mercato editoriale italiano.
Questo ingombro di sottoprodotti a sfondo storico ha il suo contraltare in poche opere di spessore, che tuttavia rischiano di confondersi con essi finchè restano ad infoltire le vetrine delle librerie.
A conti fatti, “La confraternita degli assassini” va letto proprio perché si colloca di diritto nella fascia nobile del romanzo storico, anche se le comprensibili esigenze di marketing della Newton Compton, lo propongono più come un thriller, tanto che, al fine di garantirgli più possibilità commerciali, la casa editrice ha preferito cambiare anche il titolo originale del libro, che era “Il maestro d’abaco”.
Se, come spero, lo leggerete, come capita coi migliori libri di questo genere, entrerete in un convincente 1400, e vi entrerete subito, fin dalla prima riga del romanzo, accompagnando quello che sarà uno dei maggiori protagonisti della storia, il sapientissimo matematico siriano Isidoro, mentre viaggia in carrozza diretto verso Roma.

Roma nel 1400

E’ in fuga da Damasco e, arrivato in Italia, dopo un primo soggiorno nell’Abbazia di Farfa, sta per approdare nella Città Eterna chiamatovi dal Cardinale Colonna per via della sua abilità ed esperienza di crittografo.
Non ha portato con se dei libri, viaggia con sua figlia Nour, bambina di sette anni, da lui istruita sfruttando la sua straordinaria intelligenza e la sua ancor più straordinaria memoria: è lei la sua biblioteca, lei che ricorda, parola per parola, il contenuto di volumi preziosissimi.
Nour custodisce la scienza della Casa della Sapienza di Bagdad, tiene a mente le opere dei grandi matematici arabi e, soprattutto, porta con sè il segreto dei quattro punti armonici, quello, cioè, della prospettiva.
Isidoro e Nour, che seguirete nel suo progressivo sbocciare da bambina a donna, saranno le chiavi del vostro ambientarvi senza fatica nel travagliato mondo del Quattrocento, secolo in cui all’interno della Chiesa si combatteva un sotterraneo conflitto per stabilire la supremazia tra il Papa ed i vescovi; il secolo dei capitani di ventura, maestri d’armi, quello in cui alla pressione ottomana ancora andava contrapponendosi Costantinopoli.
Ma il violento e travagliato Quattrocento italiano era anche il tempo delle corti e delle arti, quello in cui pittori, scultori e architetti arricchivano in misura inimmaginabile le città delle signorie con opere d’arte e monumenti che sfidavano quelli del passato in magnificenza, armonia e imponenza.
Le vicende di Isidoro e di Nour, che sarà bene non rivelare in questa sede, non vi lasceranno scampo: la qualità della scrittura, forte e coesa tanto da farci meravigliare del fatto che sia il parto di due distinti autori, vi terrà attaccati alla trama fino all’ultimo rigo.
Vivrete un’esperienza di totale immersione e di immedesimazione con gli eroi del romanzo, gente di cultura e d’arte che si troverà ad affrontare i letali strali di un fanatismo religioso che si organizza in società segrete, teso, per soddisfare le proprie brame di potere o a mantenere lo statu quo, a combattere ogni possibile progresso umano
Isidoro, a cui Nour viene strappata e tenuta prigioniera per anni, in quanto sapiente in molte scienze, sarà quindi vittima ideale dello stantio rigore di frange della Chiesa che oggi definiremmo integraliste.
Nella sorprendente coesione stilistica del libro, l’unico segno del lavoro di due diversi scrittori, lo si trova nel fatto che la trama del romanzo, oltre che i personaggi che vanno ad animarla, vede in azione altri due protagonisti non apertamente dichiarati, ma ben rintracciabili.
Sono protagonisti immateriali, quelli cioè che provengono dagli ambiti culturali frequentati rispettivamente da Marcello Ciccarelli e da Bruno Di Marco: la Matematica, da un lato, con le sue leggi, e la Storia dell’Arte e dei suoi grandi dall’altro, che, come nel caso saliente della “perspectiva”, proprio quelle leggi cominciano ad applicare ai loro capolavori.
Gli autori, insomma, hanno concepito l’architettura del libro poggiandola sui temi cardine delle loro singole competenze, affollandone le vicende con figure da essi ben conosciute e amate, personaggi eternati dalla Storia che entrano con grande naturalezza nel percorso di Isidoro e di Nour, arricchendolo di suggestioni.
Vivrete le lotte intestine alla Chiesa tra il susseguirsi di papi e il gioco di potenti cardinali, incrociando nel corso della trama, alcuni personaggi ambigui ben inseriti nei complotti tessuti da un gruppo di fanatici assassini, all’opera per mantenere intatto il loro potere, non disdegnando, a questo fine, di servirsi dei peggiori crimini.
Vi appassionerete a questa storia, anche perché attraverso diversi cambi di scena, vi porterà più volte a Farfa, a Roma, a Firenze ed a Urbino, permettendovi di ambientarvi in città diverse e molto ben rese, luoghi pulsanti e affascinanti nella loro verosimilissima dimensione quattrocentesca.
Ma sarete anche inondati dalla teorie sul bello, illuminati dalla percezione stessa della bellezza e di come sia possibile raggiungerla, e lo farete per il tramite di alcuni suoi insigni e indimenticabili servitori.
Vi imbatterete infatti in Filippo Brunelleschi, piccolo e geniale, svelto d’azione ma umano, una delle figure più vive del romanzo, mentre è impegnato nella titanica impresa della costruzione della cupola di Santa Maria Novella a Firenze, che vuole realizzare, a suo rischio, in base a concetti architettonici del tutto rivoluzionari.

Vedrete all’opera lo schivissimo e taciturno Masaccio, preoccupato solo della sua arte e combattuto per fattori ideologici dalla parte più retriva della Chiesa, e sarete con lui e con Nour mentre dipinge opere il cui realismo prospettico appare eretico per la straordinarietà divina del risultato.
Conoscerete anche Leon Battista Alberti, intelligente e di tratto fine, ma nelle vesti poco conosciute di armigero e di fine diplomatico.
Non ultimi, entreranno in scena il grande Piero della Francesca e il giovanissimo Laurana, futuro artefice della “Città ideale” presso la corte urbinate di Federico da Montefeltro.

La “Flagellazione” di Piero della Francesca

Il valore di una lettura come questa, che, ne sono certo, farete di getto, sta anche nel fatto che non avvertirete mai il peso effettivo della sua catalogazione ufficiale come genere.
Vivrete il Quattrocento con naturalezza, senza sentirvi imbrigliati nelle maglie strette di un serissimo romanzo storico, e vi sarà possibile proprio perché “La confraternita degli assassini” è un romanzo storico serio, ben costruito e ben scritto.
Immedesimati perfettamente nei panni dei protagonisti, e introdotti senza sforzo nella loro dimensione temporale, non avrete mai il benchè minimo sospetto di quanto debbano essere state gravose le ricerche storiche fatte dagli autori per ricostruirla, per recuperare l’aspetto quattrocentesco di Roma, di Firenze, di Urbino, delle loro vie, delle piazze, delle chiese e delle rocche e i mille fatti grandi e piccoli che vi furono vissuti.In questa costruzione, importante ma snella, sta lo sbocco felice delle molte competenze dei due autori, quella delle teorie del calcolo e dell’architettura, della storia dell’arte e della ricerca storica in generale.
Sono queste le passioni che, diventate contenuto, si sono riversate tutte in un’altra, quella cioè per la letteratura, facendo da levatrici a “La confraternita degli assassini”.

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.

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