Il rompighiaccio, ovvero “la missione di scrivere”

Troppe volte non sappiamo cosa fare di un grido, non sappiamo trascriverlo e neanche vorremmo che quel grido fosse il lancinante dolore che ci trapassa l’anima; troppe volte qualcuno grida in silenzio, e non esiste trascrizione se non esiste ascolto, perché il silenzio parla davvero a pochi, a volte nessuno che ascolti.
Uno scrittore è innanzi tutto uomo capace di ascolto, ha in sé l’umiltà di colui che si nutre di dubbi e che, in cerca di risposte, vuole tradurre anche quel grido, e di quel grido ha fatto parole e pagine, ha acceso una luce dove era tutto un biancore, ha segnato di inchiostro, perché non fosse soltanto silenzio; egli si è opposto solitario, perché quel tratto potesse farsi parola e luce.
Subito dopo però, lo scrittore torna di nuovo a essere solo, dinanzi a tutto quel biancore di pagine vuote, e deve riprendere a farsi spazio a fatica, col tratto suo: egli è un rompighiaccio che attraversa il mare, eppure il mare sempre torna a richiudersi dietro di lui e lo separa ancora, lo priva, e ancora lo lascia solo.

L’ immagine del rompighiaccio è, per me, metafora del gesto di scrivere.
Ciascuno ha la sua ancora di salvezza, il suo appiglio, la sua ragione d’essere, e in tempi grigi portare un segno, rompere un silenzio agghiacciante, sovrastare il rumore del Nulla, per riuscire a dare una voce alla nostra umanità, è un tratto difficile, quanto mai necessario, da imprimere, se davvero vogliamo aprire un varco.

Albert Camus, nel suo discorso di accettazione del Nobel, ha espresso meravigliosamente questa visione della missione di scrivere:

“La missione dello scrittore è fatta a un tempo di difficili doveri; per definizione, non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono. O, in caso contrario, lo scrittore si ritrova solo e privo della sua arte. Tutti gli eserciti della tirannia con i loro milioni di uomini non lo strapperanno alla solitudine anche e soprattutto se si adatterà a tenere il loro passo. Ma il silenzio di un prigioniero sconosciuto ed umiliato all’altro capo del mondo sarà sufficiente a trarre lo scrittore dal suo esilio, ogni volta, almeno, che arriverà, pur nei privilegi della libertà, a non dimenticare questo silenzio e a divulgarlo con i mezzi dell’arte.”

Non si può servire l’arte e la tirannia, un concetto forte che non ammette eccezioni: l’Arte persegue la Bellezza, dunque come potrebbe asservirsi alla tirannia, che è esattamente il suo opposto?
Il desidero di giustizia, di eguaglianza e di libertà, sono essi stessi Bellezza, la fratellanza che unisce la famiglia umana è Bellezza e lo scrittore (artista) vive sospeso tra gli uomini e la Bellezza; egli non può e non vuole rinunciare alla sua diversità, sceglie di restare in questa sospensione, anche se ciò gli costa sofferenza, e perciò, a fatica, si apre un varco nel biancore; la superficie stride per attrito, e alla fine cede, diventa solco, tratto, linea che, sul foglio bianco, si fa parola, e il “rompighiaccio scrittore” procede a segnare la strada, che ricongiunge gli uomini agli uomini, alla commovente Bellezza, e parla con la voce loro.  


La scrittura permette di rapportarsi agli uomini, racconta loro di sofferenze e gioie, li riconosce perché si riconoscano, li sottrae alla tenebra e all’incomprensione; per fare ciò lo scrittore deve stare tra gli uomini, se pure si colloca a metà strada tra essi e la Bellezza, egli non può rifiutare la famiglia umana, vi appartiene: la sua missione è di abbattere muri.

L’artista non disprezza nulla e nulla giudica, si sforza piuttosto di comprendere, di trarre dal mare del silenzio quella voce, e di seminare parole.

disegno di Pawel Kuczynski

Il mestiere di scrivere rende soli nella propria arte, ma totalmente aperti agli uomini. Questo concetto è a tal punto importante che persino John Fitzgerald Kennedy, Presidente degli Stati Uniti, e uomo di grande potere, lo definì con parole precise, rivolte prettamente alla funzione della scrittura, nell’arte della Poesia.

“Quando il potere porta l’uomo verso l’arroganza, la poesia gli ricorda i suoi limiti. Quando il potere restringe la sfera di interesse dell’uomo, la poesia gli ricorda la ricchezza e la diversità dell’esistenza. Quando il potere corrompe, la poesia rigenera.”

disegno di Pawel Kuczynski

Ma potremmo citare una infinità di esempi e di ragioni per cui questa bellezza, di cui l’arte è investita, è esattamente ciò che può riscattare l’intera umanità e renderla libera.
La scrittrice e filosofa Simon Weil ne parla anch’essa:

“C’è qualcos’altro che ha il potere di svegliarci alla verità. È il lavoro degli scrittori di genio. Essi ci danno, sotto forma di finzione, qualcosa di equivalente all’attuale densità del reale, quella densità che la vita ci offre ogni giorno ma che siamo incapaci di afferrare perché ci stiamo divertendo con delle bugie.”

Se si possiede libertà interiore si può trovare la strada della verità; è quando gli uomini tacciono che l’Arte riesce a parlare con altre voci, la letteratura cerca altre vie per arrivare a loro, per condurre loro la Bellezza, per salvarli e non condannarli a una vuota esistenza.

disegno di Pawel kuczymski

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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