Gli attivi ozi di Tarallo a Putalibazar

Dopo che si fu spenta l’eco dei saluti della compagnia dello Scassabus in partenza per l’Himalaya, quello dei “negher” in gita e quello dei muggiti del più perplesso tra i partecipanti, Marzio Taruffi, Tarallo realizzò in un lampo di essere solo in un posto non propriamente vicino casa, e precisamente a Putalibazar, ovverossia in Syanja, una provincia periferica del Nepal.
In teoria, e per dovere, avrebbe dovuto riprendere la via del Palazzo e proseguire l’intervista con Spampalon, ma data l’antipatia, davvero da Guinness dei primati, dell’imprenditore, preferì bamboleggiarsi ancora un po’, girellando per le vie della città.

Per quanto Lallo fosse molto curioso dei posti, dei negozi di cianfrusaglie e di frutta, così esotici rispetto ai nostri, curioso della gente e degli odori indefinibili e misteriosi che gli venivano incontro, si rese conto che l’interesse dei locali nei suoi confronti era incredibilmente più forte della sua curiosità, e si spingeva senza vergogna fino ad atti impensabili nell’emisfero occidentale.
Alcune vecchie signore arrivavano a toccarlo, come ad accertarsi che quello strano marchingegno umano fosse reale, tizi sfaccendati, un po’ come quelli che da noi guardano i cantieri aperti, lo fissavano insistentemente, come davanti ad una creatura aliena, magari aspettandosi che di colpo si mettesse a saltare e ruggire, mentre un paio di poliziotti, perfetti nella loro uniforme bianca col cappellone da marina, lo tenevano d’occhio, diffidenti.
Quelle che però lo mettevano più a disagio, facendolo vergognare come se avesse votato per Renzi, erano le ragazze giovani che incontrava per la strada, per lo più molto carine, che si davano di gomito incrociandolo, e gli sorridevano, ridendo tra loro, allusive.
Dinanzi a quegli incarnati bruno dorati, dalle gote di mela matura e a quei sorrisi di sole, non si era mai sentito così oscenamente pallido, biancastro e nervoso.

Eppure quelle giovinette parevano apprezzarlo palesemente, e senza alcun vezzo seduttivo.
Una di esse, che stava comprando dei frutti che parevano bitorzolute granate da guerra, gli scoccò un bacio a distanza e si aprì in un meraviglioso sorriso.
Con le orecchie d’un rosso scuro, roventi sino al punto di fondersi, Tarallo decise di riparare in albergo.
Già sul piazzale dello Yak Festante, tra l’andirivieni di persone senza meta, venne investito da note conosciute, ma archiviate da tempo nel museo della memoria musicale:

“Non pensare a me,
Continua pure la tua strada senza mai pensare a meee.
Tanto, cosa vuoi, c’è stata solo una parentesi fra noiii.
Forse piangerò ma in qualche modo, bene o male, tu vedrai, mi arrangerò
Anche se mai più sarò felice come quando c’eri tu.
La vita continueràààà, il mondo non si fermerààà.
Noooon pensare a meee,Il sole non
si spegnerà con teeeee….”

Lallo tirò fuori l’ennesimo pezzo di stupore dalla sua vasta scorta: decisamente, quella di Claudio Villa era una vera fissazione in quel posto così lontano da Roma e dagli stornellatori, roba da non credere!
Una volta tornato nella stanza, spense il televisore sull’ennesimo acuto del cantante romano e provò a collegarsi con Consuelo.
Dopo un tremolìo poco rassicurante, sullo schermo del suo portatile comparve, assolutamente inaspettata, l’imagine solenne di una processione: in un noto santuario un fiume di fedeli marciava salmodiando in attesa di miracoli.
Tarallo non fece neppure in tempo a chiudere la bocca, che gli si era spalancata per la sorpresa, che gli apparve il volto, di ultraterrena bellezza, della sua Consuelo, risultato miracoloso della buona vena di cromosomi ottimisti e in piena forma.
“Ma..ma.. sei a XXX??” riuscì a belare Lallo, ancora sotto shock.
“Ma sì amore mio, i capoccioni di una rivista trendy mi hanno affidato un reportage fotografico su questo santuario e su alcuni pretesi miracoli che vi si sono registrati..”
“Ma di che roba parliamo?”
chiese il giornalista, subito incuriosito.
“Beh, a stringere c’è stato solo il caso di Zelmira Tireminnanz una friulana, vecchia decrepita, arrivata qui con gli arti inferiori immobilizzati da gravi deformazioni agli alluci: pare che messa al cospetto di un immagine di San Proto (lo ricordi?) abbia perso di botto diversi decenni, che gli sono scivolati via dal groppone, ringiovanendola esageratamente.

Zelmira Tireminnanz prima e dopo il miracolo

Dicono che si sia alzata di scatto ballando, più agile della Fracci buonanima, che abbia messo la sua carrozzella sotto il sedere del marito, a cui la sorpresa aveva piegato le gambe facendogli saltare la dentiera, e che sia sparita saltando sui talloni insieme a Foster Zuccalà, un ballerino di tip tap albino che chiedeva al santo di scurirlo un po’.
Ora Zelmira, novantacinque anni dichiarati, sembra la sosia della attrice del “Tempo delle mele” e ha già firmato un contratto per girare il sequel del film “Cuore”, tratto dal libro di De Amicis: sarà una torbida maestrina dalla penna rossa, sogno proibito del giovane Bottini, onanista dai ritmi olimpici, del frustratissimo maestro Perboni e del Direttore della scuola, un personaggio superipocrita erotomane.
Che ne dici: è o non è una storia da documentare?”

“Bah.. – osservò Tarallo perplesso – è il tipo di cosa che piacerebbe a Frangiflutti: il tocco metafisico che fa sognare i deboli e i bisognosi, li tiene al loro posto, levandogli pericolose ubbie di rivendicazioni sociali e, tra l’altro, incrementa il business dei pellegrinaggi! Temo che Zelmira, la bella novantenne, abbia da subito mentito sulla sua età…”

Consuelo e Lallo Tarallo

“Probabilissimo – sorrise radiosa Consuelo – e tu come sei messo? Che si dice in Oriente?”.
Lallo in poche battute riassunse la situazione che si era venuta a creare con l’odioso Spampalon e si sbrigliò lirico nel raccontare le sbandate sentimentali di Taruffi. Poi i due innamorati si salutarono e Tarallo lasciò riemergere il senso del dovere, prendendo la via del palazzo del tiranno.

Per un certo numero di giorni si dedicò controvoglia all’intervista, permettendo all’industrialone di far emergere con lapalissiana evidenza tutte le sfumature di un carattere tanto schifoso ed orripilante da poter essere interamente buttato al mare senza rimpianti: nulla infatti poteva essere salvato in quel magma di odiosità che rispondeva al nome di Ermenegildo Spampalon.
Il povero Lallo, ingoiate un paio di pillole di “Staitranquillin”, si era sorbito l’intera storia del primo chicco di riso, il padre di tutte le coltivazioni, alla cui qualità, con una certa dose di sboccatezza, l’intraprendente connazionale aveva dato dapprima il nome di “riso mòna” , mutandolo poi in “monàda”.
Quel chicco, tutto consunto e annerito, era ora esposto in una teca di vetro in cima ad una colonnina poggiata in un angolo del salone dei ricevimenti, venerato proprio come il primo, mitico, cent di Paperon dè Paperoni.

Di tanto in tanto, tra una vanteria e l’altra, Spampalon premeva un campanello, facendo accorrere, trafelato, Babatunde, il camerunense, unico degli uomini di colore trattenuto a Palazzo.
Quindi, dopo averlo chiamato, al suo solo comparire, il despota gli ringhiava in faccia:

“Cossa ti vol, bruto negher? Fora dae bale, sparissi, sciò, sciò!!”

E quello, poveretto, si smaterializzava all’istante.

“Tanto perchè no’ se perda l’alenamento…”, diceva subito dopo a Tarallo, strizzando l’occhio in cerca di un’approvazione che non arrivava.

Notizie dei gitanti himalayani non ne arrivavano, mentre i giorni passavano, infittendo gli appunti nel quaderno di Lallo e completando così il quadro di una personalità che nel confronto avrebbe riabilitato pure quella del “Mostro di Rostov”.

Ermenegildo Spampalon

Poi una mattina, mentre Claudio Villa dalla tivvù forzava le tonsille in acuti che duravano una mezz’ora, Tarallo, che aveva appena affrontato e sconfitto la consueta colazione a base di cotolette di Yak, di biscotti a forma di yak e di marmellata di latte di yak, sentì improvviso il lamento cigoloso dei ben conosciuti freni dello Scassabus: Marzio era tornato!
Da quel ferrovecchio ambulante scesero solo tre persone: Ganesh, l’autista, Hari lo sherpa canterino, ed un Taruffi più scuro, coriaceo ed olezzante che mai, tanto che alcune piante, più delicate di altre, non ne ressero l’urto aromatico, preferendo appassire.

“Oilà Marzione, come è andata? Ti sei divertito? Ne avrai da raccontare! Hai visto cose uniche, no?”

Marzio Taruffi appena sceso dallo Scassabus

Taruffi, senza troppo scomporsi, con anzi l’aria distaccata di chi torna da una partita di una serie minore e ne fornisce un resoconto sintetico, disse:
“Mmm.. sì, sì, sono posti carini, piuttosto altini. Anche freschi, direi: tutti quei signori africani vestiti leggeri, hanno preferito rinunciare alle escursioni in montagna accendendo qualche sedile del bus per fare un po’ di calduccio.
Io invece sono andato su per il campo base dell’Everest, affondando nella neve, con quello sherpa fissato con gli anni Sessanta , Hari, che cantava “Con le pinne, fucile ed occhiali”…
Sì, era tutto piuttosto decorativo, natalizio forse, ma niente di che in fondo.
Poi, ad un certo punto, da lontano è sbucato un tizio alto e grosso, piuttosto peloso, che aveva un’aria familiare: a dirla tutta somigliava un po’ a mio cugino Astor.
Avvicinandosi, ‘sto tizio dice qualcosa, boh, una cosa tipo: “AAARrgghhh”, insomma parlando in una lingua che non conoscevo.

Allora ho alzato un braccio per salutarlo, ma quello di colpo si è comportato come se lo avesse investito un ciclone: ha strillato come una belva colpita a morte, si è voltato e ha cominciato a correre come il vento, ed è sparito. Mah, che dire: certa gente non sa proprio comportarsi..”, concluse Taruffi.


Ganesh allora, mentre Marzio recuperava il suo bagaglio, prese Lallo per un braccio, tirandolo da una parte e assumendo un’aria complice.
Poi, con gli occhi spalancati, disse:

“Suo amico Taruffo non fa comprendimento di cosa straordinariesca che gli fece capitazione: lui ha fatto rarissimissimo incontramento con Yeti, ma Yeti ha fatto terrorizzamento di lui e di sua grossa grossa puzzolosità, così Yeti, spaventatamente ha detto molte strillazioni e ha fatto fuggizione velocissima con tornamento nei suoi boschi”.

“Cavolo Marzio – a Tarallo sfuggì un fischio di assoluto stupore – hai messo in fuga lo Yeti!!”

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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