Ipotesi di fuga per Tarallo e Taruffi

Il giorno successivo, nella cameretta dello “Yak Festante”, un Ganesh concitatissimo fece irruzione come un tornado, interrompendo il sonno, puntellato dai ruggiti da leone in uno studio dentistico, del reduce himalayano, l’eroico Marzio Taruffi.
Quanto a Tarallo, che visti gli schiamazzi zoologici dell’amico, il sonno non lo aveva potuto nemmeno sperare, si tirò su dal letto quasi sollevato da un peso, con la faccia scompaginata di un quadro di Picasso.“
“Prestamento, prestamento!

Ganesh

Buon Signor Spampalon volere vedimento di voi due, subitamente a Palazzo! Doverete fare rapida rivestizione per non fare irritamento spampalonista. Padron Spampalon ha fatto ricevimento bruttissimissime notiziazioni e vole veder voi tosi per fare comunicazionimenti superimportanziosi! Prestamento! Prestamento!”

Lallo balzò giù dal letto veloce come un ripensamento di Salvini, contento se non altro, di poter evitare la colazione a base dei soliti prodotti yakistici, che gli fuoriuscivano ormai dalle orecchie, e si diede una fulminea lavatina.
Taruffi invece, non pensò un attimo di guastarsi i forti umori muschiosi con una operazione tanto sacrilega come il lavarsi, e, sbadigliando come un essere umano a metà della lettura di un libro di Fabio Volo, buttò fuori i piedoni toccando terra poco convinto e, così come stava, indossata la maglietta con Drupi e i calzoncini con Sandokan, seguì Ganesh fuori dell’albergo.

Taruffi

Arrivati nei pressi della sala del trono furono raggiunti dalle urla inferocite dell’imprenditore monarca che evidentemente stava facendo a qualcuno pelo e contropelo meglio di un barbiere con decenni di bottega alle spalle:

“Mòna!Mòna, mòna imbecille che ti xe! Mi avevi deto che el civico non aveva manco ‘na speransela e varda che frittata che avete combinato! Cossa sucederà ora nel borgo? Casinari, alcolissati degeneri: mòna anca mi, che me son fidà de valtri, l’è un caso tippico: dopo i confeti se vede i difeti*.
Chi badaria ora agli afari? La popolassion mbriaga? Co’ piove e co’ scravassa bàcaro pien e voda la piassa!”. *

I due giornalisti non seppero chi era il destinatario di quella furia finchè non entrarono nella sala e videro sul grande schermo la faccia congestionata dalla paura, di Ognissanti Frangiflutti, che pareva uno rimasto per ore in balia di Biagio Antonacci.

“Ma.. eccellenza… chi poteva immaginare.. .. balbettava il Direttore – avevamo la maggioranza al primo turno…pareva impossibile una rimonta dell’usurpatore civico… Avevamo fatto tutto per benino: nel nostro giornale per giorni è stato impossibile trovare una notizia in mezzo ai fake su quel legalitario del c….Non so cosa sia successo ai nostri cittadini.. una sbornia collettiva, una pazzia diffusa purtroppo”.

Il viscido Direttore aveva la voce spezzata, pareva sul punto di piangere, ma questo atteggiamento pietoso, che avrebbe indotto alla commozione anche un cacciavite, pareva non attecchire minimamente sulla scorza di granito di Spampalon.

Il viscido Direttore Frangiflutti

“La maggioransa te dise, eh! La maggioransa de mòna come ti! Ma l’è finita la ghiringhèla*: fin che ghe xe pan in convento, frati no manca * e ‘sto fraton, che son mi, s’è stancato de mantenerve: non vedrete più schei da mi, nianca un centesimo! E adesso vatene a cagar da n’altra parte, coglion d’un coglion!”.
Tarallo vide Spampalon uscire dalla sala con lo stesso impeto di chi, volendo salvarsi pelle e anima, fugge da un incendio spaventoso o da un programma della De Filippi, così restò lui solo dinanzi allo schermo, a rimirare il volto devastato di Frangiflutti, che come lo vide, dal dolore passò ad una smorfia di disgusto:
“C…. vuoi tu, pezzo di rimbambito? – gli ringhiò addosso – hai sentito che bel disastro avete fatto voialtri comunisti in città? Spampalon ora ci ha tagliato i fondi! E’ un terremoto finanziario per noi, e tutto per colpa vostra, moralisti dei miei coglioni!”.
Un’espressione velenosa gli si mosse poi in viso e, viperino, scandendo le parole, disse al cronista muto:
“Ora, senza quei fondi il giornale

NON PUO’ PIU’ PERMETTERSI DI RECUPERARVI IN NEPAL,

capito? Se volete tornare al giornale arrangiatevi con mezzi vostri o restate a pettinare i peli allo yeti e fottervi finché campate: è chiaro? Passo e chiudo: a mai più rivedere i vostri grugni”….

Un fruscio e una scintilla di luce cedente segnalarono lo spegnersi del collegamento.
Tarallo, schiacciato da quella comunicazione, restò per un bel pezzo a bocca aperta, finché una mosca, che vi era prontamente entrata, non gli titillò la laringe col suo ronzare, destandolo dal rimbambimento: e adesso?
Come avrebbero potuto rientrare in patria senza soldi sufficienti per un biglietto aereo per due?
Si girò per incontrare lo sguardo di Taruffi, ma non lo trovò, per il semplice fatto che l’altro non c’era.
Il suo collega pareva evaporato.
Smarrito, vagò per l’enorme sala cercandolo, ma non ne trovò traccia. Sentiva di lontano le rumorose intemperanze di Spampalon, che aveva prontamente convocato gli schiavi di colore per scacciarli in malo modo:
“Venite qua, veloci come na ciùca*, e andate subito a farve fotere: fora dae baette, negher de merda: fora, fora, fora!”

Spampalon

Sempre più disorientato, Lallo si aggirò per alcune delle stanze della reggia, cercando Marzio senza trovarlo, ma incappando in enormi scudi appesi ovunque alle pareti, con la corona impressa su che sovrastava le enormi S di Spampalon, finchè non venne recuperato da Ganesh che, atterrito, richiamò la sua attenzione.
Balbettava dall’orrore e diceva:
“Disgraziamento grandimissimo: se Padron Spanpalon vedrebbesi facesse fucilamento di tuo amico e di tutti naltri servitori. Vieni a fare vedimento e fai prendizione rapidosa di signor Taruffo, staccandolo dalla sua peccatazione! Prestamento, prestamento!”
Tarallo, sempre più sbalordito, seguì la sua coloritissima guida fino ad avvicinarsi ad una stanza dalla quale si irradiavano in egual misura grugniti virili e femminili gridolini di giubilo: orrificò.
Sorprese Taruffi con la principessa Aishwarya sul lettone di quest’ultima, aggrovigliato a lei come un rovo alla pietra di un rudere, come un vegano ad una pianta di sedano, e sbiancò: Marzio ci stava dando dentro con l’entusiasmo di un fachiro in vista di una ferramenta.

Taruffi con la principessa Aishwarya

Con un urlo strozzato si gettò sull’amico tentando di tirarlo su e venne così investito da un uragano di parolacce in italiano e nepalese, strillati a piene tonsille da entrambi i fornicatori.
Aiutato da Ganesh, riuscì infine a trascinare Taruffi lontano dalla bella danzatrice e in un amen furono fuori dal Palazzo, filando via come degli sdentati dalle castagne crude.
Quando in albergo Marzio, che dall’affanno che aveva produceva i medesimi rumori di un grosso geyser islandese, si fu infine placato, Lallo gli spiegò la loro nuova e difficilissima situazione.
Hai capito, pazzo furioso che non sei altro? Siamo bloccati in Nepal senza soldi per rientrare in patria! Ora come accidenti faremo a tornare dai nostri cari?”
“Cari? – interloquì Taruffi – di quali cari parli? Di Tafanazzi delle inserzioni? Di Totonno Levalorto, lecchino capo della redazione? Io non ho cari da quelle parti e sto benissimo qui in Nepal, o almeno finché non arrivate voi a fracassarmi gli zebedei sul più bello! Io qui ci resto volentierissimo”
Ci vollero ore e ore per far sbollire Marzio dai resti del suo momento di passione e Tarallo, facendo ricorso a tutte le sue arti oratorie, riuscì infine a farlo tornare cosciente della situazione e dei pericoli fatali ai quali si era esposto.

Nella stanzetta dello Yak Festante si svolse dunque qualcosa che pur nelle ridotte condizioni mentali dei due giornalisti, avrebbe potuto sembrare un “brainstorming”: tutte le possibili soluzioni per riuscire a partire dal Nepal vennero considerate prima e scartate poi, anche le più esotiche, quale quella di chiamare il National Geographic per vendergli l’incontro di Taruffi con lo Yeti, incontro di cui non si era accorto e del quale, purtroppo, non avrebbe saputo dire granchè, se non che quel tizio gli era parso poco educato.
Quando tutte le speranze di salvezza parevano tramontate, a Lallo si accese la fulminante luce di un’idea:

“Chiamiamo Omar Tressette perché ci tiri fuori da questo guaio: con tutti i soldi che ha è l’unico che potrebbe riuscirci!”.

Omar Tressette
Omar Tressette

NOTE:

  • Dopo i confetti si vedono i difetti
  • Quando piove e c’è burrasca è vuota la piazza e piena l’osteria.
  • Ghiringhela: bisboccia
  • Ciùca: sbornia
  • Finchè c’è grano nel convento i frati non mancano

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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