Arrivano i nostri per Tarallo e Taruffi

Dopo la convulsa chiamata di Tarallo a Tressette, che aveva suscitato nel loro possibile salvatore un picco di esclamazioni che non si era più visto in Italia dall’epoca in cui la Signora Longari aveva sbancato il Rischiatutto, trascorsero giorni di straniamento in terra nepalese.
Innanzitutto Mister Rocky (suo padre era fissatissimo con Stallone) Khatri, proprietario dello “Yak Festante”, un uomo con la stessa coscienza etica di un violentatore di novantenni, gli fece presente che da quel momento in poi avrebbero dovuto pagarsi da soli soggiorno e ciccia di yak, altrimenti li avrebbe venduti a “Panza” Barong, il corpulento e sudaticcio mercante di schiavi locale.

Il Signor Rocky Khatri, proprietario dello “Yak Festante”

Poi c’era il problema di Taruffi, che continuava ad aggirarsi nei pressi del Palazzo, solerte come un venditore di contratti telefonici, nella speranza di intercettare almeno uno sguardo di Aishwarya, la bella principessa danzatrice, e mettendosi così in grave pericolo.
Il tiranno Spampalon, infatti, aveva fatto recapitare ai due giornalisti, per il solito tramite di Ganesh, due confezioni, vecchie, sporche e malandate di Riso Mònada, e un bigliettino dai toni sfumati, dal quale si intuiva l’intenzione di mettere fine all’intervista e a qualsiasi futura udienza:
“Andè fora dae bale comunisti de merda!!”
Calcolarono che con le loro sostanze avrebbero potuto restare in albergo ancora per quattro giorni, poi, in assenza di un tempestivo soccorso, si sarebbero dovuti ingegnare per sopravvivere in quel paese lontanissimo dal proprio, magari trovando da fare qualche mestiere per loro eccentrico, come gli spazzolatori di yak o i tolettatori di yeti in disordine.
Lallo, sempre romantico, trascorse parecchie ore immaginando il ricongiungimento con Consuelo e mettendo ordine negli appunti riguardanti i colloqui con Spampalon, deciso a far uscire comunque, su qualsiasi fonte giornalistica, visto il certissimo rifiuto di Fragiflutti, un articolo al vetriolo su quel tizio, vergogna della categoria imprenditoriale.
“Il riso di Goebbels”: già immaginava il conciliante titolo del pezzo, improntato ad una rigorosa cautela formale.

L’ultimo giorno prima della scadenza della loro ospitalità avevano già assistito a svariate apparizioni dell’albergatore Rocky Khatri che con ogni pretesto gli si parava innanzi, proprio come le visioni sacre sogliono fare (chissà perchè proprio a loro) a giovani addetti alla pastorizia, visioni però molto meno soavi e spiritualistiche.
Quell’uomo volgare, infatti, non solo alludeva, con gesti inequivocabili delle mani, al fatto che il giorno successivo avrebbero dovuto smammare, ma in quei giorni aveva progressivamente ridotto le loro razioni di carne di yak, assestandole su quantità di pura sopravvivenza.
Marzio Taruffi, in preda ad una fame nera, era arrivato a flirtare con Savitri, un’addetta alle cucine che condivideva non solo il nome, ma anche l’aspetto, con una delle “boviniste femmine” di Hari, il conduttore di carretti con la fissazione delle canzoni italiane degli anni Sessanta.

Savitri, addetta alle cucine dello “Yak Festante”.

Venne infine il giorno in cui si ritrovarono fuori, con armi e bagagli, nello spiazzo antistante all’albergo, fatti segno degli sguardi di curiosità e commiserazione di una buona parte della popolazione di Putalibazar, e del tutto incerti sul da farsi immediato.
Stettero un po’ a bamboleggiarsi senza sapere che direzione prendere per iniziare una nuova e probabilmente misera stagione della loro vita, poi videro quella piccola folla ondeggiare.
Un mormorìo progressivo e crescente, una specie di ribollire delle masse che da distante si fece sempre più alto, li prese di sorpresa stordendoli ancor di più: che accidenti stava succedendo?
La gente di lontano si apriva su due ali, come fece il Mar Rosso con gli ebrei in fuga, poi quella più vicina fece lo stesso, rivelando, giusto all’ultimo momento, l’arrivo di un sontuoso pulman da granturismo, che giunto davanti allo “Yak Festante” frenò con grande lievità, fermandosi con grazia.

L’Ohhh di stupore della folla salì al cielo, prolungandosi poi quando da quel mezzo sfarzoso scesero, una dopo l’altra, delle figure che ai nepalesi parvero assolutamente aliene.
La prima faccia che Tarallo e Taruffi videro metter piede a terra, fu, incredibilmente, quella occhialuta e autorevole, del Professor Cervellenstein, che, elegantissimo come sempre, gli fece:
“Carissimi, che piacere rivedervi!”
“Professore- mormorò allibito Lallo – che accidente ci fa qui?
“Niente di che, caro, abbiamo pensato tutti di venire a vedere che aria tirava”, fu la sorprendente risposta dell’illustre Psicologo, affermazione che in effetti anticipò la discesa, in rigoroso ordine di apparizione, di Afid, Trudy Taruffi, il sagrestano di Strappoli di Sotto, Ducco, con Mata Hari, Consuelo, Abdhulafiah, che aveva abbandonato la guida del pulmann, la Signorina Cleofe e, infine, un corrucciato Omar Tressette, che aveva rispolverato la sua tenuta coloniale.

Omar Tressette, la signora Cleofe, Consuelo, Ducco, il professor Cervellenstein, Abdhulafiah, Afid, Mata Hari e Trudy Taruffi

L’abbraccio memorabile tra Tarallo e Consuelo mancò poco che, come nei film leggeri americani, strappasse l’applauso ai nepalesi circostanti, la cui parte maschile esorbitò vedendo gli splendori di Trudy e soprattutto di Consuelo, che a quell’ora del mattino, riuscì a far accendere l’illuminazione pubblica come se fosse notte fonda, potenziando, per di più, la scarsa dotazione di watt dei lumi sui lampioni.
Omar Tressette intanto, nervosetto come sempre, si guardava intorno, cercando in quell’ambiente per lui esotico qualcosa da detestare, ma in un primo momento l’impresa gli riuscì difficile.
Poi, intravisto il cortile di una casa al cui interno stazionava uno yak, che mentre brucava l’erba in terra, aveva l’aria di star ragionando sugli eterni problemi dell’esistenza, vi si avvicinò decisamente e finalmente sbottò:
“Quest’animale puzza – disse annusando il posto come un vecchio bracco- come fa ‘sta gente a respirare stando attaccata a questa discarica quadrupede? E guarda che espressione beota che ha il bestione! E’ inconcepibile!”

Il Professor Cervellenstein a quel punto, intravisto il formarsi di una possibile e nuovissima idiosincrasia nel grande intollerante, lo prese a braccetto, riportandolo nel gruppo che nel frattempo chiacchierava animatamente.
“Abbiamo prenotato un mucchio di stanze al “Sunshine Resort Pokhara”, a 170 chilometri da qui – disse allora Abdhulafiah a Lallo – roba da niente per un pulman come questo. Fateci fare un giretto per questo posto, tanto per dargli un’occhiata, poi ripartiremo tutti insieme”.
Così il gruppo, guidato dai due cronisti, si incamminò per le vie di Putalibazar, sotto gli sguardi della popolazione che, abbandonate sotto la spinta della curiosità, le occupazioni del momento, faceva ala al loro passaggio, mettendoli sotto una sfacciata lente di ingrandimento.
Destava particolare interesse la mise di Mata, vestita da danzatrice orientale secondo il dettato dell’immaginazione occidentale, e totalmente diversa da ciò che in effetti indossavano le ballerine del luogo:
“Ma come è vestita quella?”, spettegolavano tra loro, guardandola, le donne nepalesi.
“Ma come sono vestite le donne qui? C’è qualcosa di sbagliato nei loro vestiti orientali”, diceva da parte sua Mata Hari, un po’ maligna, a Ducco.

Arrivati nei pressi di Palazzo Spampalon, tutti sbalordirono, ma Tressette, meravigliato dallo sfarzo posticcio dell’edificio e prontamente nauseato dall’ostentazione della personalità, evidenziata dagli stemmi con le iniziali dell’imprenditore che erano piazzati ovunque, ringhiò:
“Quest’uomo è un pazzo pericoloso! Montato quanto Renzi! Nemmeno lei, Professore, potrebbe regolargli le viti in testa e rimettergliela in sesto: che pacchianata insopportabile è questa baracca!”.
Stettero per un po’ a baloccarsi con il loro stupore, rimirando la costruzione sotto gli occhi impassibili degli armigeri di Spampalon, poi vennero investiti da un improvviso schiamazzo.
Tarallo e Taruffi riconobbero in quel baccano la voce di Spampalon in persona, che tuonava:
“Tornè ndrio fioi de can! Tornè ndrio pezi de bacàlà: se ve prendo ve copo!”
Un istante dopo, dalla porta principale del palazzo vennero fuori correndo come dei centometristi verso il gruppo degli amici di Tarallo, tutti i “negher”, che dovevano aver sentito del loro arrivo e che parevano intenzionati a mettersi sotto la loro protezione.
Gli armigeri di guardia al loro passaggio turbinoso furono investiti da una specie di tornado e sotto la spinta di quel vento caddero, ammucchiandosi scompostamente tra loro, così il gruppo di Lallo, afferrata prontamente la situazione, si mise a correre insieme agli ex schiavi di Spampalon, facendogli capire che sul pulman sarebbero stati al sicuro.

Arrivarono in un amen sul piazzale dello “Yak Festante” e tutti, negher compresi, col fiatone che li squassava, ripararono rapidamente sul granturismo che Abdhulafiah mise prontamente in moto, partendo a razzo, mentre dal gran vetro posteriore del mezzo si vedeva arrivare trafelata la truppa del tiranno, e addirittura, lo stesso Spampalon, sfiatato e stravolto dalla rabbia, che agitava il pugno contro di loro in segno di minaccia.
Fu, come sempre, il Professor Cervellenstein a recuperare in fretta lucidità: avvicinandosi al più anziano degli ospiti di colore, gli chiese affabile:
“E voi come vi chiamate, cari?”

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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