Il Cantiere tarallesco

I giorni che seguirono la famosa cena del gruppo Tarallo al Ristorante Addis Abeba, vennero ricordati come un periodo nel quale la voglia di tradurre, hic et nunc, l’idea di Omar Tressette di metter su un nuovo quotidiano, si risolse in una bolgia anarchica, alla quale, chi più chi meno, tutti gli amici misero mano.

Organizzare una roba simile non era esattamente come farsi un piattino di pasta al burro, e per un bel po’ la confusione di ruoli regnò sovrana tra le menti eruttive della banda.
Nessuno aveva un’idea precisa del punto dal quale partire: ognuno si guardava bene dal muovere dalle fondamenta, così in molti finivano per occuparsi, ciascuno autonomamente, delle stesse cose.
La necessità dell’assoluta segretezza complicava la situazione di quel cantiere nevrotico: guai a far capire a quelli del “Fogliaccio”, visti ormai come concorrenti viscidi e squalificati, cosa bolliva in pentola: li si doveva ghermire con l’imprevedibilità di un ghepardo a digiuno.
In assenza di un covo, il Professor Cervellenstein suggerì astutamente di tenere le riunioni nel luogo meno intuibile e più inospitale del mondo: il miniappartamento di Marzio Taruffi, al sesto piano di un palazzo prossimo a sfiorire in ingombrante catapecchia cittadina.

Uno scorcio di casa Taruffi

In un baleno le due minuscole camerette, zeppe di incarti di merendine, nelle quali stazionava un disordine epico e regnava un tanfo disumano, si trovarono di colpo affollatissime ad ogni ora del giorno e della sera.
Chi arrivava, salutati i miliardi di piccolissimi acari e pagato un severo scotto alla sue narici, dopo quel primo momento di barcollìo, si affannava a comunicare a chi tra i congiurati era presente, i risultati di ricerche disparatissime.
Le relazioni così si affollavano e il caos, infallibilmente, cresceva.
Quel che mancava, appunto, era un minimo di coordinamento della truppa
.
Nessuno, se non Tressette, che si tenne però discosto in quella prima fase, aveva mai visto in faccia un commercialista, qualcuno, insomma, che organizzasse struttura e organigramma della nuova voce del giornalismo cittadino e ne curasse compiti e assunzioni.
Tra Afid, Abdhulafiah, Tarallo e Ducco il sagrestano, che si era momentaneamente trasferito in città, erano state già visionate sei possibili sedi del nuovo giornale, una più fatiscente dell’altra.

Un’immagine della fabbrica di birra “Il Sifone” al tempo del suo splendore

Il falsario aveva proposto per prima l’ex sede della fabbrica di birra “Il Sifone”, fallita dieci anni prima in un mare di lavande gastriche, una sorta di hangar sito in una periferia palustre della città, dal quale, nelle giornate ventose, spirava un’aria etilica, malinconica e degradata.

Le poche anime sensibili che in tempi recenti si erano perse in quella zona cercando altre mete, giuravano di aver notato, tra densi vapori mefitici, le ombre di presenze diafane e maleodoranti, probabilmente i fantasmi di tizi che a furia di bere quell’intruglio, al quale il luppolo era totalmente estraneo, erano levitati come aerostati, prima di ribaltarsi inerti sul suolo terrestre, con trippe espanse ed infuocate.
Un testimone di Geova, divenuto in seguito astemio per motivi di fede, oltre ai soliti incontri paranormali, raccontava sempre di aver subito in quei paraggi anche delle tremende allucinazioni acustiche, roba da gelarti il pelo addosso, in una delle quali aveva addirittura sentito la voce di Jovanotti cantare “Granada” in perfetta intonazione!

Scartata, anche per motivi di superstizione, quella proposta irricevibile, gli amici passarono ad esaminare altre possibili sedi, ma anche l’idea della bella Trudy Taruffi di utilizzare il locale che tempo prima ospitava la sala da ballo di salsa e merengue “El Coguaro”, ed i corsi di danza del maestro Ciro Duarte, venne ritenuta non idonea.
La Signora Cleofe, in particolare, fu abbastanza netta: non sarebbe stata una buona idea sfruttare quell’angolo di paradiso per piedi impazienti, in quanto era stato chiuso d’autorità perché divenuto uno dei più cruenti focolai pandemici.

La signora Cleofe

Fu a causa di una serata andata storta l’inverno precedente.
Il maestro Duarte, provato nel portafoglio dal lungo lock down, con l’ausilio della sua nuova intraprendente tuttofare, Inès De La Cueva (Immacolatina Patanè per l’anagrafe), finta cubana riverniciata di fresco, per tirar su qualche soldo, aveva concepito una riapertura sfolgorante delle sale de “El Coguaro”.

“SALSA PICANTE PARA PIERNAS CALIENTES” (Salsa Piccante Per Gambe Roventi)

Era questo l’ottimistico slogan della festa.
La voce dell’evento si era sparsa come la glassa su una Sacher, e un’umanità varia, fino a quel momento confinata, si era ammassata nei pressi del locale con lo stesso genuino entusiasmo col quale un fachiro stacca i chiodi dal letto al termine di una dura giornata di lavoro.
Travestiti da pirati e piratesse di improbabili scenari caraibici, senores, senoritas, ex criminali del liscio, nonne e nonnini coi reumi in calore, bambini smarriti in partenza e una ragguardevole rappresentanza del Sindacato Maniaci Sessuali, si erano infilati tutti insieme nella grande pista da ballo, con la stessa, naturale, fluidità con la quale i singhiozzi vengono fuori dalla bocca del cantante dei Negramaro.
L’orchestra fissa del posto, dei pregiudicati che si facevano chiamare i “Tropicalistas”, ci aveva dato dentro, con una forza ed una decisione che risultarono epiche, scassaorecchie, inferiori per impegno solo all’impeto col quale miliardi di piccoli, bitorzoluti virus si erano buttati ebbri nelle danze.
Il risultato fu che due giorni dopo il Covid era divenuto l’unico vero gestore de “El Coguaro” e la maggioranza dei suoi ospiti di quella serata, o almeno quelli che non si trovavano in quarantena coi parenti che gli lasciavano il cibo fuori dalla stanza, piazzato nelle ciotole del cane, si era trasferita nelle anguste corsie dell’ospedale cittadino, più affollate delle vie di Bombay.

L’orchestra i “Tropicalistas”

La situazione si era rivelata così grave che perfino alcuni degli strumenti musicali dei Tropicalistas, certamente la fisarmonica, il guacharaca e la batteria, erano finiti in terapia intensiva alle prese con prognosi assai ostiche.
“No, no – ribadì orrificata la signora Cleofe, sexy segretaria ottantenne del Prof. Cervellenstein – non si può lavorare in un posto in cui anche una trombetta è risultata positiva. Si cerchi meglio..”
Anche l’idea di utilizzare gli spazi de “El Coguaro” fu dunque scartata, mentre i futuri redattori, seduti in perenne riunione sui puff di casa Taruffi, circondati da cartacce d’ogni genere, si spaccavano la testa su nuove ipotesi.
Tutti avrebbero avuto, e questa era l’unica certezza emergente in quei momenti, un ruolo nel futuro quotidiano provinciale, ma anche la discussione sul nome da dargli riusciva ad andare avanti in una sontuosa confusione, alimentata da trovate estemporanee e bizzarre.
“Il Cazzotto Ben-Dato”; “La Polemica Estemporanea” e addirittura “La Verità al Peperoncino”: evidentemente nessuno dei loghi ipotizzati poteva andar bene, e il Professor Cervellenstein si trovava costretto a mediare tra quelle idee originali, cercando nel contempo, e faticosamente, di tener le teste dei redattori incollate ai cervelli.
Naturamente questa attività esterna gli faceva trascurare l’indefessa opera di consolidamento di zucche turbate alla quale da decenni si dedicava professionalmente, con risultati puntualmente brillanti.

Il professor Cervellenstein
Il professor Cervellenstein

Così, di tanto in tanto, gli arrivavano delle chiamate d’urgenza, situazioni difficili segnalate da pazienti disperati, con la mente fuori delle orecchie, bisognosi di assistenza immediata.
In quei casi estremi si vedeva l’illustre Psicologo partire a razzo verso i densi misteri che stavano alla base di tante idee inconsulte, affiorate di botto da altrettante teste stropicciate.
“Dottore? Sono Aristide Sfogliazebre, il suo paziente al quale, forse erroneamente, lei ha attribuito manie di persecuzione: vorrei sbagliarmi ma mi pare che l’impiegato dell’anagrafe, al quale ho chiesto un normalissimo certificato per ottenere l’esenzione dai dolori articolari, stia mostrando un pregiudizio nei miei confronti.
Un’ora di fila per potermi accostare allo sportello e questo soggetto aggressivo, dopo un diffuso e immotivato scarico delle sue responsabilità, è passato prima ad una accesa contestazione delle mie richieste, poi direttamente all’insulto, dandomi perfino del “tu”.
“Checazzaccio vuoi cretino di guerra? Fatteli curare da un medico i reumi, anzi, meglio, vatteli a far passare in manicomio e fattelo fare lì un certificato
!! E poi, guardati: sei una vescica di lardo e le articolazioni nemmeno le possiedi, come un lumacone gigante. Quelle robe lì, in mezzo alla ciccia, non te le troverebbe nemmeno il Dottor House!!”
Così mi ha detto quest’animale, Dottore.

Aristide Sfogliazebre

Il punto è che mi ha ferito profondamente, anche perchè qualche chiletto in effetti l’ho messo su: colpa di mia zia Bertranda e del suo oleosissimo lesso di zebù.
Comunque quel tipo ce l’ha con me: per lui è un fatto personale, mi ha subito preso in odio, ed ora mi ritrovo addosso una grande disperazione e sento montarmi dentro irresistibilmente la voglia di tirargli in testa il mestolone per brodi di truppa che mi sono portato appresso, non si sa mai..
Poi magari tutti i media mi si scaglieranno addosso, drammatizzeranno, scriveranno che quel fetente ha riportato “ferite da arma da cuoco”, senza neanche prendere in considerazione la sua provocazione: io i dolori articolari ce l’ho eccome, brutto delinquente violento!”…

Arma da cuoco

Quella volta il Professor Cervellenstein dovette mollare l’accesissima discussione sul nome da dare al giornale, che in quegli istanti si era focalizzata su nuove alternative: “La Cura Da Cavallo” o “La Ginocchiata Cittadina”, per scappare verso l’ufficio periferico dell’anagrafe, messo a ferro e fuoco dal pazzo, e lo fece in un lampo, veloce come il terrore.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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