Il mistero del codice Voynich

La scrittura, nata oltre cinquemila anni fa, permise agli esseri umani di trasmettere messaggi complessi tramite lettere e segni. Fin da subito si svilupparono anche codici segreti per crittografare testi di contenuto religioso, politico, diplomatico o militare, frasi che solo gli iniziati potevano decifrare. Tutte le civiltà hanno sempre usato questi sistemi: i sumeri, i greci, i romani, i mongoli e, nell’ultimo secolo, vi hanno fatto ricorso tutti i Paesi, soprattutto in guerra.

I manoscritti e i testi cifrati conservati fino a oggi sono molti, e tutti sono stati decifrati con relativa facilità analizzandone i codici, di solito abbastanza semplici.
Ma c’è un’eccezione importante, ovvero un manoscritto che nessuno è ancora riuscito a interpretare.
Il Voynich, così è chiamato, è considerato il testo più strano del mondo e attualmente è conservato nella Beinecke, la sezione della Biblioteca dell’Università di Yale
che raccoglie i manoscritti e i libri antichi e rari.
Trattato di magia o di botanica? Manuale di astrologia o di erboristeria? Opera di un burlone, di un falsario o di un alchimista?

Una parte del manoscritto Voynich

Non per nulla il codice Voynich ha fama di essere il documento più misterioso del mondo. Per più di un secolo ha appassionato linguisti e studiosi e, durante la Guerra Fredda, se n’è occupata persino l’Agenzia di sicurezza nazionale americana, temendo si trattasse di propaganda comunista. Eppure, nonostante i molteplici tentativi di decrittazione, questo enigmatico manoscritto è rimasto un grattacapo linguistico.

Il codice deve il suo nome all’antiquario Wilfred Voynich (1865-1930), un collezionista di libri rari che lo acquistò nel 1912 dai gesuiti del Nobile collegio di Villa Mondragone a Frascati.

La prima notizia dell’esistenza del Voynich risale al 1580, quando l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, appassionato di esoterismo, magia e stranezze di ogni tipo, lo acquistò per la notevole somma di 600 ducati da due inglesi celebri a corte, l’alchimista John Dee e il ciarlatano Edward Kelley.
Nel XVII secolo il manoscritto passò di mano in mano fino ad approdare al convento gesuita di Villa Mondragone, dove, come si è detto, nel 1912 venne acquistato dal mercante di libri antichi Wilfred Voynich, dal quale prende il nome.

Wilfred Voynich

Nel 1931 la vedova di Voynich lo vendette per il tramite della segretaria, che lo cedette a un antiquario newyorchese, Hans Peter Kraus. Questi non riuscì a rivenderlo e finì per regalarlo all’Università di Yale nel 1969.
Secondo la datazione, ottenuta con il metodo del radiocarbonio, risalirebbe alla prima metà del XV secolo e tanto è bastato ad escludere l’ipotesi di chi affermava si trattasse di un falso, creato ad arte dal suo proprietario.
A rendere speciale questo manoscritto è il suo contenuto: accanto a bizzarre raffigurazioni di piante sconosciute, donne nude e simboli dello Zodiaco, corre un testo vergato in una lingua misteriosa.
Scritto su una sottile pergamena di capretto, questo codice di circa 240 pagine (ne mancano alcune e altre sono ripiegate), contiene centinaia di disegni e 37.919 parole con 25 lettere o caratteri distinti. Non ha, tuttavia, autore, titolo, data esatta e nemmeno capitoli.
Le analisi al carbonio 14 hanno permesso di datare la produzione della pergamena in un lasso di tempo compreso tra il 1404 e il 1434.
La grafia è la scrittura umanistica a caratteri latini, usata in Europa occidentale tra la prima metà del XV e i primi del XVI secolo.

Nel corso del XVI secolo vari studiosi cercarono, invano, di decodificare il Voynich. Nel XVII secolo ci riprovarono l’alchimista Jacobus Horcicky de Tepenecz e il bibliotecario imperiale Georg Baresch.
Tra le pagine del manoscritto era conservata una lettera di accompagnamento, datata “Praga, 19 agosto 1665” a firma di Johannes Marcus Marci, medico reale e bibliotecario, con la quale chiedeva all’amico gesuita Athanasius Kircher di decifrare il “librum” che si accingeva ad inviargli.
Marci aveva ricevuto il libro quando era subentrato nella carica di bibliotecario di corte a Georg Baresch che lo custodiva nella biblioteca imperiale di Rodolfo II, e che lo aveva acquistato come opera del Dottor Mirabilis, al secolo Ruggero Bacone.

Ruggero Bacone

Ebbene questa lettera è l’unico documento di una certa attendibilità che fornisce dati sulla storia del testo più misterioso del mondo.
Ma non abbiamo nessuna prova certa che Kircher abbia ricevuto il Voynich e che davvero si sia cimentato, da vero esperto qual era, su quell’alfabeto ignoto per traslitterarlo e sui disegni di piante, stelle e simboli alchemici per spiegarli.
Nella missiva vi era la mirata attenzione a non offendere la sensibilità del destinatario e anche la richiesta di parere, fondata sull’ipotesi che l’autore fosse Bacone è formulata con estrema delicatezza; il valore venale viene comunicato come se fosse un semplice dettaglio; si faceva  attenzione a togliere qualunque sospetto sul fatto che il “dono” del manoscritto fosse una retribuzione per il lavoro di decifrazione.

La giustificazione dell’invio solo di una copia parziale da parte di Baresch, circa 30 anni prima, e la tempestività dell’invio posteriore fa intuire come lui, Marci, non avesse condiviso le conclusioni di Baresch.
Quindi il Voynich fu portato in dono a Kircher che era non solo il maggiore esperto del settore, ma anche un infaticabile collezionista di stranezze provenienti da tutti gli angoli del mondo.
Lui, Athanasius Kircher era un gesuita, cioè membro di un ordine per eccellenza dedito alla conquista della conoscenza ed alla diffusione dell’istruzione.

Athanasius Kircher

Si legge di lui:

Kircher nella sua esistenza si occupò di tutto: la sua mente, avida di conoscenze, non conosceva confini. Studiò la catottrica, ovvero “l’arte degli specchi”, la matematica, le correnti marine e la musica, non rifuggendo dall’arduo esperimento di decifrare (senza successo) i geroglifici egizi.
Geniale, bizzarro, spregiudicato, il gesuita era soprattutto curiosissimo, segnato da un’ansia conoscitiva…

ma neppure lui venne a capo del manoscritto!

Nel XX secolo si cimentò nell’ardua impresa il professor William R. Newbold, dell’Università della Pennsylvania, che rischiò letteralmente di impazzire. Il testo è stato analizzato anche da alcuni esperti statunitensi di crittografia, che hanno utilizzato tecniche sperimentate nella Seconda guerra mondiale, nonché da filologi.
Tutti hanno fallito nell’impresa!
Si è provato anche a decifrarlo applicando sistemi tradizionali, come sostituire una lettera con un’altra o assegnarle un valore numerico, ma senza risultati coerenti.
Sono state usate le griglie cardaniche, inventate nel XVI secolo da Girolamo Cardano, e programmi informatici che hanno prodotto centinaia di migliaia di possibili combinazioni, sempre senza successo. Se si tratta di un libro crittografato, il suo codice è così complesso che nessuno è riuscito finora a penetrarlo.

Una griglia di Cardano: da notare che essa non ha un motivo fisso, le finestrelle possono essere inserite in ogni punto del foglio

A quanto si può capire dalle illustrazioni, il testo conterrebbe descrizioni di riti esoterici. I disegni di piante, stelle e donne potrebbero rappresentare simboli alchemici. Alcune delle proposte interpretative avanzate sono davvero bizzarre.
C’è appunto chi ha attribuito la paternità del manoscritto all’inglese Ruggero Bacone, ma questi visse nel XVI secolo, mentre il Voynich risalirebbe al secolo precedente. Si è ipotizzato che fosse stato scritto dai catari o che fosse l’adattamento di un testo ucraino in lettere latine, oppure che fosse opera di Leonardo, solo perché sembra scritto da un mancino come lui.
Si crede perfino che sia stato elaborato attorno al 1580 dallo stesso John Dee, mago, matematico e appassionato di esoterismo, insieme al socio Edward Kelley, già processato in Inghilterra per falsificazione di documenti.
Insomma, potrebbe essere stato un modo per ingannare l’imperatore Rodolfo II e sottrargli un’ingente quantità di denaro. Ma questa ipotesi presenta un problema: il manoscritto esisteva già un secolo prima che Kelley lo potesse falsificare.

John Dee

Ancora oggi il Voynich non è stato tradotto e non è stato possibile trovare un codice che ne permetta l’interpretazione. Inoltre la disposizione dello scritto non risponde alle norme che regolano la struttura semantica delle lingue a noi note.
Vengono rispettate, invece, altre strutture formali, come la scrittura da sinistra a destra, anche se priva di punteggiatura. Il testo rispetta anche la cosiddetta “legge di Zipf”, secondo la quale nelle lingue note la lunghezza delle parole è inversamente proporzionale alla loro frequenza.
Dopo anni di analisi, l’egittologo tedesco Rainer Hannig, del Roemer und Pelizaeus Museum di Hildesheim, crede di aver trovato il codice per tradurre l’opera: ha scoperto che il linguaggio del manoscritto si basava sull’ebraico antico.

“Sono stati intrapresi innumerevoli tentativi di decifrazione”, scrive Hannig in un articolo spiegando la sua metodologia. “Sono state proposte molte lingue, come il latino, il ceco o, tra gli altri, il nahuatl (parlato dagli aztechi), solo per citarne alcune… La struttura delle parole lascia una sola possibile spiegazione: il manoscritto non era composto in una lingua indoeuropea”.

Dalla sua analisi, “Hannig ha concluso che il testo deve essere una lingua semitica” e, considerato l’immaginario europeo che traspare dalle illustrazioni del libro, Hannig ha ristretto le opzioni all’arabo, all’aramaico o all’ebraico, lingue spesso parlate dagli studiosi europei del Medioevo.
Dopo aver identificato una connessione tra alcuni caratteri Voynich e l’ebraico, è riuscito a tradurre le prime parole e poi le frasi complete.

La traduzione effettiva del manoscritto Voynich richiederà parecchi anni di lavoro, anche nel caso in cui ci lavorino specialisti in lingua ebraica, che siano esperti in ebraico medievale e della terminologia dei testi botanici e medici, Il carattere della scrittura, la pronuncia delle parole, la peculiarità e il vocabolario del periodo causeranno molti problemi anche a un madrelingua di lingua ebraica”.

L’egittologo tedesco Rainer Hannig

Poco tempo fa, l’accademico britannico Gerard Cheshire, ricercatore dell’Università di Bristol, ha scatenato un certo trambusto fra i suoi colleghi dichiarando di aver decifrato l’incomprensibile testo, attualmente conservato nella Beinecke Library dell’Università di Yale.
Si tratterebbe, scrive Cheshire nella sua ricerca, pubblicata su Romance Studies, di una specie di manuale medico, con ricette e consigli per la cura della salute femminile: per intenderci, un mix tra un trattato di erboristeria e uno di astrologia, una sintesi tra pratiche curative e oroscopi.
Dedicato alla regina d’Aragona Maria di Castiglia, sarebbe stato redatto da una suora domenicana del convento affiliato al Castello aragonese di Ischia. Destinatarie del testo, le donne della corte.
Secondo Cheshire, la religiosa avrebbe impiegato un alfabeto composto dalle lettere minuscole del normale alfabeto latino, con l’aggiunta di diversi simboli a noi ignoti: alcuni, combinati fra loro, sarebbero stati usati per rappresentare specifici suoni fonetici, altri sarebbero varianti grafiche impiegate in casi particolari, come la “a”, scritta in due modi diversi a seconda che si trovi chiusa tra altre lettere oppure all’inizio o alla fine della parola.
Vi comparirebbero inoltre diverse frasi latine, spesso abbreviate con la sola iniziale, in un modo che doveva apparire familiare ai lettori dell’epoca. La punteggiatura come la conosciamo oggi non c’è, Cheshire afferma di avere decifrato la strana grafia basandosi sulla vicinanza tra le parole e le relative immagini, arrivando così a ipotizzare il significato delle parole stesse.

Osservando l’analogia fra i termini tradotti e quelli presenti in alcune lingue romanze (come l’italiano, lo spagnolo, il francese, il catalano, l’occitano e il rumeno) avrebbe infine dedotto che il codice venne scritto in una lingua ormai estinta: il proto-romanzo, una specie di Esperanto maccheronico, nato da un mix di latino popolare e di altre lingue parlate durante il Medioevo nel bacino del Mediterraneo.
Il ricercatore, che dopo aver tradotto solo poche righe di testo e qualche vocabolo sparso, si dichiara pronto a decifrare l’intero manoscritto e a compilarne un lessico, sostiene anche che il proto-romanzo sarebbe stato un linguaggio molto diffuso all’epoca, ma mai usato nei documenti.
Se così fosse, il codice Voynich ne sarebbe quindi l’unica testimonianza scritta. Peccato solo che la maggior parte degli studiosi creda che questa lingua non sia mai esistita!
Tra i più severi critici di Cheshire c’è la medievalista Lisa Fagin Davis, esperta conoscitrice del manoscritto e direttrice della Medieval Academy of America, la più grande istituzione statunitense di studi sul Medioevo:

L’argomentazione principale di questo studio, cioè l’esistenza di una “lingua proto-romanza”, è completamente infondata e in contrasto con la paleolinguistica”!!!…”

“E lo è anche l’associazione che Cheshire fa di particolari segni con particolari lettere dell’alfabeto latino. Le sue ipotetiche traduzioni da ciò che è essenzialmente un amalgama senza senso di più lingue, sono ‘aspirazioni di traduzione’ più che traduzioni vere e proprie”, conclude la studiosa perentoria.

Lisa Fagin Davis

Lo scorso anno era stato invece un ingegnere turco, Ahmet Ardiç, a sostenere di avere capito il sistema di scrittura del manoscritto. Secondo lui il testo sarebbe una versione fonetica del turco antico. La spiegazione era plausibile ma non aveva consentito di fare progressi ed era quindi rimasta un’ipotesi come tante altre.
Le critiche di Fagin Davis hanno portato altri studiosi a esprimere le loro perplessità circa le dichiarazioni di Cheshire. È emerso che alcune valutazioni contenute nel suo studio risalgono ad analisi precedenti, che avevano già evidenziato stranezze e cose che non tornano nel manoscritto Voynich. I nomi che accompagnano le illustrazioni dello zodiaco, per esempio, furono probabilmente aggiunti in un secondo momento e non durante la prima stesura del codice illustrato.
Insomma, nonostante le dichiarazioni di Cheshire, quelle precedenti di Gibbs e i titoli su molti giornali degli ultimi tempi, il codice Voynich rimane un mistero.
Quando Umberto Eco visitò la Beinecke Library a Yale, l’unico manoscritto della collezione che chiese di sfogliare fu il Voynich.
Dal 1912, anno in cui Wilfred Voynich, il mercante di libri rari di origini polacche, lo acquistò dai gesuiti di Villa Mondragone, vicino a Frascati, schiere di studiosi, linguisti, filologi e criptologi, persino esperti della Nasa ed un software di intelligenza artificiale, hanno cercato di risolvere l’arcano di questo codice impenetrabile, risalente alla prima metà del XV secolo, che raffigura tra l’altro piante, sfere celesti e donne nude, talora impegnate in attività del tutto incomprensibili e che è pieno zeppo ancora di disegni di Astronomia, Biologia, Farmacologia.
Forse il mistero più grande del codice è il fatto che sembra essere scritto da un’unica mano, con un tratto fluido e privo di incertezze, lettere omogenee e molto regolari, praticamente identiche, senza un solo errore: qualcosa di straordinario per un manoscritto.
Con tutta probabilità l’enigma non è destinato a trovare una soluzione in tempi brevi.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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