Io e i libri, un’autointervista

“Ma come, non ti è bastata una vita in mezzo ai libri?”

Domande che valgono l’intera esistenza.
“Li hai sempre avuti intorno, mai un giorno ne hai fatto a meno, leggendoli soprattutto, poi addirittura vendendoli, per decenni, parlandone in lungo e largo, ore e ore con chiunque, da lettore più che da tecnico intellettuale: non ce n’è abbastanza per sentirtene sazio, o magari, solo a volte, fin troppo sazio, un po’ intossicato, disgustato, come per un’indigestione?
Cosa avranno mai quei mucchi di carta scritta e pressata per impedirti così perentoriamente di ignorarli, privandoti così di un vivere felicemente inconsapevole, di rilassarti più facilmente, rimanendo a secco di nozioni o emozioni che, provocando il pensiero, lasciano immancabilmente delle conseguenze: non vivresti meglio stando a secco di storie che spesso sono degli autentici deliri?
Perchè rallenti sempre il passo quando i libri ti ammiccano dalle loro sedi, proprie ed improprie, perché ti fermi e sbirci perfino i titoli scelti a caso dai mobilieri per riempire scaffali in vendita, perché torcerti il collo per capire a tutti i costi, anche a quello di una piccola gaffe, cosa sta leggendo quel tizio seduto davanti a te in treno?
Se solo tirasse quelle zampe in su per permetterti di vederlo, eh!
Non ti è mai capitato di sbadigliare incappando nei libri, vedendoli offerti sui banchi di un mercatino, messi in posa come puttane nelle vetrine di quei negozioni a catena che ancora si definiscono librerie, nell’accorgerti di come sono esposti sciattamente nel chiasso dei supermercati o, molto più discretamente, quando incappi nelle biblioteche private, minuscole o grandi che siano, che fioriscono in casa di conoscenti o di amici che visiti per la prima volta?”
“No, certo, posso rispondere subito, senza nemmeno pensarci: nessuna stanchezza.
In quei casi, anzi, mi faccio ancora più attento: cerco di far parlare quei libri perché mi rivelino chi siano davvero quei conoscenti o quegli amici, li interrogo muto affinchè li smascherino nell’intimo, me ne fotografino psiche, orientamenti e gusti”.
“Non hai mai provato un indizio di indifferenza nei loro confronti, di semplice sazietà, o il desiderio nascosto di liberarti dalla loro tirannia ruffiana?”
“No, mai, davvero, tant’è che ho smesso di venderli, ma mai di comprarli, e nel farlo sempre mi sono sentito felice interiormente, acquietato.
Non sono tuttavia in grado di spiegare nulla di definitivo rispetto a questa mia perenne arsura, tanto naturale da indossarla come il vestito di tutti i giorni, nulla se non forse il contagio familiare, il crescere in una realtà nella quale i libri spadroneggiavano.
Avevano già piegato i miei genitori, inchiodandoli al loro volere e seducendoli per sempre, prima di fare la stessa cosa con me.
Non so bene quando questa storia d’amore sia iniziata, né cosa sia accaduto di preciso, io sono solo riuscito a nascere e il resto, credo, è venuto di conseguenza.
Quindi sono a conoscenza esclusivamente di ciò che mi è stato riferito da mia madre: da piccolissimo ne ero già disperatamente attratto.
Avevo, sì, le storie di mia nonna, una grandissima narratrice, che mi trascinavano a Gorizia, Trieste e Vienna, nel suo mondo, il “mondo di ieri” di Stephan Zweig, quello degli intellettuali e scrittori ebraici mitteleuropei, di cui suo fratello Enrico, mio prozio, era parte importante.
E io, ancora piccolo, ascoltavo, incapace di distrarmi.
Ma i libri, me ne rendevo conto, contenevano altri racconti ancora, una scorta inesauribile.
Così i miei me ne dovevano leggere costantemente, quelli da bambini, è ovvio, ma contemporaneamente gettavo l’occhio su mia sorella, maggiore di me di cinque anni, che non doveva quindi dipendere da nessuno per decifrarne i caratteri, ottenendone in cambio storie certamente appassionanti.
Lei poteva far da sola, procurarsi quel cibo, appagarsi, ed io che lo avevo capito benissimo, ho cominciato a coltivare nei suoi confronti un’insolita invidia.
Sì, insolita, perché mai più in futuro avrei provato il sentimento dell’invidia, mai, verso nessuno e in nessuna delle forme con cui si manifesta così frequentemente ai nostri giorni.
Questa totale assenza di competitività, di invidia, lo confesso, potrebbe coincidere con una mia latente presunzione: più di qualcuno lo ha pensato ed io, ovviamente, l’ho sempre lasciato libero di crederlo.
Comunque, per placare questo mio sentire unico, irripetuto e poco nobile, che nascondeva una precoce rivendicazione, i miei dovettero necessariamente mandarmi a scuola un anno prima del dovuto: così mi hanno fatto regalo della lettura autonoma, base della formazione personale di un individuo, così mi hanno definitivamente consegnato ai libri e all’amore per la letteratura.
Bisognoso, per temperamento, di bellezza, avevo evidentemente intuito il rapporto che intercorre tra essa e il libro, o almeno mi ero convinto che i libri sono in grado di procurarti le più straordinarie possibilità di intercettare bellezza.
Il resto lo sapete: con moltissimi di voi ho parlato di libri o comunicato coi libri, ne ho scritto uno, più un’infinità di stupidaggini in rete, ho incontrato mille autori, presentato mille romanzi e mille saggi, ho organizzato mille eventi per provocare contagio.
Vite su vite ho speso così, all’interno del mistero della parola scritta, di ogni parola pensata e messa in ordine, che si tramuti o meno, dopo la naturale digestione, in insegnamento o in narrazione fantastica, in qualcosa che permetta di sapere o di immaginare.
Se ci penso mi sento immensamente ricco, anche se dai libri purtroppo si ricava poco, ma tale mi ritengo anche perchè destini analoghi mi è toccato vivere con la musica, la chitarra, col bene del paesaggio, selvaggio che sia o organizzato dall’uomo, con le carezze dell’arte, quelle confortanti dell’amicizia o quella di un amore vero, mai dimenticato nonostante tutto, e mai finito.
Perché di solito le passioni non muoiono.
Quel che posso dire, osservandomi nel momento del mio probabile tramonto, è che neanche oggi che sono alle prese con le minacce più serie e invasive che possano caderti in testa, ebbene nemmeno in questi lunghi momenti, fatti per rispondere a domande che, forse per paura o autoindulgenza, non abbiamo formulato mai, esiste qualcosa che riesca ad instillarmi quell’indifferenza ai libri e alla bellezza che una vita intera passata in loro compagnia non è riuscita a scatenare.
E non credo che esista o che esisterà un modo migliore per conoscermi se non il passare in rassegna la mia biblioteca personale, risultato delle migliaia di scelte fatte per portarmi a casa ogni singolo volume, tenendomelo stretto in quello stato di contentezza un po’ stolida che prova solo chi ha il mio stesso vizio.
Sono state decisioni ora meditate, ora prese d’impulso, ma guardando quei libri nella loro enorme varietà, cosa che faccio spesso, passandoci sopra l’occhio con affetto paterno, posso concludere che tutti insieme mi rappresentano perfettamente.
Quegli scaffali zeppi ed eterogenei sono e resteranno il mio ritratto più attendibile.
Non è molto, come hai visto non mi sono dilungato a nominare centomila singoli titoli o altrettanti autori, cosa che del resto ho fatto per tutta la vita, ma quel che ho detto mi pare ampiamente sufficiente a risponderti, non credi?
Non credi? Non credi?
Mah, è già andato…
Oggi le curiosità sono come le merendine, pasti veloci”







Piermario De Dominicis, appassionato lettore, scoprendosi masochista in tenera età, fece di conseguenza la scelta di praticare uno sport che in Italia è considerato estremo, (altro che Messner!): fare il libraio.
Per oltre trent’anni, lasciato in pace, per compassione, perfino dalle forze dell’ordine, ha spacciato libri apertamente, senza timore di un arresto che pareva sempre imminente.
Ha contemporaneamente coltivato la comune passione per lo scrivere, da noi praticatissima e, curiosamente, mai associata a quella del leggere.
Collezionista incallito di passioni, si è dato a coltivare attivamente anche quella per la musica.
Membro fondatore dei Folkroad, dal 1990, con questa band porta avanti, ovunque si possa, il mestiere di chitarrista e cantante, nel corso di una lunga storia che ha riservato anche inaspettate soddisfazioni, come quella di collaborare con Martin Scorsese.
Sempre più avulso dalla realtà contemporanea, ha poi fondato, con altri sognatori incalliti, la rivista culturale Latina Città Aperta, convinto, con E.A. Poe che:
“Chi sogna di giorno vede cose che non vede chi sogna di notte”.

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