Fedeli o infedeli?

Cos’è la fedeltà?
È un valore o è solo una convenzione frutto di un condizionamento culturale atto a esercitare un controllo sociale?
E la natura umana, quella vera, sarebbe tendenzialmente infedele?

Il valore “fedeltà” in un rapporto di coppia viene considerato ancora un punto di riferimento, una coordinata che non viene disgiunta dal valore del legame stesso, anche se viviamo un’epoca di infedeltà, questo è certo. 

Le statistiche ci riportano percentuali molto elevate di tradimenti dalle quali si evince che tra uomini e donne non esiste più la disparità che c’era nel passato, quando il tradimento era soprattutto una prerogativa maschile.
Assistiamo dunque alla fine di molti matrimoni, o rapporti di coppia, con la sensazione che i legami siano divenuti più volatili.
Il tradimento sarebbe la causa principale di “rottura” nella maggior parte delle unioni che vengono meno definitivamente proprio quando una parte ha contravvenuto al patto implicito di fedeltà e di esclusività del rapporto: è allora che l’incrinatura prodotta non è più facilmente sanabile.
Si può continuare forse a vivere nel dubbio, ma la certezza è per i più inaccettabile e, anche in caso di perdono davanti all’ammissione di un tradimento, la fiducia nell’altro viene meno quasi irreversibilmente, perché ad essere minato è il proprio ruolo all’interno della coppia e la propria immagine riflessa dagli occhi dell’altro non è più la stessa.

Mi sono sempre detta che il tradimento spesso non è la causa vera e propria di una crisi, lo considero uno degli effetti di una serie di cause altre, un po’ come l’atto finale di un legame che probabilmente ha smesso di funzionare già da tempo; il malessere c’era già e manifestava i suoi sintomi, ai quali però non abbiamo prestato attenzione nè cercato la cura in tempo.
Un fatto è evidente, in qualsiasi rapporto occorre molto per costruire una base di fiducia reciproca ma molto poco a disfarla.

Quella che viviamo oggi è innegabilmente sotto molti aspetti una realtà precaria:
che questa condizione si sia estesa anche ai legami affettivi?
O forse l’avere oltrepassato il limite imposto in passato dalle convenzioni sociali ci ha liberati. consentendoci di esprimere la nostra vera natura?

Sono interrogativi importanti scaturiti dalle riflessioni precedenti eppure, benché in quest’era moderna tutti siamo divenuti più infedeli, in barba alle statistiche e alle numerose indagini socio-culturali più o meno accreditate, noi esseri umani continuiamo a ricercare la fedeltà ritenendola un valore.
Essa è per noi la conferma dell’esclusività di un rapporto sentimentale che ci assicura un legame stabile, rassicurante e in grado di renderci riconoscibili, la metà di una unione che ci identifichi entrambi e che ci faccia sentire amati per l’unicità di ciò che siamo.

Un pomeriggio mentre andavo ragionando tra me e me chiedendomi se siamo fedeli o infedeli, ho visto esposto in libreria il secondo romanzo di Marco Missiroli: “Fedeltà”. Mi è parsa subito singolare la coincidenza tra il titolo e i miei pensieri, perciò l’ho acquistato istintivamente con la sensazione che mi fosse venuto incontro per risolvere quegli interrogativi ai quali non riuscivo mai a dare una risposta definitiva. 
Di lì a poco, tornata a casa, ho iniziato subito la lettura e ho terminato il romanzo in pochi giorni; ci sono praticamente caduta dentro e mi sono lasciata trasportare dalla naturalezza dell’intreccio di vite narrate in prima persona, direttamente dalla voce dei personaggi, su piani e con registri diversi, utilizzati con innegabile maestria dall’autore attraverso quelli che egli stesso ha definito “passaggi d’anima”.
“Fedeltà” è infatti soprattutto un romanzo intimistico, dove il pensato travalica l’azione e l’azione è sviscerata per le sue ripercussioni profonde sulla sfera intima di ciascuno dalla quale scaturisce lo sguardo del tutto personale con il quale sappiamo guardare alla vita.

Ciò nonostante non sono rimasta particolarmente stupita dall’impianto narrativo della storia, considerando l’impatto che hanno avuto su di me altri registri di scrittura con la forza dirompente delle loro narrazioni. Il mio giudizio è comunque positivo per un romanzo che indiscutibilmente è scivolato via leggero; mi risulta tra l’altro che sia stato indicato, in alcuni pronostici azzardati, tra i possibili vincitori del Premio Strega e che forse anche per questo ha diviso la critica tra alcuni detrattori da un lato e molti sostenitori entusiasti dall’altro. Sicuramente è un romanzo di successo per chi considera indicativo il numero di copie vendute, ma per la sottoscritta ciò rappresenta un mero dato commerciale.
In conclusione devo ammettere che la lettura mi ha offerto ulteriori spunti di riflessione.

La storia racconta di un coppia di sposi e dei loro tradimenti,  del desiderio di infedeltà e della paura di perdersi scivolando verso la china costituita dalle trasgressioni. In un susseguirsi di reiterati rifiuti e tradimenti consumati, entrambi sentono il bisogno continuo di riconfermare la solidità affettiva del legame di coppia, nel timore di scoprire le tracce di un cambiamento. Invece, nonostante l’adulterio, scoprono che il mutamento non c’è stato, o per lo più non viene percepito tale da essere significativo e dirompente come può esserlo un cambiamento vero.

Ma allora questa fedeltà esiste o non esiste?

Potrei dire, sulla scia di queste riflessioni, che dovremmo prima di tutto essere fedeli a noi stessi, concetto che ho sempre considerato nella sua complessità e che in fondo il libro mi pare riproporre.
Marco Missiroli non ci offre la risposta e in definitiva penso che ciascuno si porti la propria risposta scritta dentro di sé, anche se a volte siamo portati a “semplificare” aderendo a quanto ci prescrivono le convenzioni che poggiano sul retaggio di condizionamenti socio culturali.
Ho osservato come in molti casi abbia un che di liberatorio aderire all’idea che vi sia una sola verità, a dimostrazione del fatto che certe “prigioni” ingabbiano ma al tempo stesso sollevano dalle ambasce di dovere affrontare troppi dubbi e complicazioni personali.

Scrive Erich Fromm:

“Solo chi ha fede in se stesso può essere fedele agli altri.”

Erich Fromm

E allora potremmo dedurne che la fedeltà esista quale patto tacito di coerenza con sé stessi che ammette sempre le sue contraddizioni. Contempla l’altro, è vero, ma lo contempla finché sentiamo che è una parte di noi alla quale siamo leali e vogliamo essere la stessa cosa, noi nella vita dell’altro, l’altro nella vita nostra.
Non è una rinuncia alla libertà, è una scelta, e chi sceglie non rinuncia a niente se sceglie liberamente.  
Il punto è proprio questo:  quanto di quel “liberamente” è davvero intimamente nostro.

Della fedeltà personalmente non saprei che farmene se essa non scaturisse dalla lealtà verso sé stessi.
La fedeltà  fine a sé stessa può essere un mero comportamento adottato per convenzione o costrizione, persino per comodità o per convenienza, la lealtà invece possiede una sua sfera di libertà riconosciuta, che nasce dalla fedeltà a noi stessi e presuppone coerenza tra il nostro essere e l’agire, ma essere sé stessi non è facile se tutti si aspettano che tu sia qualcuno che si comporti come deve.

Nel romanzo di Marco Missiroli  i protagonisti vivono su due piani separati, da una parte la riaffermazione della libertà di essere ciò che sentono e non ciò che devono, riaffermare cioé la propria identità, dall’altra la consapevolezza che ciò possa mettere in discussione la propria sfera affettiva familiare, che è riconosciuta quale parte integrante della stessa identità.
Solo alla fine della storia  i due piani riescono a coincidere, quando il legame affettivo si rivela e svela essere la scelta e non la rinuncia alla scelta, ovvero avviene con naturalezza di prendere la decisione di non tradire, perché si sceglie chi si ama e niente altro.

Quest’ultima non dovrebbe essere una scelta difficile.

Forse

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


Iscriviti alla Newsletter di Latina Città Aperta

* campo obbligatorio
/ ( dd / mm )
Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Un commento su “Fedeli o infedeli?

  1. Condivido completamente l’articolo… Anzi, proprio per rafforzare il concetto etico della fedeltà, una persona dichiaratamente di destra mi diceva che non avrebbe mai votato la coalizione di destra che aveva come massimo esponente nazionale una persona che ostentava e ostenta l’infedeltà. Mi diceva: “non mi fido di una persona che tradisce, non l’accetto come governante, non vorrei un capo, un datore di lavoro, un dirigente infedele. Come tradisce in amore, così può tradire nei rapporti personali, con i dipendenti, i fornitori e i clienti”. Quindi sembrerebbe che tradisca chi ha rinunciato o messo da parte principi, valori umani ed etici. Ci hanno insegnato che la famiglia (qualunque essa sia con matrimonio religioso o civile o convivenza che sia) è la base della società. Se la famiglia è forte, rassicurante, coesa, solidale, dove ciascuno ha un suo ruolo, ma dove non c’è un capo, ne un servo ma tutti collaborano e tutti sono pronti in maniera solidale in soccorso degli altri. Dove ognuno si rende disponibile a ricoprire, in caso di necessità, per poco o tanto tempo, anche altri ruoli, pronti a ritornare, nel caso, in quello proprio. La famiglia aiuta a crescere, a rendere responsabili, a fortificare, non lascia dietro nessuno, accoglie nella propria casa chiunque sia disposta a rispettarla. Per fortuna anche chi sbaglia, nella famiglia come nella società, se cambia, se si impegna a collaborare e anche a riparare per quanto possibile, può ricostruire fiducia e fedeltà… Bisogna credere di più in se stessi. E anche negli altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *