L’inganno delle parole

disegno di Pawel Kukzinsky

La bulimica corsa alla comunicazione cosa altro è se non il tentativo di infrangere il muro della propria solitudine? 
Facciamo rumore perché il silenzio che abbiamo intorno ci spaventa? O piuttosto è il silenzio che abbiamo dentro, il vuoto che si fa largo nella distanza tra noi e gli altri, a spaventarci?
Eludiamo distanze perciò, con sortilegi di ogni sorta; condividiamo scatti di vita, esponendoli  in una vetrina,  lasciamo graffiti di pensieri e inarticolati suoni di parole, passaggi musicali da cantare in sordina;  sono tracce di impronte su sabbia immateriale e impalpabile, per questo sono talmente labili da essere cancellate alla minima brezza.
Sembriamo paghi, nutriti di apparenza, ma lo siamo di qualcosa che non è mai pago, che si ciba senza saziarsi, perché cibarsi è tutto ciò che conta, che acquieta e placa, ma dura sino al momento successivo che, puntualmente, si presenta identico al precedente.

Questo illusorio tentativo di arginare il proprio isolamento, di attrarre reciprocità e comprensione, di scoprire il bene della considerazione umana, sembra franare costantemente nell’illusione di trovare, attraverso “frasi, frasi e frasi”, nella bulimia di immagini e parole, un proprio posto al mondo,

 «Frasi! Frasi! Come se non fosse il conforto di tutti; davanti ad un fatto che non si spiega, davanti ad un male che ci consuma, trovare una parola che non ci dice nulla e in cui ci si acquieta…»

scriveva Pirandello nei “Sei personaggi in cerca d’autore”, un testo nel quale egli descrive il male insito nelle parole, che non ci corrispondono, e che si rivela, in tutta la sua drammaticità, nella discrepanza tra il mondo di dentro e quello di fuori.

Luigi Pirandello, scrittore


Quello dei “Sei personaggi” è un testo che si potrebbe rivedere e rapportare alla nostra moderna comunicazione, tanto veloce e facilmente accessibile, grazie alla rete di connessioni internet, ma altrettanto labile e imperfetta in quanto a comprensione,

“… come possiamo intenderci, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!”

Non è che un dramma legato alla storia umana: nell’universo di segni ci muoviamo spesso dialogando tra sordi e, altrettanto spesso, il nostro universo di simboli non riassume ciò che sentiamo; i nostri significati sono nostri, quindi diversi, essi appartengono a una sfera più profonda, sono stati scritti dentro di noi con un altro linguaggio.

“Due persone dicono reciprocamente “ti amo”, o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima”.

Ritratto di Fernando Pessoa (autore: João Luiz Roth)

Così il poeta Fernando Pessoa ebbe a riassumere la discrepanza più grande, quella tra sentimenti, che è poi quel mondo di dentro che, se pure si traduce in parole, sfugge continuamente alla comprensione vera e, nonostante l’apparente facilità con cui ci addentriamo in un terreno già battuto, scopriamo che non è mai scontato.

La somma astratta di impressioni non la conosciamo bene neanche da noi stessi; pensiamo, agiamo, sentiamo e istintivamente attingiamo a un linguaggio fatto di segni comuni, solo apparentemente universali, giacché non sappiamo mettere in conto davvero ciò che ci divide.

Le parole sono spesso ingannevoli per loro natura, indagarne il contenuto, il senso più profondo nel mondo dell’altro, la percezione intima di questo universo fatto di segni e di suoni, è la vera complessità della comprensione.

Non esiste certezza, perché non esiste regola, l’unica possibilità che possiamo darci è tutta nell’attenzione che possiamo porre nel considerare l’altro come un mondo a parte e, se decidiamo di volerlo incontrare davvero, dovremmo pensare come se dovessimo intraprendere un viaggio per un paese molto lontano, del quale non conosciamo suoni, odori, impressioni, usanze, sensazioni, vissuto, e dove perciò potrebbe non valere affatto tutto quanto sappiamo e interpretiamo applicando la nostra unità di misura.

Le parole allora non sono che suoni ai quali dobbiamo ogni volta saper porre un altro orecchio:  dimenticarci un po’ di noi, per fare posto all’altro.

L’immagine in evidenza è di Pawel Kukzinsky

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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