La parola mamma

Un amico mi ha detto:

“Mamma è la parola più bella che esista”.

È vero.

È la prima parola di quando vieni al mondo, è scritta nel grido e nel pianto, e nella gioia della prima luce nei tuoi occhi; tutto quanto conosci, tutto quel che sai è la mamma.
E poi, è la prima parola sillabata, se pure nel sottinteso di quegli strani suoni gutturali, o nel linguaggio improvvisato di quando cerchi goffamente di comunicare, col gesto un po’ arruffato e sconclusionato delle piccole mani, che pure le dita piccine sembrano andare ciascuna per il conto proprio, quasi fossero di una creatura a parte, la parte di qualcosa che non ti appartiene.

Mamma è il primo suono, è prima ancora di essere parola e, anche se non sei più bambina, resta l’invocazione prima nel dolore, la prima richiesta d’aiuto, il tuo primo amore, persino quando sarai vecchia.

Resta la nostalgia del ventre protettivo, del gesto che cullava, il senso della natura che spinge fuori dal nido becchi spalancati di uccellini implumi e poi, fragile e forte, infonde loro il coraggio del primo volo, del salto nel vuoto.

Forte il legame ancestrale, indissolubile dal mistero della vita, e la meravigliosa scoperta di sentirsi amati e di potere imparare a amare, anche e soprattutto oltre noi stessi,

come solo l’Amore vuole.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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