Senza tetto né legge: la protesta senza speranza

Nel Sud della Francia una gelida alba invernale fa da cornice al ritrovamento da parte di un contadino arabo del corpo senza vita di Mona Bergeron.
La ragazza priva di documenti ed effetti personali viene dichiarata morta per cause naturali.
Non segue nessuna indagine, nessuna inchiesta, solo una minuziosa ricostruzione del suo ultimo inverno attraverso le parole di chi ha avuto modo d’incrociare quella misteriosa creatura, emersa forse dagli abissi marini.
Un susseguirsi di testimonianze, a volte confuse, a volte esaurienti nel delineare una figura quasi inaccessibile, ma incredibilmente incisiva nella sua diversità.
La voce fuoricampo della regista dichiara di non sapere molte cose di lei, solamente come si chiamava, ma di essere riuscita a ricostruire le poche settimane del suo ultimo inverno grazie ai ricordi di coloro che l’avevano incontrata, persone alle quali peraltro non è stata riferita la sua dipartita.

Sandrine Bonnaire in una scena del film “Senza tetto né legge”

Nella ricostruzione di quell’ultimo scampolo della sua vita, vediamo quindi la ragazza vagare per strade di campagna, viaggiare nella cabina di un camion che gli ha dato un passaggio, chiedere dell’acqua in una casa colonica, arrotolarsi con difficoltà una sigaretta, cercare di mangiare del pane ormai troppo raffermo, farsi offrire un panino da un ragazzo in un bar, soffiarsi il naso nelle dita, per poi riprendere a camminare, sempre avanti, e senza una meta.

Bollata di volta in volta come scapestrata, sudicia vagabonda, indolente giramondo, viene costantemente percepita come un’apparizione, un’inquietante visione dalla quale proteggersi temendola o da cui lasciarsi abbagliare.

Sul suo corpo nervoso, in persistente moto, spira una lieve brezza di mistero ed il continuo girovagare senza meta assume a volte i tratti di un’inesorabile via crucis, di un automartirio inevitabile, per sete di libertà.

Seguendo quell’ideale, forse illusorio, Mona ha scelto la vita di strada, arrangiandosi giorno per giorno grazie alla disponibilità di chi incontra. Nonostante il suo carattere spigoloso troverà quasi sempre negli altri almeno uno sprazzo di umanità, di pietas.

La Varda affrontò nel film l’ideologia della cosiddetta “libertà oppositiva“, criticando le regole della normalità e producendo un ritratto contraddittorio della realtà, diviso tra anarchia e nichilismo autodistruttivo.

Nel 1985 Agnès Varda dopo aver firmato tre pellicole di valore quali “Cleo dalle 5 alle 7” del 1962; “Il verde prato dell’amore” del 1965, e “Le creature” del 1966 e una intensa attività letteraria, era ormai pronta per il grande successo.
Arrivò nel 1985, con questo “Senza tetto né legge”, vincitore del Leone d’ oro alla 42° Mostra di Venezia, col premio Fipresci a Sandrine Bonnaire, come miglior attrice protagonista. 

Girato tra febbraio e aprile 1985, in presa diretta in Provenza, il film raccontava la storia di una giovane stenodattilografa che aveva scelto la strada della libertà e della solitudine, vagabondando nel Midi con il suo sacco a pelo, sporca e testarda nel suo peregrinare on the road.

Lungo la strada Mona incontra una varia galleria di personaggi:
Una simpatica botanica, esperta nelle malattie dei platani, le si affeziona e la tiene per qualche tempo con sé, ma finisce per abbandonarla quando le diventa difficile accettare le componenti oscure del suo carattere.
La strada della ragazza incrocia molte altre persone ed altrettante situazioni: un’anziana signora dedita all’ alcool,  un operaio tunisino che le insegna a potare i vigneti, prima che gli altri stagionali la caccino via; un camionista con cui litiga, un lavoro temporaneo come lavamacchine; una minestra offertale dalle suore ed altro ancora.
Fa insomma conoscenza con tanti altri reietti, infelici e soli, rappresentanti di un mondo feroce
Lei però non cerca compassione, né un vero aiuto, ma solo la possibilità inconscia di andare incontro al suo destino: il suo corpo sarà rinvenuto in un fosso ucciso dal freddo della notte e dalla fame. 

La Varda non giudica, si limita a mettere a fuoco la vita e la morte di una giovane che non vuole regole e che non chiede di essere capita e aiutata.

Da sempre affascinata dal tema della flânerie, di cui il vagabondaggio rappresenta certo una forma radicale, Agnès Varda costruisce un personaggio sfuggente, ispirato a ragazze da lei realmente incontrate all’inizio degli anni Ottanta, che avevano scelto di vivere la propria libertà in solitudine, sulla strada.

Ne derivò un film che, come scrive Serge Daney, era “lacerato tra la voglia di comprendere tutto e la voglia di far solo vedere”.

Agnès Varda

La protagonista è a metà strada tra un caso clinico, da studiare, ed una creatura mitologica: questo, se non nella realtà, nella psiche di testimoni che, contentandosi della libertà nella legge, ne scoprono i limiti, utilizzando Mona come uno specchio.
In realtà, nel film non sono tanto le leggi vere e proprie ad essere messe in discussione, quanto piuttosto tutte quelle leggi non scritte che chiamiamo condizionamenti sociali.

Eppure, contrariamente a quanto avviene nella narrazione letteraria tradizionale, l’arrivo della nomade non determina alcun tipo di cambiamento: in questo film “l’altro” non ha una visione alternativa da proporre, poiché qualsiasi ideale condiviso porterebbe soltanto alla riformulazione di un sistema che la protagonista contesta in quanto condizionante, senza rendersi conto di essere al punto di non ritorno.

La storia, come si è detto, prende avvio dal suo tragico epilogo, azzerando ogni supposizione.
Non ci troviamo di fronte a un fatto di cronaca e neppure alla risoluzione di un mistero da film giallo.
La narrazione condotta a colpi di flashback, determina una fluida descrizione degli eventi, approdando ad una lucida disamina dei fatti narrati.

Mona (una selvaggia Sandrine Bonnaire) sperimenta il mondo con sprezzante indifferenza, infischiandosene di tutte le regole.
Refrattaria ad ogni condizionamento, il suo rifiuto per la società si sostanzia in un’inevitabile, lacerante quanto inesorabile, solitudine.
Sappiamo poco del suo passato, a parte un suo precedente e alienante impiego come segretaria d’azienda, mentre il suo futuro appare già irrimediabilmente segnato da quell’oscuro vagabondare.
Mona è il qui ed ora, è l’angelo/demone dalla faccia sporca, ma è soprattutto il mistero insondabile” come scrisse un critico.

Sandrine Bonnaire in una scena del film “Senza tetto né legge”

La domanda allora sorge spontanea: è possibile filmare e rendere tangibile un mistero senza svelarlo?
Si, se dietro la macchina da presa troviamo lo sguardo arguto e controcorrente di Agnès Varda.
La regista belga, venuta a mancare qualche anno fa, con “Senza tetto né legge” realizzò la sua opera più simbolica, complessa e stratificata, che venne giustamente più volte premiata a Venezia nel 1985.

Stivali rotti e zaino in spalla, Mona ha scelto l’estrema libertà sapendo che essa significa anche l’estrema solitudine, adeguandosi solo fugacemente ad una realtà che fatica a trattenerla.
Non mostra nessun interesse per la vita, nessuna empatia o voglia di condivisione: solo un insopprimibile desiderio di spingersi oltre,
non importa dove.

L’importante è procedere avanti, verso il nulla.

Per farlo accetta i lavori più umili, dorme negli ambienti più degradati, sopporta miseria e freddo.
E quando la vita sembra mitigare la sua insofferenza e la sua solitudine proponendole incontri che potrebbero dar luogo a legami costruttivi, come quello con la dottoressa Landier o col bracciante tunisino, ecco riaffiorare la cruda realtà.

E allora torna impellente il bisogno della strada, il contatto con la terra, il calore di un fuoco, lo scompigliarti del vento: Mona, infatti, sembra a suo agio solo a contatto con gli elementi naturali.

La sua sfrontata non appartenenza al mondo riconosciuto dai più, e la determinazione con la quale impone la sua assenza, è destinata a lasciare in chi la incontra un vuoto facilmente rimovibile, ma difficilmente colmabile.

Un conto è errare e un conto è aberrare (…) è un essere inutile e provando la sua inutilità, fa il gioco del sistema che rifiuta”.

Questo pensa di lei il pastore filosofo che dopo averla accolta in casa e averle offerto un pezzo di terra, si ritrova sotto accusa per i suoi modi autoritari, pur essendo un “figlio del ‘68”.
Quel giudizio negativo racchiude anche l’amara consapevolezza di chi scelto una vita basata su una rassicurante “via di mezzo”, in cui libertà e solitudine trovano il giusto compromesso.
Mona non ha mai una parola di conforto, non regala mai un sorriso tranne quando la vediamo ridere a crepapelle con una vecchietta sbronza di cognac.

Parla poco, è chiusa a riccio, eppure riesce a paralizzare con la stessa intensità di una scossa elettrica.
E’ significativa in questo senso la scena in cui la dottoressa Landier (la botanica) resta fulminata per qualche secondo da due lampadine.
In quel tempo sospeso avrà modo di rivedere frammenti del passato in cui comparirà quella strana ragazza a cui aveva dato un passaggio, e dalla quale si sentiva inspiegabilmente attratta, nonostante il suo cattivo odore.

Sandrine Bonnaire e Macha Méril che interpreta la dottoressa Landier

Mona ha sempre una ripartenza e ricomincia ogni volta a girovagare per le strade di campagna del Midi, attorno a Nîmes.
Le procura lavoro in un vigneto un tunisino, con il quale lei resta finché non ritornano dal loro paese altri lavoranti maghrebini, che non la vogliono con loro.
Trova quindi rifugio in una enorme villa in decadenza, abitata solo dalla vecchia proprietaria e dalla sua giovane governante.
Dopo avere passato un pomeriggio in allegria con l’anziana signora a bere cognac, Mona viene cacciata dalla governante, timorosa di sue possibili ingerenze in quella vita ben codificata.

Ubriaca e coperta delle vinacce che le hanno gettato addosso due strani esseri travestiti da albero, nel corso di una festa paesana, Mona, stremata, si rimette in cammino per i sentieri di campagna, sempre più faticosamente, finché non cade in un fosso ai bordi di un campo e muore assiderata nella notte.

La regista segue il cammino di Mona lasciandola libera di andare incontro al suo tragico destino.
La musica gioca un ruolo fondamentale nel film, sottolineando le diverse sfumature e complessità di una figura inafferrabile.
Nel suo solitario cammino Mona è accompagnata da un suono stridulo, cupo, minaccioso, mentre i suoi incontri sono spesso vivacizzati da musiche new wave.
Questo per rendere esplicito che nessuno si salva da solo, soprattutto quando si tratta di sé stessi.

In una delle sequenze la ragazza racconta alla botanica il suo passato lavorativo come segretaria precaria, periodo in cui era conosciuta con il suo nome reale, Justine.

In un percorso di presa di coscienza della sua condizione, Justine abbandona ogni oppressione del reale e diventa Mona, in un’enigmatica fuga in cerca del senso dell’esistenza umana.
Senso che di fatto sembra concentrarsi interamente in questa nuova dimensione di vita, in cui l’unico grande ostacolo ad emergere è lo scetticismo da parte dell’altro, la riluttanza nella condivisione e, in alcuni casi, l’esplosione in comportamenti di prevaricazione, sia dal lato di chi “dovrebbe aver ragione”, sia dal lato di chi “crede di aver ragione”.

Senza tetto né legge è un film che approfondisce una certa forma di degrado, collettivo e individuale, sensibilmente amplificato a sua volta dalla sospensione tra la realtà e l’immaginario che lo permea.

Sandrine Bonnaire e Agnès Varda

La protagonista è sicuramente un personaggio interessante, ma altrettanto da apprezzare è il lavoro svolto dalla regista con tutti i personaggi secondari.
Tant’è vero questo che, sebbene il film sia incentrato su Mona, i veri protagonisti sono gli “altri”, coi loro volti e coi loro sguardi spesso silenziosi, con le loro vite normali “con tetto e legge”.

Scrisse un critico di allora:

1985, Venezia. Ad aggiudicarsi il Leone d’oro al miglior film è un’opera arguta, originale e a modo suo incredibilmente sovversiva. Senza tetto né legge della Varda è un ritratto disperato di un’umanità che non sembra in grado di visualizzare il proprio futuro, incapace di comprendere il significato della libertà. La protagonista, la giovane Mona (Sandrine Bonnaire), sembra l’unico personaggio del film a incarnare uno stile di vita teso ad abbracciare un’esperienza reale e concreta di questo concetto, nell’incomprensione generale – ma anche, da un certo punto di vista, nell’invidia – delle persone con cui entra in contatto. Agnès Varda sembra prendere una posizione critica netta nei confronti dell’incomunicabilità di fondo vigente tra chi sembra volersi muovere al di là di ogni limite e chi invece rifiuta aprioristicamente questo preciso modo di intendere la vita. Le sequenze che costituiscono il film si presentano così come un insieme di quadretti e di vignette sulle ultime settimane di vita di Mona, raccontate direttamente dai personaggi da lei incontrati durante il suo pellegrinaggio senza destinazione. La Varda propone un racconto di viaggio che annulla la necessità di una meta, di uno scopo, focalizzando in tal senso il suo discorso sull’assenza di vincoli”.

In diverse interviste dell’epoca la Bonnaire, allora quasi agli esordi come attrice, raccontava che alle riprese del film aveva assistito una giovane vagabonda, di nome Settina, a cui Agnès aveva dato un giorno un passaggio e che era stata l’ispiratrice del film.
Ricordava ancora la Bonnaire che Settina sembrava infischiarsene di tutto, e che restava incomprensibilmente indifferente a ciò che vedeva accadere sul set, fosse pure la propria morte.

Agnès Varda, scomparsa da poco, a novant’anni di età, è stata una cineasta refrattaria a qualsiasi catalogazione, eternamente curiosa, sempre un passo avanti rispetto al mondo in cui viveva.
Un’artista totale, che ha marchiato a fuoco gli ultimi sette decenni del cinema.
La regista francese, prima della morte, aveva presentato al recente Festival di Berlino la sua ultima fatica, “Varda par Agnès”, un testamento e una sorta di generosa lezione sul suo cinema e sul mestiere di regista.

Il suo nome è stato spesso associato alla “Nouvelle vague” francese, della quale fu anticipatrice e protagonista, sebbene non facesse parte del gruppo dei “Cahiers du cinéma”, ma con Resnais, Marker e il marito Demy, apparteneva alla coseddetta “Rive gauche”, essendo i loro uffici dislocati sulla sponda opposta della Senna rispetto a quegli altri.

Nata a Bruxelles nel 1928 da padre di origine greca ed emigrata a Parigi, iniziò la carriera come fotografa ufficiale del Festival di teatro di Avignone, sotto l’ala protettiva di Jean Vilar che la conosceva già dai tempi della guerra.
In seguito ebbe l’idea di cimentarsi con quella che considerava “la più difficile delle arti”, col risultato di trovarsi unica donna in un mondo maschile.
Lo fece senza soffrire di alcun timore reverenziale, anzi rivelando sempre grande determinazione e la capacità di essere più avanti degli altri.

Il suo percorso è stato contraddistinto da un’attività intensa, fatta di lungometraggi alternati a corti e documentari, tutti realizzati con la stessa cura, passione e inventiva, sebbene non tutti premiati dalla giusta visibilità.

“Senza tetto nè legge” all’inizio ebbe molto successo soprattutto nelle altre nazioni europee: in Francia non fu accolto con un immediato apprezzamento, anzi: in un primo momento, nelle settimane seguite alla sua uscita, solo 750.000 spettatori andarono a vedere il film.
L’opera fu il trampolino di lancio per Sandrine Bonnaire, il nuovo volto del cinema francese, ma fece scoprire in tutto il mondo anche la sua regista, un’autrice di grande talento.

La pellicola, una cinescrittura (il neologismo è della Varda stessa), venne dedicata alla scrittrice Nathalie Sarraute.

Agnès Varda

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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