La tragica storia di Justin Fashanu

                                 

I cinquantenni, o chi è intorno a quell’età, di certo ricordano John Fashanu, idolo della Gialappa’s e di “Mai dire gol”.
La sua specialità erano gli errori marchiani fatti sotto porta nel campionato inglese:
la storia di Justin, suo fratello, non avendo nulla di esilarante è stata invece, solo tragica.

Justin nacque nel 1961, nella zona est di Londra, era figlio di un immigrato nigeriano e di una donna della Guyana, ma, dopo la separazione dei genitori, lui e suo fratello minore John furono presi in carico dall’associazione Barnardo’s, un’organizzazione benefica del mondo anglosassone che ha come scopo il prendersi cura dei bambini in difficoltà, e di farlo in istituti che sono una specie di orfanotrofi.

In un secondo momento i due fratelli, che all’epoca avevano rispettivamente 6 e 5 anni, furono affidati ad una famiglia della middle-class inglese residente nel Norfolk che li adottò.

John e Justin con il loro padre adottivo

Il piccolo Justin aveva iniziato a tirare calci al pallone sin da quando era stato in grado di reggersi in piedi, così ben presto le sue qualità di attaccante lo segnalarono alla attenzione del Norwich City, che lo tesserò prima nelle squadre giovanili, poi, nel 1978, gli fece firmare il primo contratto da professionista.

Poco dopo, all’inizio del 1979, Fashanu fece il suo esordio in campionato e si conquistò il posto da titolare a suon di gol.

Nel 1980 segnò il “gol dell’anno” al Liverpool, il che gli valse il premio assegnato dalla BBC, prendendosi poi le prime pagine di tutti i giornali sportivi con 39 gol segnati al suo attivo.

Il magnifico goal di Fashanu nella partita del Norwich City contro il Liverpool, 1980

Lo acquistò nel 1981 il Nottingham Forest, oggi nobile decaduta del calcio british, ma che solo due anni prima aveva conquistato la sua seconda Coppa dei Campioni.

Il prezzo del cartellino fu di un milione di sterline: era la prima volta che un calciatore di colore veniva pagato tanto.
Al Forest, inoltre, si trovò ad ereditare la maglia numero 9, quella di Trevor Francis, che due anni prima era stato il primo giocatore inglese a superare un simile tetto di spesa.
Le contemporanee apparizioni di “Fash” nella nazionale inglese Under 21, facevano presagire una scintillante carriera per l’attaccante.

Sulla panchina del Nottingham Forest di quegli anni, sedeva lo storico allenatore Brian Clough, lo stesso delle due Coppe dei Campioni vinte e della vittoria in Premier League del ’78, oltre ad un campionato precedentemente vinto con il Derby County.

Nonostante pare fosse fidanzato con una ragazza, la frequentazione da parte di Justin, di locali notturni gay, non mancò di suscitare l’attenzione dei pettegoli media britannici.
Anche il suo allenatore sembrò poco entusiasta, per dire un eufemismo, dell’immagine offerta in privato dal suo bomber.
Il rapporto tra Justin ed il coach non decollò mai, ma in realtà rappresentò solo il primo atto di una serie puntuale di tormenti da lui subiti per i suoi orientamenti sessuali.

Brian Clough

Le voci della presenza di Justin nei gay clubs, non furono apprezzate dal tecnico e quando le insinuazioni divennero certezze, queste disturbarono non poco Clough che, in un episodio riportato nella anche sua autobiografia, affrontò faccia a faccia l’attaccante per rimproverargli duramente le sue frequentazioni.

Nella Nottingham di quei tempi, le lotte per l’eguaglianza sociale ed i pari diritti erano allora solo una leggenda, più o meno come quella di Robin Hood: favole da raccontare ai bambini.

La realtà era ipocrita e intollerante e costrinse all’angolo Justin, colpevole di essere gay.
E’ difficile ancora oggi dichiararsi omosessuale, figurarsi nell’Inghilterra perbenista e bigotta, e anche un bel po’ razzista, di fine Anni Ottanta.

Justin, lo sapevano tutti, anche se non lo diceva, era “gay”, oltre che “negro”: ce n’era abbastanza per la beceraggine degli hooligans inglesi.

Hooligans creano disordini sugli spalti – 1980 –

Il tutto senza dimenticare il razzismo di molte tifoserie, che, oltre ai vergognosi cori di rito, giunsero al punto di lanciare banane in campo, quale ultimo gesto di sberleffo e poiché Justin era una persona piuttosto sensibile, ne risentì, ed il suo rendimento crollò.

Le aspettative per la definitiva esplosione della carriera sarebbero già state sufficienti a mettere sotto pressione un giovane di vent’anni, ma la pesante atmosfera causata dal gossip sulla sua vita privata rappresentò un ulteriore ostacolo di cui Fashanu avrebbe fatto volentieri a meno.
Le sue prestazioni non potevano che risentirne: tre soli gol segnati in trentadue presenze non erano certo un buon modo per indurre Clough a cambiare opinione.
Il centravanti del Forest nero e omosessuale? Figurarsi.
Il tecnico era un “duro” e non accettava “fottuti finocchi” in squadra. Perché era così che lo definiva.
Le battute malefiche aumentarono, tanto che Justin ormai si allenava quasi in disparte.
Le promesse di un tempo si erano tutte infrante contro una realtà meschina.

Justine Fashanu

Presto Clough lo scaricò e la sua carriera proseguì in prestito al Southampton: 9 partite 3 gol.
Abbastanza per convincere il Nottingham County, l’altra squadra della città di Robin Hood, a prenderlo.
E questa volta il rendimento fu da favola: Justin Fashanu entusiasmò la squadra più povera della città: 64 partite e 20 reti.
Poi un grave infortunio al ginocchio ne condizionò pesantemente il rendimento.

Nel frattempo Justin aveva raggiunto una certa consapevolezza riguardo alla propria sessualità, ma il timore di uscire allo scoperto gli impediva di ammettere pubblicamente la realtà delle cose, nonostante i pettegolezzi fossero sempre più in circolazione.
Il giocatore decise così di cercare conforto nella Chiesa evangelica, a sua volta ben poco aperta verso la diversità, che infatti lo spinse a rifiutare le sue inclinazioni e a tentare invano di instaurare relazioni con delle donne. Il suo comportamento, in campo e fuori, non poteva che risentirne e così Fashanu proseguì nell’inesorabile discesa nel gorgo dell’esistenza.

Nell’estate del 1985 fu il Brighton & Hove Albion, a pagare 115.000 sterline per assicurarsi le sue prestazioni, ma dopo solo 16 partite, la ferita al ginocchio si infettò, mettendo a rischio la sua carriera.
Justin fu costretto a lasciare l’Inghilterra ed a volare negli Stati Uniti per sottoporsi ad un intervento chirurgico.
Guarì e ci riprovò.

Però non era più quello di inizio carriera.

Justin Fashanu, terzo da sinistra, nel Settembre del 1985

Nel 1988 soltanto poteva considerarsi di nuovo un calciatore, con la maglia dei Los Angeles Heat prima, e degli Edmonton Brickmen poi, riprendendo confidenza con il campo e con il gol.

La voglia di riscatto e la consapevolezza di poter ancora dare molto, lo spinsero a tornare in Inghilterra, dove diverse squadre sembravano disposte a concedergli un’opportunità.
La prima fu il Manchester City, ma le cose non andarono bene.

Justin ci provò così col West Ham, ma non andò meglio.
Poi toccò all’Ipswich Town e poi ancora al Leyton Orient.

Nel 1990 Justin aveva 29 anni, era allenatore-giocatore del Southall nelle serie minori, e ritenne fosse arrivato il momento giusto per dichiarare la sua omosessualità, diventando così il primo calciatore a fare outing.
L’informazione, che troppo spesso sui tabloid inglesi diventa semplice sensazionalismo scandalistico, si nutrì avidamente di quella che doveva essere una vicenda personale.

Justin mostra la prima pagina di un tabloid sportivo britannico

In fondo si era davanti ad un uomo che aveva visto la propria carriera distrutta per la sua sessualità e che in risposta, come atto liberatorio, aveva deciso di gridare la propria realtà agli altri.
Con tutto ciò, non vide finire i suoi tormenti. Anzi…

Justin voleva solo squarciare il velo dell’ipocrisia, ma se il proposito era lodevole, il risultato fu devastante.
Fashanu fu lasciato solo e “bollato”.
La stessa comunità nera inglese lo rinnegò pubblicamente.
Anche gli amici, compresi quelli di vecchia data, smisero di richiamarlo al telefono, il tutto mentre la stampa albionica lo crocifiggeva costruendo sul suo conto quante più storie ed illazioni possibili.
Justin finì così per ritrovarsi ancora più disperato di prima.

Lo scaricavano tutti ormai, compreso il fratello, John.
Calciatore anche lui, salì di corsa sul carro dell’intolleranza e prese il treno diretto in Premier.
Un affare per John: scaricando Justin, la sua carriera ne beneficiò.
Non fosse altro perché le società inglesi se lo litigarono per mettere in vetrina il “Fashanu normale”.
Solo che il vero talento sportivo lo aveva Justin e non John.

Come se non bastasse, l’immagine di Justin fu compromessa, ancora una volta, da vicende indegne.
“The Independent”, il noto tabloid, lo accusò di aver tentato di vendergli, per 300.000 sterline, delle informazioni riguardo a sue presunte storie con politici inglesi del partito conservatore.
Data l’assenza di prove, l’illazione venne poi fatta cadere, ma aveva intanto portato giù con sé, ancora una volta, sia la credibilità che la serenità d’animo del calciatore.

Justin Fashanu, il “negro-diverso”, continuava però a giocare, inseguito dai media sempre a caccia di uno scandalo.
Del resto, gli sciacalli sono pronti a credere a testimonianze pagate a peso d’oro dai tabloid, e poco importa se siano vere o meno.
Justin era uno strumento di massa che poteva spostare equilibri sportivi e politici.

La carriera di Fashanu divenne un flipper: Inghilterra, Canada, Svezia, Scozia, USA.                                                                              
L’ultimo atto si consumò nel 1998, nel Maryland:
Ashton Woods, un diciassettenne, il 25 marzo si presentò alla polizia. Dichiarò di essersi svegliato nel letto d Justin, dopo una serata spesa fra alcool e fumo.
Il ragazzo lo accusò di averlo narcotizzato e di essersi svegliato mentre Justin gli praticava del sesso orale.

Fashanu fu interrogato dalla polizia: offrì la massima collaborazione e per questo venne lasciato libero.
Si era però trovato a fronteggiare un’accusa grave come quella, appartenendo allo stesso tempo a due categorie allora universalmente discriminate, come quella degli omosessuali e quella dei neri.
Senza contare anche tutte le aggravanti del caso: consumo di marijuana, reperimento di bevande alcoliche a favore di minorenni, per non parlare della legge che al tempo in molti stati USA proibiva la sodomia ed i rapporti orali anche all’interno del matrimonio.

John Fashanu e Justin a destra – Photo: Archant Library

Tutto questo fece precipitare Justin nel panico, così, il 3 aprile successivo, quando la polizia si recò nel suo appartamento per sottoporlo ad una perquisizione, scoprì che Fashanu lo aveva abbandonato il giorno dopo l’interrogatorio, per fare ritorno in Inghilterra.

In patria visse in stato di clandestinità, usando il cognome da nubile della madre e cercando invano di contattare vecchi amici per difendersi dal turbine che gli si stava scatenando intorno.
Provò a trovare un legale che lo difendesse, ma nessuno si offrì o accettò l’incarico.

Venne ritrovato la mattina del tre maggio di quel 1998, impiccato con un cavo elettrico al soffitto di un garage nella zona di Shoreditch nel quale si era introdotto.

Il garage dove venne ritrovato Justin suicida

Era ormai tragicamente solo, come lo era stato per tanto tempo nella sua vita.
Accanto al corpo c’era anche un biglietto che testimoniava la voglia di dire, per l’ultima volta, la sua verità al mondo, prima di abbandonarlo per sempre, per non aver avuto la libertà di essere sé stesso.

Nel biglietto ribadiva la sua innocenza, fino alla fine, dicendo che era stato il ragazzo a incastrarlo chiedendogli dei soldi e promettendogli vendetta al suo rifiuto.

Disse di essere scappato perché sapeva di non poter avere un processo equo, e dettaglio non marginale, si deve ricordare che nel 1998 l’omosessualità nel Maryland, dove lui si trovava, costituiva ancora un reato.

Le ultime sue frasi racchiudevano tutto il dramma interiore: “Spero che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace, infine”.

Il caso in America fu archiviato con la sua morte, ma successivamente emersero falle nelle ricostruzioni del ragazzo che l’aveva accusato e carenze gravi nelle indagini della polizia.
In seguito a ciò il caso fu rivisto e Justin fu assolto per assoluta mancanza di prove.

Justin intanto se n’era già andato dicendo la verità, quindi, contro tutte le dicerie che l’avevano sempre massacrato.

Anni dopo anche il fratello, magari a causa di quel meccanismo interiore che si crea per rimuovere i sensi di colpa, si è detto pentito per il suo comportamento.

La drammatica vicenda di Justin fu quella del primo calciatore dichiaratosi gay: va dunque ricordata per le discriminazioni che ebbe a subire e per il coraggio dimostrato.

Era, però, soprattutto la storia di un uomo che non aveva potuto essere liberamente sé stesso a causa delle ingiurie dell’opinione pubblica.
E non si può neanche dire che di storie così ora non ce ne sono più, nonostante i trent’anni trascorsi.

Nel 2016, a 18 anni dalla sua morte, qualcosa però è cambiato.
Il calcio inglese ha riscritto i suoi regolamenti: chi userà parole come “finocchio” o “negro”, d’ora in poi sarà punito come razzista e avrà sino a 19 giornate di squalifica, se si tratterà di uno sportivo praticante.

Justin era entrambe le cose.
La società, i suoi amici, perfino la sua famiglia lo avevano rinnegato, ma il tempo, a differenza degli uomini, gli ha reso giustizia.
Sua nipote, Amal Fashanu, giornalista e presentatrice, ha realizzato un documentario per la BBC sull’omofobia che regna ancora nel mondo del calcio.

Amal Fashanu e suo padre John

E finalmente, nel febbraio 2020, meglio tardi che mai, Justin Fashanu è entrato ufficialmente nella “Hall of Fame” del calcio inglese.

La nipote ha così commentato l’evento:

È stato finalmente riconosciuto che Justin non era solamente un calciatore gay, era soprattutto un calciatore di talento”.

Quando un personaggio che ha avuto un impatto sull’opinione pubblica muore, generalmente, sono due i trattamenti – tra loro opposti – che gli vengono riservati.
A volte c’è la damnatio memoriae, quasi con un’identificazione di quella persona con il concetto stesso di errore. Altre c’è la mitizzazione, come una beatificazione laica, per affermarne candore e purezza.
Quasi sempre questi due comportamenti sono alimentati dal carbone nerissimo dell’ipocrisia, intenzionata a cancellare connivenze nel primo caso o ad auto-assolversi per le calunnie lanciate nel secondo.
A Justin Fashanu è capitata, ovviamente, la seconda sorte, avuta come amara consolazione per una vita di condanne morali ed emarginazione”.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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